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JACKFLY – Il Romanzo – Leggi la terza parte

06 Feb

Siamo arrivati alla terza ed ultima parte del romanzo JACKFLY: di cui, nelle scorse settimane, abbiamo pubblicato la prima e la seconda parte; se volete acquistare il libro, utilizzate questo link

Casa di Jack La Mosca
Ore 6.30 del 6 dicembre

L’anno se ne va assai dolcemente, senza fermarsi un istante
a riflettere, senza lasciare a nessuno, ma proprio a nessuno,
un attimo di respiro. Siamo solo ai primi di dicembre e
quest’anno, come da qualche anno a questa parte, è tornata
la neve. E tutti hanno dimenticato all’istante di aver fatto
finta di lagnarsi che non ce n’era più, ma si sono messi a
imprecare contro la fanghiglia, il freddo, l’umido, i ritardi, le
congestioni. Insomma contro se stessi che, diventati adulti,
si sono scoperti incapaci di godere di qualsiasi cosa che non
sia un sonno duro, sordo, senza sogni. Un sonno quasi
impossibile da raggiungere.

Tu, Jack, non appartieni alla categoria degli insoddisfatti.
Quando ti svegli con Céline tra le braccia, non pensi a quel
che c’è fuori di casa. Affondi il viso nella sua nuca, respiri la
sua pelle, i suoi capelli, ti viene subito fame, e non solo di te,
come diceva il Poeta, e ti viene voglia di far tutto. Persino di
fissare un incontro con Mancini e Sturli. «Piccola, ti ho portato
la colazione.»
«Uhmmm…»
«Ieri è stato bellissimo. Grazie.»

«Pre… go. Ma che… che ore sono?»
«Le…»
«No, non dirmelo. Preferisco non saperlo. O meglio, dimmelo
pure, ma con cautela.»
«Le sei e trenta.»
«Oh, no… Uhm… ma che lavoro fai… veramente!? Si può
sapere?»
«Lo sai. Il promotore finanziario. Quando me lo permettono.
»
«No, non ci credo più… Per me consegni quotidiani… Servizio
Ore 7 del Corriere della Sera nelle case delle famiglie
milanesi. Ma quanti cavolo di promotori finanziari ci sono in
Italia?»
«Circa ottantamila.»
«E quanti si svegliano… alle sei del mattino tutte le mattine?
»
«Non lo so.»
«Te lo dico io?»
«Dimmelo.»
«Uno… quello che frequento io.»
«Hai fiuto per gli uomini, insomma.»
«No, no. Ho fiuto per i rompicoglioni. E a te, ti ho beccato
subito. Vieni qua, facciamo due chiacchiere prima di alzarci.»
E tu, Jack, ti acquatti di nuovo sotto le coperte.
«Mi hai beccato subito? Ma che dici? Se sono stato io a tampinarti
al corso serale di sommelier…»
«Ah, ah… degustazione vini. Ma va là, che tu eri lì per ubriacarti,
confessalo.»
«Ma no! Ero lì per imparare a scegliere i vini nei pranzi di

lavoro. In effetti prevedevo corsisti beoni e di tornare a casa
ubriaco. Per questo motivo le prime volte lasciavo persino
l’auto a casa. Invece mi sa che tu eri lì a caccia.»
«Allora stavo fresca.»
«Quando ti ho visto la prima sensazione è stata… Beh, sono
stato quasi male, sai.»
«Perché?»
«Perché ti ho voluto subito e nello stesso istante ho avuto
paura di non poterti mai avere.»
«Non l’avrei mai detto. Pensa che, invece, mi avevi fatto pensare
a uno sbruffone. Ti sei seduto vicino a me e hai cominciato
subito ad attaccare bottone.»
«Davvero? Sai che non me lo ricordo? Pensa che io ero convinto
di aver fatto la figura del timidone. Eh, avevo perso
completamente la testa. E senza neanche aver fatto un
assaggio. Quelli mi facevano assaggiare il vino e mi chiedevano
se sentivo profumo di uva, mandarino, fieno tagliato,
violette, legno fresco, e io invece sentivo solo odore di te.»
«Ehi, guarda che mi sono sempre lavata un sacco.»
«Ah, su questo ho i miei dubbi. Io, vicino a te ho sempre
sentito un grande odore di sesso.»
«Perché sei matto.»
«Perché sono innamorato.»
«Come?»
«Hai capito benissimo. Ti amo. Ma adesso non mi distrarre,
che mi piace ricordarmi di quel periodo. Allora, loro mi
chiedevano se sentivo un sapore di lana bagnata, e io sentivo
sapore di cosina bagnata… Loro mi chiedevano se percepivo
la fragranza dei fichi, e io…»
«Lascia perdere, ho capito.»

