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Il ritorno del vecchio

Sono molto sorpreso che il professor Monti continui a “garantire” ai mercati che non continuerà il suo mandato dopo le elezioni legislative della primavera prossima. È come se annunciasse al nemico il giorno in cui l’Italia abbasserà la guardia.

Sbagliato, professor Monti!

Cosa succederà dopo le elezioni lo vedremo a tempo debito, ma ai cecchini non diamo nessuna informazione per organizzarsi, altrimenti alle migliaia di operatori già pronti a scommettere sul ribasso del mercato italiano indichiamo già il momento migliore per colpire.

Negli ultimi vent’anni i vecchi politici e i loro governi non si sono dimostrati all’altezza della situazione, e i giovani che sono cresciuti alla loro corte non sembrano veramente migliori. Lo testimonia la gran quantità di scandali che in questo periodo li coinvolgono. Quindi direi che né gli uni né gli altri sono particolarmente affidabili. Come non lo sono certi ultimi arrivati che cavalcano strumentalmente l’onda del malcontento e della protesta.

Per cui, penso che sarebbe opportuno che per qualche tempo il nostro Paese continuasse a essere guidato dai tecnici, magari anche più coraggiosi e “cattivi” di quelli che abbiamo tuttora. Del resto, perché mai dovrebbero tornare in sella proprio quelli che hanno cercato di disarcionare l’Italia? Sarebbe come assumere un pilota di Formula Uno che non ha mai vinto nulla e ha sfasciato le macchine che ha guidato, oppure come affidare la propria vita a un chirurgo noto per essere un ammazzapazienti. O, per rimanere in ambito finanziario, chiamare a gestire un fondo un gestore che negli anni passati ha fatto solo disastri.

I politici potranno tornare a governare dopo che avranno dimostrato che effettivamente qualcosa sta cambiando. Dopo che si saranno tolti i privilegi e avranno drasticamente ridotto le spese, stipendi e numero di parlamentari. Ma certo sarà difficile che questo accada in tempi brevi. Fino ad allora è meglio andare avanti altri quattro anni con un governo tecnico. E non credo che si tratterebbe di una “sospensione” della democrazia. Anzi: a giudicare dal gradimento che ha avuto il professor Monti e dal disgusto che provocano i politici, si potrebbe dire che un nuovo governo di tecnici è proprio quello che il popolo italiano vuole.

Nell’ipotesi (ahimè assai probabile) che torni a comandare il vecchio regime dei partiti, non lamentiamoci perché la borsa riprenderà a scendere, o perché gli operatori più attenti a questa eventualità si arricchiranno alle nostre spalle.

Io poi, ve lo anticipo chiaro e tondo: quando tornerà il vecchio sistema politico, ai miei clienti consiglierò di vendere Italia e per guadagnare di scommettere sul suo ribasso. Solo che, e anche su questo vi offro una previsione piuttosto facile, non sarò il solo a farlo, perché lo faranno anche i grandi investitori.

Dopodiché, potremo ben chiederci, con qualche apprensione, che cosa ci aspetta.

DULCIS IN FUNDO…

Almeno per qualche mese sono convinto che investire sul mercato azionario italiano sia la scelta più interessante e per questo vi segnalo un fondo direzionale che investe sul mercato azionario italiano il fondo si chiama Fidelity Italy e investe principalmente in titoli azionari italiani. Il gestore non si attiene a uno stile prefissato, ma preferisce titoli a piccola e media capitalizzazione. In portafoglio ci sono tra i 30 e i 50 titoli quindi molto concentrato. Il fondo gestisce 230 milioni. Ecco i titoli più importati all’interno del fondo:  Eni  pesa il 6,6%, Intesa San Paolo il 6,4%, Prysmian il 6%, Parmalat il 5%, Snam il 4,9%, Mediobanca Spa il 4,6%, Autorgill il 4,4%, Saipem il 3,8&, Enel il 3,7%, Exor il 3,2%.  In alternativa al fondo si potrebbero avere in portafoglio Mediolanum, Intesa, Unicredito, Generali e Fiat tutti con uguale peso.

 
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Pubblicato da su novembre 20, 2012 in Uncategorized

 

La fine del mondo (e perché non ci sarà)

Fine-del-mondo-Nostradamus-Maya-e-altro

Nel ’29 il presidente americano Hoover pensava che grande crisi dei mercati si sarebbe risolta senza un’azione del governo. Sbagliava. Infatti ci volle il New Deal di Roosevelt e l’intervento massiccio dello Stato per risolvere la questione.

Immaginiamo di avere anche oggi uno Hoover a capo del governo mondiale e lasciamo fallire la Grecia senza far nulla.

Quel che accadrà immediatamente è che i tassi di interesse sui titoli di stato europei schizzeranno alle stelle insieme allo spread. Questo significherà che, di fatto, non si potrà più finanziare il debito, perché solo l’aumento dei tassi lo farà aumentare vertiginosamente.

A questo punto, l’euro crolla e il dollaro si rivaluta, raggiungendo il valore scambio dello 0,8% o peggio.

Ovviamente, questo significa che, a uno a uno e in tempi brevi, tutti i paesi europei a cominciare da quelli periferici vanno in default perché non riescono a pagare tassi di interesse a due cifre sul debito pubblico, ma anche l’economia americana va a pezzi perché un dollaro così alto le impedisce del tutto di esportare i suoi prodotti. Fine del mondo, versione 1.0.

Ma niente paura. Come scrivevo nell’articolo della volta scorsa, sicuramente l’Europa ha un “Piano B”, nel caso la Grecia fallisca.

Una soluzione potrebbe essere che la BCE finanzi illimitatamente, a tempo indeterminato i paesi virtuosi. Ma la crisi europea sta distraendo il mondo da qualcosa di davvero preoccupante che si sta verificando proprio in quello che, almeno per qualche anno ancora, è il paese più importante al mondo.

Per ridurre il debito in Europa si propongono interventi strutturali che mirano a ridurre lo stato sociale e, più in generale, la spesa pubblica ispirandosi un po’ al vecchio modello americano, quello del liberismo assoluto. Ma ecco che, in controtendenza, Obama sta copiando l’Europa, e aumentare i servizi, l’assistenza sanitaria ecc. Ma questo significa aumentare la spesa pubblica e quindi il debito pubblico. Basti pensare che negli ultimi tre anni, nonostante una crescita molto ridotta, gli USA hanno raddoppiato il loro debito pubblico che, nei prossimi anni, aumenterà ancora.

Questo debito americano è stato finanziato a tassi dell’1,5%  proprio perché gli operatori oggi preferiscono titoli americani più che quelli europei. Ma cosa accadrà se gli Stati Uniti continueranno, con Obama, a veleggiare proprio verso il modello europeo di welfare che noi stiamo rigettando? Cosa faranno i detentori di titoli di stato americano quando qui in Europa avremo risolto i nostri problemi, ma laggiù ci saranno dentro fino al collo? Come si comporteranno le istituzioni americane per risolvere il problema di un debito enorme in costante aumento? Quando avremo risolto i problemi in Europa, (è solo questione di tempo, forse qualche anno) i problemi arriveranno degli Stati Uniti, dal loro debito pubblico e dai loro titoli di stato in mano agli stranieri. I tassi aumenteranno, il debito andrà fuori controllo. Ma se gli stranieri, a quel punto, cominceranno a vendere titoli di stato americani chi finanzierà il debito pubblico americano?

Gli Stati Uniti non sono la Grecia, non possono andare in default. Però cosa faranno gli operatori in quella situazione? Grandi domande, completamente aperte, che però aprono gli scenari della Fine del Mondo, versione 2.0.

Anche se in questo momento non riesco a vedere chiaramente una via d’uscita, sono convinto che le cose non andranno così. I politici interverranno, gli Stati troveranno una soluzione. E alla fine, come è sempre successo finora, le cose si aggiusteranno. Per questo continuo a comperare Italia e materie prime.

Incrociando però anche le dita…

DULCIS IN FUNDO

Oggi vi segnalo un fondo Plurinma European Absolute Return che ha come obiettivi quello di produrre rendimenti assoluti positivi con bassa volatilità e bassa correlazione con i mercati finanziari. Qualche dato statistico: downside Risk 3,66, Sharpe 0,32%, Sortino 0,32%. Un fondo per coloro che vogliono delegare la gestione dei soldi ad un buon gestore senza avere grandi oscillazioni di prezzo.