«Ma la cosa che mi faceva davvero impazzire era quando
degustavi. Secondo me tu mi avevi sgamato e ci marciavi.»
«Ma che dici?»
«Dai, lascia stare. Ti mettevi in bocca troppo vino e te lo
rigiravi tra le guance, e poi aspiravi, dilatavi le narici…»
«Ma Jack, mi dipingi come una specie di scimmia. Quasi
quasi mi offendo!»
«Non offenderti. Tu ti contorcevi…»
«Ma io non mi contorcevo affatto!»
«…e io mi eccitavo. Poi quando inghiottivi… Beh,
insomma…»
«Ma che maiale!»
«Perché, ti giunge nuovo?»
«No, no, lo so benissimo. Ma torniamo un attimo alla questione
che mi interessa di più. Insomma, tu saresti innamorato
di me?»
«Sì, lo confesso. È da allora che cerco di negarlo. Da quanto
il professore di degustazione… come si chiamava?»
«Cernuschi, mi pare.»
«Brava! Sì. Sì… Ho anche provato a sentire se aveva soldi da
investire…»
«Sei sempre il solito. Era una persona molto simpatica. E
anche un bell’uomo. Castano chiaro, con la barba. L’esatto
contrario di te.»
«Ah, adesso capisco tutto. Secondo me ti puntava e tu gli
davi corda.»
«Ma smettila! Comunque, non era male.»
«Sì, sì. Lascia perdere. Io non capivo niente, confondevo il
Müller Thurgau con il Cannonau perché ero cotto di te e tu
filavi il professore.»

«Non è vero che filavo il professore. Filavo te.»
«E ti è piaciuto quando ti ho regalato quella bottiglia di vino
con l’etichetta modificata?»
«Certo che mi è piaciuto. Céline Vin Rouge.»
«Céline Vin Rouge: rosso francese, fruttato che richiama il
profumo di…»
«Vieni qua scemo… anche oggi mi hai svegliato all’alba…
Devo imparare a rimanere sempre a casa mia a dormire,
sennò poi mi vengono le occhiaie e non ti piaccio più.»
«Mi piacerai sempre, di questo puoi star certa. Mi sei dentro.
»
«Questa cosa è molto bella» risponde Céline, con la voce che
le si abbassa. Ed entri anche tu dentro di lei, mentre pensi
che in fondo non sapete davvero quasi niente l’uno
dell’altra. Ma anche questo è bello: vuol dire continuare a
scoprirsi, continuare a cercarsi.
Poi, dopo aver fatto l’amore, questo stesso pensiero si colora
di una tonalità più oscura: già, non sapete nulla l’uno
dell’altra. Tu non sai niente di lei, in fondo hai pensato addirittura
che potesse averti tradito, venduto alla Nattan.
«Un giorno mi dirai quanti hanno degustato il Céline Vin
Rouge?»
«Neanche per idea. Ti deve bastare che ti amo, Otello.»
«Tu dici? Io non lo so. Prima o poi ti inietto del pentotal, mi
faccio dire i nomi e non ci sarà più nessuno sulla terra che
potrà dire di avere degustato il Céline Vin Rouge.»
«Ah, viene fuori il sangue caliente del meridionale focoso…»
Céline non sta al tuo gioco. Ti abbraccia e ti fa una carezza
sul petto: «Il passato è passato, Jack. Quel che conta è il presente
».