 
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Pubblicato da su novembre 16, 2012 in Uncategorized

 

JACKFLY apre la Settimana della Comunicazione, con Italiani di Frontiera

Lunedì 1 Ottobre si apre a Milano La Settimana della Comunicazione 2012, la più grande iniziativa italiana dedicata alla comunicazione. Un evento collettivo, annuale, diffuso in molti spazi della città di Milano, con un calendario di sette giorni di iniziative gratuite e aperte alla città. JACKFLY, sarà partner dell’evento di apertura: la conferenza spettacolo di Italiani di Frontiera, un viaggio “Dal West al Web”, dall’Italia a Silicon Valley e ritorno, esperimento di giornalismo creativo e indipendente, ideato, organizzato e realizzato dal giornalista Roberto Bonzio. Attraverso storytelling multimediali di forte impatto emotivo, IdF combina racconto e nuove tecnologie per indagare con un pizzico d’ironia sui segreti di talento e spirito d’impresa degli italiani, sul perchè vengano esaltati nella culla mondiale dell’innovazione e su stereotipi e cattive abitudini che occorre rimuovere perchè non vengano mortificati in patria.

JACKFLY è un Progetto multimediale culminato in un avvincente romanzo thriller finanziario accolto con successo da critica e pubblico  (scaricabile gratis su www.jackfly.net), “Jackfly – La ribellione” ha convertito in fiction un’esperienza vera vissuta sulla propria pelle dall’autore, Nicola Scambia. Che si è riconosciuto in alcuni dei valori portanti di Italiani di Frontiera: tenacia, creatività e spirito d’impresa. E che da esperto del mondo finanziario ha firmato pure un saggio-manuale, “Guadagnare in Fondi Oggi” (scaricabile gratis su www.nicolascambia.net).

Vi aspettiamo lunedì 1 Ottobre, alle 10, a Milano, al Palazzo dei Giureconsulti (piazza Mercanti 2), nella Sala delle Colonne, per la presentazione multimediale di Italiani di Frontiera.

 
 

Sano patriottismo

La crisi che stiamo vivendo evidenzia innanzi tutto la mancanza di spina dorsale dei politici europei che hanno lasciato che il “problema Grecia” si ingigantisse a dismisura. Ma, tant’è: in ogni caso una svolta ci dovrà pur essere, e se tra qualche anno l’euro esisterà ancora, sarà per forza di cose una moneta forte all’interno di un apparato istituzionale ben organizzato. Ma la partita bisogna giocarla adesso, e con fermezza.

Fino a un certo punto, il comportamento della Germania è condivisibile: i tedeschi non vogliono pagare il debito di altri paesi che in questi anni hanno scialacquato o, peggio, barato. La Merkel fa quello che conviene di più al suo paese, con una serie di misure che probabilmente adotteremmo anche noi se ci trovassimo nella situazione della Germania.

Su due le questioni, però, non sono d’accordo.

La prima si chiama Grecia. All’inizio, la Merkel sembrava decisa a far uscire la Grecia dall’Euro. Ora invece sembra aver cambiato idea. Però, tenere la Grecia nell’euro è il peggiore segnale che si possa dare. Significa che non si ha nulla da perdere a non pagare i debiti, e che si può barare sui conti senza conseguenze. Non mi meraviglierei, allora, che dopo la Grecia anche la Spagna, il Portogallo e l’Italia decidessero di non pagare i loro debiti.

In realtà, se la Grecia rimarrà nell’euro, saranno alte le probabilità di un fallimento della moneta unica, non oggi ma tra qualche anno. Ecco perché credo che l’UE abbia nel cassetto il piano B, che poi è la migliore soluzione alla crisi… l’uscita della Grecia dall’euro.

Contemporaneamente all’uscita della Grecia dalla moneta unica, la Banca Centrale Europea (come già ha fatto la Fed americana) sarà pronta sostenere l’euro aiutando in modo illimitato e a tempo indeterminato i paesi in difficoltà ma con un chiaro ammonimento: chi bara o non fa il possibile per risanare i conti esce. Punto.

Certo, i titoli greci si trovano principalmente nelle banche tedesche e francesi, e questo può spiegare in parte la riluttanza della Merkel a buttar fuori la Grecia. Ma, d’altra parte, se le cose andranno come auspico, qualche banca tedesca o francese si troverà in difficoltà, ma la contropartita sarà la fine della grande paura. Per qualche giorno, o qualche settimana i mercati finanziari scenderanno, ma sarà l’ultimo ribasso. Inoltre il popolo greco non sarà costretto a nuovi sacrifici per manovre che lo stanno rendendo sempre più povero, e presto riuscirà a rifarsi fuori dall’euro, utilizzando un potete strumento finanziario come il cambio dracma contro l’euro e il dollaro.

La seconda questione su cui non sono d’accordo è lo spread. Non è concepibile che sul debito pubblico l’Italia paghi 97 miliardi di interessi, mentre la  Germania ne paga solo 17. In passato l’Italia si poteva difendere svalutando. Oggi si trova prigioniera in una morsa che potrebbe soffocarla se non ci sarà una forte reazione, tanto di noi investitori e risparmiatori, quanto del governo. Un’idea, potrebbe essere quella di non comprare più troppi prodotti tedeschi per far sentire alla cara signora Merkel un po’ di crisi…

Lo confesso: io ho iniziato.

DULCIS IN FONDO

Il fondo di oggi è molto speciale, e non mi meraviglierebbe se ottenesse rendimenti dell’1% al mese – o più – nei prossimi anni. Si chiama Atomo Global Flexible e la strategia che mi ha convinto è la seguente: il controllo del rischio viene fatto nel modo più efficiente possibile, ovvero con opzioni sugli indici dei maggiori mercati al mondo; può spaziare in qualsiasi classe di investimento, azionaria o obbligazionaria;  Infine la società per la gestione di questo fondo, dal maggio del 2012, si avvale della consulenza di un esperto, che fino a qualche tempo fa gestiva capitali di proprietà di banche. E, come sappiamo, le banche fanno gestire i propri patrimoni solo a fuoriclasse.

 
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Pubblicato da su settembre 23, 2012 in Attualità

 

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Il promotore che verrà

Il grande Lucio Dalla se ne è andato, ma ci ha lasciato almeno una canzone per pensare al futuro. Caro amico, ti scrivo… la ricordano tutti. E a me è tornata in mente insieme a un sacco di altre canzoni (tipo: Cosa resterà di questi anni Ottanta, di Raf), quando mi è stato chiesto di dire la mia sull’evoluzione del promotore finanziario. Anche Bruci la città di Irene Grandi sarebbe un buono spunto, ma non esageriamo. Comunque, ecco un po’ quel che penso. In libertà.

Secondo me ci sono due possibilità.  La prima è che entro due anni la specie del promotore finanziario si sia estinta. Basta che dall’Unione Europea arrivi una direttiva che impedisca la retrocessione delle commissioni di gestione dai fondi, e del promotore finanziario, così come è stato pensato in Italia, resterà solo il ricordo. Se questa ipotesi si verificasse, le banche potrebbero cercare di assumere i migliori sul mercato ma gli altri andrebbero a vendere pale eoliche o spazi pubblicitari per cartomanti (guadagnando, a volte, anche di più).

La seconda possibilità è quella che è già in atto, per realizzarsi richiede almeno cinque anni, ma alla fine comporta lo stesso una drastica diminuzione del numero di promotori in circolazione.

Chi ci saluterà per sempre? Be’, molti di coloro che hanno iniziato questo lavoro nel secolo scorso vendendo fondi con il 7% di commissioni di ingresso si toglieranno di mezzo. Per intenderci la generazione 1940-50, e quelli che, magari, sono anche più giovani, ma hanno imparato la solita manfrina per tranquillizzare il cliente che perde: “Per vedere risultati in borsa ci vogliono almeno dieci anni”, che poi diventano venti, e poi l’infinito. Venditori d’assalto, rubati al settore aspirapolvere al quale dovranno tornare. Questa gente si estinguerà perché quando il gioco si fa duro, certe manfrine non reggono più e i clienti sono sempre più scafati.

Poi ci sono quelli che vendono sempre i soliti 4 o 5 fondi per tutte le stagioni, (quelli che rendono meglio al promotore finanziario oppure quello francese da 25 miliardi adatto a gente pigra e ricca). Si tratta di un gruppo di esemplari in via di estinzione che vivacchiano solo in aree protette, aiutati da clienti parenti o amici benestanti in vena di beneficenza. Ma saranno questi stessi amici e parenti a imbracciare la doppietta quando capiranno che, se vogliono guadagnare, devono farsi assistere da gente di tutt’altro stampo.