Ma tu non molli: «Ah, certo, la fai facile tu. Ti fa comodo».
C’è qualcosa dentro di te che non si placa. E allora Céline si
stacca da te di scatto, si allontana verso il suo bordo del letto
e, mentre ti guarda negli occhi, ti sussurra, con un’aria tra il
suadente e il minaccioso: «Di’ un po’, che cosa hai combinato
con Alessandra?»
E ora sei tu, Jack, ad accusare il colpo. Ti alzi e lentamente
vai in cucina, senza rispondere. Già, cos’hai combinato con
Alessandra quella sera, quando ti è venuta a trovare a casa
dopo averti conosciuto al Pianeta Donna? Tu lo sai: è stata la
scopata di una sera, una sera di tristezza e di sconforto.
Tu lo sai che Céline è un’altra cosa. Ma Céline cosa sa di
tutto questo? Niente, non dovrebbe saperne niente. Ma,
allora, potrebbe aver intuito qualcosa? Potrebbe bluffare?
Potrebbero aver parlato lei e Alessandra? Mentre bevi un
bicchiere d’acqua, senti la voce di Céline dalla camera da
letto: «Porti anche a me un po’ d’acqua, Jack?»
Vedi che differenza c’è tra le donne e te, Jack? Lei sa tutto di
te, anche che stai bevendo l’acqua senza vederti. E tu, cosa
sai di lei? Allora, prima versi un altro bicchiere d’acqua, poi
metti su il caffè stando attento a non fare alcun rumore,
quindi ritorni verso la camera da letto. Lungo il tragitto
decidi di non fare nulla. Di lasciare a lei l’iniziativa.
Céline ti aspetta seduta sul letto, con il seno nudo e il suo
sorriso. «Vieni, pasticcio. Grazie per l’acqua. Hai fatto bene
a metter su il caffè.»
«Ma… ma come cazzo fai a sapere che ho messo su il
caffè?»
«Come faccio? Lo so e basta. Perché, non è vero, forse?»
Niente da fare, vecchio Jack.

«Hai telefonato a Mancini?»
«No, non ancora.»
«E quando pensi di farlo?»
«Non so. Potrei farlo anche domani. Così, magari mi fissano
un appuntamento entro venerdì.»
Céline sorride. È entusiasta, si vede. Tu, invece, ci stai
ancora rimuginando su: «Ascolta, io non so se telefono».
«Perché?»
«Perché non sono tranquillo.»
«Che significa?»
«Significa che non sono sicuro che sia una buona idea.»
«Io invece penso di sì, Jack. Credo che Alessandra ci abbia
dato un’ottima idea.»
«Ne hai parlato anche con lei?»
«Sì, ne abbiamo parlato.»
«Eppure non sono convinto. Lo sai, sono un uomo di pace.»
«E infatti non devi fare la guerra. Solo che ogni armistizio
deve portare a qualche beneficio. Sennò è una sconfitta.»
«Vedo che sei molto sicura.»
«Io sì. Tu invece… cosa c’è veramente?»
«C’è che… no, niente. D’accordo. Chiamo Mancini. Ma
domani.»

Casa di Jack La Mosca
Ore 21.45 del 6 dicembre

Finalmente una serata a casa da solo. La prima, dopo l’ospedale.
Prima dell’ospedale, invece, l’ultima serata da solo non
era stata piacevole: era venuto quel porco di Edoardo Corradi
a dirti di cedergli i tuoi clienti. Ma basta, per una sera

non vuoi pensare a caso sgradevoli. Céline è a una cena di
lavoro, tu non aspetti nessuno e assapori il piacere di un
completo relax in totale solitudine. Certo, anche all’ospedale
sei stato solo spesso, specie di sera e di notte. Ma era una
solitudine che ti era stata imposta, e ti pesava. Era una solitudine
piena di fantasmi. Ora, invece, è bello essere di nuovo
a casa. Il programma della serata è semplice: mangiare qualcosa,
guardando un po’ di televisione, poi mettere su un
disco, fare qualche telefonata agli amici, magari addirittura
leggere un libro. Non pensare a niente finché non ti sentirai
pronto a concepire esclusivamente pensieri positivi.
Mentre giri per la cucina recuperando qualche scatoletta di
tonno da mangiare senza neanche aprirla, rifletti sull’ipotesi
di chi potrebbe essere stato a dire alla Nattan delle e-mail di
Imperiali. Pensi a Céline. Ne hai ingiustamente dubitato,
l’hai pure tradita. Stranamente, poi, con Alessandra e le sue
gambe non c’è stato più nulla, non vi siete più cercati e
quando lei ti è venuta a trovare in ospedale lo ha fatto per
lavoro. È una donna interessante, che si dà, ma non si lascia
possedere. Utilizza il suo corpo come bene di scambio.
Potrebbe fare il doppiogioco per una notizia, per una buona
scopata e per soldi. È più facile innamorarsene che riuscire a
farla innamorare. Ma poi, in realtà, non è neanche tanto
facile innamorarsene, perché gioca fin troppo scoperta. Su
Céline, invece, ti sei sbagliato. E Giovanni? È intelligente,
ma ti avrà perdonato completamente per la morte del padre?
È stato lui però che ti ha informato delle e-mail. Che senso
avrebbe metterti in allerta? E Francesca? Se la Nattan gli
avesse offerto un buon contratto di dipendente bancario,
come ha fatto con Esposito? Cosa avrebbe fatto? No, non ti