Da un calcolo approssimativo deduco che, eliminando queste due categorie, si elimini il 50% dei promotori finanziari in circolazione. Poco male: tanto già oggi il 50% dei promotori finanziari non sbarca il lunario con questo lavoro e, per arrotondare, deve fare altro. Meglio che si dedichi a tempo pieno a questo “altro”.

A questo punto, visto gli spazi che si liberano, è probabile che qualcuno ci si vorrà infilare. Potrebbero essere gli ex-gestori, quelli che non hanno mai spiccato per performance ma sono laureati, parlano l’inglese e hanno la parlantina giusta per pararsi la parte mediana posteriore del corpo in caso di grosse cappellate. È gente che si è formata per battere il bechmark, ossia se un mercato perde il 40% e perdono il 35% si considerano bravi. Anche loro avranno vita breve e magari li ritroveremo dopo un po’ a smistare il traffico delle autostrade, tenendo come punto di riferimento il benchmark dell’ora di punta del martedì. Come disse, insomma, Lucio Dalla: “…e senza tanti disturbi qualcuno sparirà. Saranno forse i troppo furbi e i cretini di ogni età.”

A quel punto, sfrondati i rami secchi, le cose potrebbero davvero mettersi a funzionare. Non credo ci sarà un ordine professionale e una cassa di previdenza (l’Unione Europea ha fatto chiaramente capire che non intende creare nuovi ordini professionali, ma potrebbe fare qualche eccezione). Però, sarà permesso ai promotori finanziari di organizzarsi in società per fornire un servizio di assistenza eccellente di concerto con la banca in cui si opera. Le banche, a loro volta, forniranno ai consulenti un’operatività adeguata. Le principali reti di vendita si rafforzeranno e la guerra si sposterà decisamente sul piano tecnologico.

Le banche più competitive avranno i migliori consulenti che sapranno utilizzare i prodotti più performanti con facilità e competenza. I clienti, passata la moda dei consulenti di investimento indipendenti (che non servono a nulla di buono e non sono nemmeno indipendenti), cercheranno persone in grado di farli guadagnare e non si accontenteranno più di farsi raccontare che le perdite oggi saranno compensate da meravigliosi guadagni in un futuro indefinito.

La crisi durerà ancora a lungo, e la capacità di risparmio degli italiani sarà sempre minore del passato, proprio  per questo ogni cliente si preoccuperà sempre di più di avere al proprio fianco  i promotori della nuova generazione che sapranno come muoversi perché avranno le competenze tecniche, la formazione culturale e l’approccio dinamico e serio di chi questo lavoro lo fa per scelta e non per caso. E a quel punto, anche il terribile nome, “promotore finanziario” sarà cambiato. Sostituito da…

Questo lo lascio a voi. Come dice Dalla “… io mi sto preparando. È questa la novità.”

Spero di non essere il solo.

 
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Pubblicato da su luglio 16, 2012 in Attualità

 

Siete pronti? Siete caldi? Ànch’io

Nel 1987 Madonna tenne il suo primo concerto in Italia, in quello che si chiamava ancora Stadio Comunale di Torino. Iniziando il concerto rivolse alla folla plaudente due domande dirette: “Siete pronti? Siete caldi?” E al pubblico che rispondeva entusiasticamente “Sì!” replicò con una formula che si può dire senza tema di smentite sia passata alla storia, “Ànch’io!” con l’accento sulla “a”.

Quattro anni dopo, nel 1991, io ho cominciato a lavorare come promotore finanziario. E da allora questo è un “mantra” che mi sono ripetuto spesso. Bisogna essere pronti. Bisogna essere caldi.

Vent’anni fa potevamo proporre ai clienti una decina di fondi comuni di investimento e altrettante gestioni patrimoniali oltre che una negoziazione titoli molto artigianale. Sembrava già tanto. Oggi io dispongo di 1.800 fondi comuni e centinaia di gestioni patrimoniali e per i clienti che vogliono negoziare sui titoli una tecnologia all’avanguardia. Ma siamo pronti per gestire questa complessità? Una riflessione molto interessante di chi si occupa a livello scientifico della relazione tra economia ed emozione, come Matteo Motterlini, è che, oltre una certa soglia, l’eccesso di offerta, le troppe possibilità, finiscono per paralizzare la volontà. Davanti a troppe scelte, la persona si blocca.