tradirebbe mai. O sì?. E passando a Mirko… Beh, Mirko è
un amico. È andato pure da Esposito e lo ha registrato. A
Céline non piace? Pazienza, peggio per lei. Su questo è lei a
sbagliare.
Certo, che anche Mirko si sia trovato all’ospedale proprio
mentre c’eri tu è una coincidenza singolare. Ma insomma, in
fin dei conti, qualcosa la fortuna ogni tanto deve pur concederla,
no?
Il fatto è che questa storia, e il pensiero ti viene in mente
mentre sparecchi rapidamente il vassoio, butti tutto nel
lavandino e ti versi un altro calice di Anna Maria Clementi, ti
ha messo davvero in crisi. Tu pensavi di conoscere gli
uomini, e invece ti sei accorto che non è vero. Ti sei sbagliato
su Santini, quando l’hai reclutato pensando che ce
l’avrebbe fatta, e invece è schiattato. Ti sei sbagliato su Mancini
e Salutti, pensando che saresti riuscito a tenerli buoni e a
continuare a lavorare in Nattan Bank. Per non parlare poi
dei tuoi colleghi, che credevi ti avrebbero sostenuto e
invece… li hai visti tu? Infine è spuntato da chissà dove questo
cognome, “Sapone”, e queste aziende che sono l’anagramma
l’una dell’altra. E che rimandano a un altro
anagramma. A un cognome che non avresti mai voluto sentire…
Forse non c’entra nulla. Ma se invece fosse proprio
lui?
Questo pensiero ti dà i brividi. Fantasmi che ritornano,
dolori che ti attaccano con la stessa forza di trent’anni
prima. Lo zio Scignia. Quello zio che rubò i soldi ai tuoi,
indusse tuo padre al suicidio e che poi ti ha aiutato a studiare,
per pietà, per carità… o forse per sadismo. Non si è
più saputo niente di lui. Ma no, non è pensabile che sia pro-

prio lui. Certo che le mani in pasta in cose grosse e di dubbia
legalità le ha sempre avute. Mah…
Allora, domani telefonerai a Salutti per cercare di farti dare i
soldi che ti spettano, certo, su questo non si discute… ma ne
sarai capace? E le persone che ti stanno consigliando… non
è che stai di nuovo sbagliando anche su di loro? Certo, la
Nattan ti ha distrutto, ma forse non ha davvero torto
ragione Mirko quando ti consiglia di mollare il colpo.
Intanto squilla il telefono. Ma tu non lo senti, assorto nei
tuoi pensieri.
Mollare il colpo… In fondo un nuovo lavoro l’hai già trovato.
Che cosa cambiano veramente quei soldi nella tua vita?
Squilla ancora il telefono. E d’accordo: c’è l’orgoglio ferito.
Ma non è più importante… Squilla ancora il telefono. … la
vita serena con Céline, una serata piacevole… Insomma, lo
senti il telefono o no? …come questa. Le ferite, con il tempo,
si risanano. Il telefono continua a squillare. È successo qualcosa.
… e l’orgoglio ti farà meno male. Telefono!
«Ma chi può essere a quest’ora…? Pronto?»
«Pronto, sono Oliviero Sturli. Vorrei parlare con Giacomo
La Mosca.»
Che fai? Inghiotti il boccone o gli vomiti la tua risposta in
faccia? No, meglio rispondergli e basta: sporcheresti la cornetta.
«Sono io. Buonasera, avvocato. La sua telefonata mi sorprende.
»
«Buonasera, La Mosca. Non si sorprenda troppo. Noi due
dobbiamo fare quattro chiacchiere.»
«E di che cosa dovremmo parlare?»
«Di parecchie cose interessanti.»

«Interessanti per chi?»
«Interessanti per lei, La Mosca.»
«Ah, grazie. Allora sarà meglio che prenoti un altro paio di
settimane al pronto soccorso?»
«Non capisco che cosa stia dicendo, ma le posso già anticipare
che non mi piace. Lei parla troppo per i miei gusti.
Comunque, per telefono non mi pare il caso di discutere.»
«Perché? Se qualcuno mi controlla il telefono siete voi.»
«Appunto.»
«Appunto?»
«Appunto. Devo vederla in privato. Quando?»
«Non so, oggi è mercoledì…»
«Facciamo domani, a pranzo, nella saletta privata di Sadler.
Prenoti lei.»
«E se non c’è posto?»
«C’è posto, dica che sarà a pranzo con me. Ci vediamo.»
«Ci vedia…»
«Ah, La Mosca: porti il materiale.»
«Quale materiale?»
«Il materiale.»
Un minuto dopo, infischiandotene di tutti i consigli di
Céline, telefoni a Mirko: «Ascolta, mi vedo domani con
Sturli!»
«E chi sarebbe?»
«È l’avvocato della Nattan Bank. Mi ha chiesto di parlarmi e
ha detto di fissare un appuntamento nella saletta di un ristorante.
Tu che ne dici?»
«Beh, ammazzarti non potrà.»
«Ah, ah! Buona la battuta. Ma ti confesso che per un istante
l’ho temuto.»

«Di cosa credi voglia parlarti?»
«Non so esattamente. E ti dirò che la cosa mi ha sorpreso,
tanto più che, come sai, ero io sul punto di telefonare alla
Nattan. Adesso però rimando.»
«Beh, questa può essere un’idea. Almeno prima capisci che
cosa vuole.»
«Il materiale.»
«Cosa vuol dire?»
«Mi ha chiesto di portargli il materiale.»
«E non ha specificato?»
«No.»
«Dev’essere un osso duro.»

Milano, Ristorante Sadler
Ore 13.00 del 7 dicembre

Da Sadler si mangia bene, ma l’arredamento è un po’ freddo.
Almeno, non ci sono gli ottoni assirobabilonesi e non sembra
di essere nella tomba di Tutankhamon, però con un
arredamento così non stacchi mai veramente dal lavoro. E
infatti, ora che ci pensi, ci sei andato quasi sempre a mezzogiorno,
e l’unica volta che sei andato a cena è stato…
quando è stato? Ah… con la cavallona, Daniela, un gestore
del fondo emerging markets che vendi.
Dai, raccontamela un po’ Jack. Ti prego… Grazie.
La prima volta che siamo andati a prendere un aperitivo ha
voluto pagare lei. Non c’è stato nulla da fare. Mi ha impedito
categoricamente di mettere mano al portafogli. Personalmente
la penso all’antica, pago sempre io quando sono con
una donna. Però, mi pareva brutto contraddirla troppo e ho

ceduto. Che caratterino, mi sono detto.
La seconda volta che ci siamo visti era a pranzo e ha assolutamente
insistito per fare alla romana: «Ah no, dividiamo,
Jack!» E dividiamo. Tanto mica si tratta di utili.
La terza volta che l’ho invitata fuori, ho prenotato proprio
da Sadler. Ma lei ha parlato di lavoro tutta la sera. Non solo:
aveva il cellulare che vibrava di continuo e lei che rispondeva
in italiano, francese, inglese, tedesco e un’altra lingua che
non oso neanche immaginare cosa fosse.
Alla fine è stato come se avessi mangiato da solo. «Ah, sono
stata benissimo. Posto tranquillo, si mangia divinamente e se
ti telefonano senti tutto senza dover alzare il volume del
ricevitore.»
Arriva il conto. Lo artiglia.
«Uhm… Sono 115 euro a testa. Che facciamo? Pago con la
carta di credito e tu mi dai i contanti?»
«Mi farebbe piacere se potessi offrirti questa cena, Daniela.»
«Mi farebbe piacere se mi lasciassi pagare la mia parte:
voglio essere padrona delle mie azioni, io.»
E chi te le tocca più? Poi se hai bisogno di un consiglio su
quando e come venderle, non chiederlo a me, però!
«Dove si trova adesso, La Mosca?» ti riprende la voce di
Sturli.
«Come, prego?»
«No, dico, la vedo distratto.»
«Ah, scusi. Stavo pensando all’ultima volta che sono venuto
qui. Ma non sapevo che avesse anche delle sale riservate.»
«Le piace o preferisce le tovaglie a quadrettoni bianchi e
rossi?»