E quindi: siamo capaci di andare a cercare liberamente in tutti i mercati del mondo per individuare, comprare e vendere i migliori fondi in circolazione? In sostanza: siamo pronti? Siamo caldi?

La quota di risparmio delle famiglie italiane che scende vertiginosamente, i titoli di stato che offrono ancora dei buoni rendimenti e un andamento dei mercati incerto mi fa pensare che nei prossimi 24 mesi il patrimonio che gli italiani affideranno al risparmio gestito non crescerà di molto. Il che vuol dire che la torta da spartire sarà più o meno la stessa, ma la competitività aumenterà di moltissimo.

Anche per questo bisogna essere pronti, essere caldi.

D’altra parte le banche, la burocrazia, i controlli e controllori, la tassazione degli switch non ci rendono la situazione più facile. Però, si spera che qualcosa il governo tecnico dovrà pur riuscire a fare nel campo della semplificazione. La catena dell’industria del risparmio gestito nei prossimi anni, dal produttore al consumatore passando dal distributore, sarà completamente stravolta. Una questione semplice che bisognerebbe approfondire, sono le masse di risparmio delle famiglie italiane investite su fondi lussemburghesi, irlandesi, inglesi, francesi, scozzesi e ora anche maltesi, che dal 2003 al 2011 sono passate dal 119 mld a 255 mld. In questo modo lo stato ha perso tutti i benefici fiscali che sono andati negli altri paesi, che non dicono nemmeno grazie. La maggior parte di questi fondi esteri sono appartenenti a gruppi bancari italiani e se il governo creasse le condizioni fiscali uguali a quelle che gli altri paesi dell’Europa riservano ai nostri gruppi bancari, avremmo due effetti immediati: le nostre banche farebbero Sicav in Italia a beneficio di nuovo gettito fiscale e nuova occupazione.

In ogni caso, la situazione cova cambiamenti epocali. I clienti vorranno sempre di più tre cose: assistenza per pagare meno tasse su titoli e fondi; rendimenti stabili (e questo significa che sopravviveranno e prospereranno solo i migliori gestori), e la ragionevole certezza che i rischi che si corrono siano ripagati. E bisognerà essere in grado di offrirle. Voi siete pronti? Siete caldi? Ànch’io!

(Per rivedere il video di Madonna basta collegarsi al sito www.nicolascambia.net)

Dulcis in fondo

Mentre il resto del mondo annaspa nella crisi finanziaria c’è un gruppo di paesi, molti senza debito pubblico, per i quali i giovani non sono un problema ma un opportunità e stanno andando decisamente in controtendenza. Penso al Sudafrica, agli Emirati Arabi, all’Egitto, al Qatar, al Kazakhstan, alla Nigeria, ma anche alla Malesia e al Vietnam. Sono paesi a caccia di capitali con un mercato borsistico piccolo. Io non direi di andarci a investire direttamente con ETF o comprando titoli, ma non li trascurerei affatto. Il fondo rimane il mezzo migliore e più economico; bisogna soltanto tenere monitorato l’investimento per ottimizzare eventuali eventi inaspettati. Tra i fondi interessanti in questo settore ne cito qualcuno: Templeton Frontier Market, HSBC Frontier Market, Baring Asean Frontier Fund, Silk Frontier Market.

 
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Pubblicato da su maggio 14, 2012 in Attualità

 

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“guadagnare in Fondi OGGI” al Trofeo Judo Expo 2012

Il weekend del 5 e 6 Maggio siamo stati presenti con “guadagnare in Fondi OGGI” al Trofeo Internazionale di Judo Expo 2012, a Sesto San Giovanni, attraverso la sponsorizzazione all’evento. La manifestazione ha compreso anche una competizione giovanile, il Criterium Giovanile “Città di Sesto San Giovanni”, alla cui premiazione si riferisce la foto.

Una presentazione dei risultati è visibile su Italia Judo, Per un’ampia selezione di fotografie, si può accedere alla Gallery sulla pagina Facebook di ItaliaJudo.

 

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