«Sì, e una buona mozzarella di bufala su una fetta di pane
abbrustolito bella sfracicata d’aglio e ppommodoro» hai
detto proprio così, ppommodoro con due “p” e due “m”, e
l’avvocato Sturli ha impercettibilmente storto il nasino, mentre
ha tirato fuori dal taschino della giacca un portablister in
acciaio, l’ha aperto e ne ha estratto una pillola.
«Le dirò, potrei star male.»
«E perché? L’aglio non le piace?»
«Grazie, preferisco vivere.»
«E le cipolle? Sa che a Tropea ce ne sono di fantastiche,
grosse come meloni? Quando uno decide di fare l’imprudenza
di pelarle deve avvertire il vicinato, entro i duecento
metri, per la distribuzione gratuita di maschere antigas. Pensi
che ai tempi del movimento studentesco le usavano come
lacrimogeni… Ora, invece, ci fanno anche il gelato… Eh i
tempi cambiano…»
Sturli ti sembra leggermente impallidito. «Ehm, interessante.
Possiamo parlare d’altro se non le dispiace?»
«Sì, d’accordo. Però non mi ha detto se le piacciono.»
«No, non mi piacciono. Ordiniamo, che ne dice? Il cameriere
aspetta» fa Sturli, volgendo lo sguardo implorante
verso di lui, che incombe sul tavolo. «Lei cosa prende, La
Mosca?»
Tu guardi sulla lista e ordini il menù degustazione. Ovvio.
«E io» fa Sturli, «un’insalata di patate lesse.»
Il cameriere, che è di classe, muove solo, impercettibilmente,
la parte sinistra del labbro. Ma tu, che di classe non sei mai
stato, ci sguazzi: «Come “patate lesse”, Sturli? Siamo nel
miglior ristorante di Milano e ordina patate lesse? Ma allora
veniva a casa mia e gliele preparavo io.»

Sturli, fosse un lama, ti sputerebbe addosso. O, meglio, non
lo farebbe perché sarebbe un lama con la puzza sotto il naso.
Ma è un cobra e sibila: «Non ci siamo, La Mosca. È dalle
patate lesse che si riconosce la qualità di un ristorante, non
lo sapeva?»
Lui sorride, tu sorridi. Sarà meglio venire al dunque. «Lei sta
giocando sporco, La Mosca.»
«Non mi dica queste cose che mi manda per traverso il
vino.»
«Lasci stare, non faccia lo spiritoso. Lei è entrato illegalmente
nella posta di un nostro area manager e ha carpito
informazioni riservate. Poi ha sguinzagliato la sua amante
che è andata in giro a fare domande ai nostri dirigenti spacciandosi
per un’altra. Lo sa che potrei denunciarla?»
Sorridi. Improvvisamente ti senti rilassato. Ma senti anche
un retrogusto di preoccupazione. Chissà come ha fatto
Sturli a sapere tutte queste cose, chi gliele ha dette… Oggi
hai la conferma che ancora una volta qualcuno o qualcuna ti
ha tradito, ma in fondo il fatto che Sturli sappia ti va bene,
perché almeno potrai giocare a carte scoperte. Ma perché ti
ha convocato? Questo te lo deve ancora dire. Quindi, tu nicchi.
«Scusi, e lei tutte queste belle cose da chi le ha sapute?»
«Canali riservati, ovviamente. Ma sul forward dovrebbe
saperlo anche lei che non c’è praticamente nessuna operazione
informatica che non lasci traccia. Gliel’ho detto: potrei
denunciarla.»
Questa frase non ti è nuova. L’hai già sentita da qualche
parte. Ma non è questo il momento di indagare. Meglio contrattaccare.

«Denunciare me? E perché? Io quella persona, quella donna
che dice lei che è andata in giro a far domande ai suoi
uomini, non la conosco. E comunque, scusi, li ha presi per le
palle e gliele ha strizzate finché non hanno parlato, o ha
semplicemente fatto delle domande alle quali loro hanno
risposto? No, perché in questo caso, mi pare che quelli da
denunciare siano i suoi, come li ha chiamati…? Ah… dirigenti.
Quanto poi a questa storia della posta elettronica, non
ne so niente. Però, se vuole denunciarmi, faccia pure. Dovrà
mostrare queste fantomatiche missive segrete che avrei
crackato. Se la sente?»
Adesso anche l’avvocato Sturli ti guarda sorridendo. Chissà,
forse pensa che siate fatti della stessa pasta, a sentirti parlare
in questo modo. Non sa che il tuo cuore batte all’impazzata
e sei teso come ogni persona onesta dovrebbe essere in una
situazione del genere. Bravo!
«Ascolti, La Mosca, vengo in pace e in qualche modo in
veste non ufficiale con l’obiettivo di rimettere un po’ di cose
a posto. Lei è una persona inaffidabile, intrattabile e potenzialmente
pericolosa. Però qualche errore l’abbiamo commesso
anche noi, devo convenirne. Ora è il momento di
chiudere la partita. Che ne dice?»
«Dico che sono d’accordo, avvocato, sul principio. Sono
curioso di capire se saremo d’accordo anche sulla messa in
pratica.»
A questo punto, Sturli si pulisce molto urbanamente le labbra
sul tovagliolo, sempre guardandoti negli occhi.
«Come le dicevo, questa è una mia iniziativa personale. Sono
io che ho proposto alla banca di incontrarci. Loro, glielo
dico chiaro, non solo non erano d’accordo, ma me l’hanno

sconsigliato. Io però ho detto: “Fatemi fare un tentativo.
Possibile che con questa persona non si possa proprio parlare?”.
Allora ecco che cosa le propongo. Lei si impegna
innanzi tutto a non cercare più di penetrare nella nostra
posta, a consegnarci tutto il materiale che avesse eventualmente
scaricato, a non divulgarlo né a utilizzarlo mai contro
di noi, a non farci concorrenza sleale cercando di rubarci i
clienti, a non attivare azioni contro la Nattan Bank. E noi, a
nostra volta, le promettiamo di liquidarle immediatamente
tutte le sue spettanze che ammontano… un attimo che
guardo… a 275.000 euro. Per quel che riguarda invece la
questione del contratto ad personam, lasciamo perdere, non
ne parliamo più. Rinunciamo a farle causa e a richiedere il
milione di euro di penale. Ovviamente, anche lei si impegna
a non intraprendere nessuna azione legale contro di noi.»
Sturli si ferma, beve un sorso di vino e ti guarda. Tu, dopo
qualche istante in cui assumi un’aria molto seria e concentrata,
replichi: «Beh, non mi pare una grande proposta. Non
mi offre nulla di più di ciò cui ho già diritto e mi chiede un
sacco di cose cui non sono affatto tenuto. Capisce bene che
se fosse vero che sono in possesso di informazioni riservate
che non desiderate divulgare, dovrebbe offrirmi qualcosa di
più del minimo per ottenere il suo obiettivo.»
«Lei è in possesso di queste informazioni?»
«Ma che domande mi fa? Non la facevo così ingenuo.»
L’avvocato è piccato. Una domanda come questa denuncia
una certa apprensione, quindi una potenziale debolezza. Ma
recupera in fretta: «Ha ragione. Se le ha le ha, se non le
avesse non verrebbe certo a confessarmelo. Ma vede, non
vorrei che nei suoi calcoli avesse commesso un piccolo

errore».
«E sarebbe?
«Beh, qualcuno della banca potrebbe decidere di venire a
vedere se bluffa. E quando dico venire a vedere non intendo
solo come metafora.»
«Una metaché?»
Sturli sorride. Pensa di avere recuperato terreno. «Ha capito
benissimo.»
Certo che hai capito. Ma oggi sei, finalmente, in piena
forma: «Caro avvocato, non sono io che devo dirle se ho o
no le informazioni che le servono. È lei che deve decidere se
le conviene o no rischiare di vederle divulgate».
«Francamente, non credo di rischiare nulla. Tuttavia, c’è un
piccolo margine di incertezza e per questo potrei anche
essere disposto a concederle qualcosa, in cambio dell’assoluta
sicurezza. Lei cosa propone?»
«Io le propongo tre milioni di euro.»
L’avvocato Sturli ha un sussulto. «Non credo di essere autorizzato
a trattare per una cifra così alta.»
«Come autorizzato? Allora ha un’autorizzazione da parte del
management della Nattan? Aveva detto che si trattava di una
sua iniziativa personale.»
«La Mosca, qua si tratta di milioni di euro. È evidente che
devo avere delle autorizzazioni. E comunque una cifra del
genere non si discute.»
«Va bene, la capisco. Allora ci vediamo in tribunale.»
«No, aspetti. Ho detto che non si discute. Non che non se
ne può parlare. Magari non a questa cifra, ma insomma…
Però dovrei avere la certezza che poi lei non potrà più assolutamente
danneggiarci.»

«Ha la mia parola d’onore.»
«Non so se mi basta. Vorrei avere qualcosa di più.»
«Tipo?»
«La sicurezza che lei non ha fatto delle copie del materiale
che ci consegna. Posso avere questa sicurezza?»
«Non può. Sa, lei mi insegna che è fondamentale diversificare,
avere delle copie delle informazioni è inevitabile. Ai
miei clienti, ad esempio, proprio per ridurre il rischio di perdere
propongo sempre una varietà di titoli e fondi.»
Adesso ti sei messo decisamente a tirare la corda. Vediamo
un po’ come reagisce Sturli: «Questo, però, complica le
cose».
«In che senso?»
«Nel senso che non sono disposto a pagare informazioni di
cui non esiste un originale e di cui potrebbero esistere innumerevoli
e incontrollabili copie.»
«Capisco. Ma cosa vuole? Dovrebbe essere contento che, in
tutta sincerità, le ho fatto presente la questione. E la cosa
dovrebbe farle capire che non ho intenzione di approfittarne.
»
«Da lei, caro La Mosca, non accetto rassicurazioni di questo
tipo. Non mi convince.»
«Invece dovrebbe convincersene. Vede, Sturli, lei e i suoi
compagni di merende della Nattan potete farmi fuori in
ogni istante. E me l’avete dimostrato. Sono stato all’ospedale
per due settimane.»
«Non capisco di cosa sta parlando.»
«Capisce, capisce. Comunque, è evidente che a me conviene
stare buono. Vede, io non le dico che delle informazioni che
eventualmente le darò ho altre copie. Potrei non averne,

come potrei anche averne. Se ne avessi, mi servirebbero
come assicurazione sulla vita, nel caso mi capitasse qualcosa.
Ma finché sto bene e in salute, è assolutamente come se non
ne avessi. E voi potete stare tranquilli.»
«In definitiva mi sta ricattando.»
«Per niente. Sto semplicemente cercando di evitare altre
spese al Servizio Sanitario Nazionale. O, peggio, alla squadra
omicidi. Ci tengo alla mia pelle, se permette.»
«Non faccia il melodrammatico, La Mosca, non le si addice.
Insomma, diamoci un taglio: i termini dell’accordo secondo
lei quali sono?»
«Io mi impegno a rinunciare alla causa di lavoro che ho
intentato contro di voi, a non farvi causa davanti a nessun
tribunale per qualunque altra ragione. Inoltre vi consegnerò
del materiale che vi riguarda e di cui sono in possesso, in
cambio della vostra assicurazione che non attenterete più
alla mia incolumità e della cifra di tre milioni di euro.»
Sturli ti fissa negli occhi. È come se cercasse di capire dove
vuoi e dove puoi arrivare. In quel momento arriva il cameriere
con il conto e glielo porge. Tu, rapido, afferri la fattura:
«Avvocato, mi permetta. Sta a me.»
«E perché mai?»
«Beh, il pranzo è stato interessante e poi ho potuto anche
godere di uno spettacolo extra.»
«E sarebbe?»
«Non avevo mai osservato dal vivo un temibile predatore
che si nutre di patate lesse.»
Sturli accenna a un sorriso. Certo che sei bravo a trovare
complimenti inusuali da fare alla gente.

Fuori del limbo

Non hai dormito bene quella sera. Come faceva a sapere la
Nattan Bank che ricevevi la posta di Imperiali? E delle registrazioni
di Céline? Ma davvero qualcuno del tuo gruppo di
amici ti sta tradendo? Oppure lo hanno scoperto dal computer
di Imperiali. Hai voluto credere che hanno scoperto la
deviazione. Hai voluto credere che nessuno del tuo gruppetto
di fidatissimi ti possa tradire. Un errore che pagherai
molto salato.

Milano, Studio legale Sturli&Sturli
Ore 8.30 del 16 dicembre

L’uomo che esce con passo rapido dallo Studio legale Sturli
sei tu, Jack. E nella valigetta ci sono due milioni e mezzo di
euro. Due milioni e mezzo di euro, ripeto. Praticamente, 5
miliardi del vecchio conio, come dice quel tale alla tv. Sono
in biglietti da 500 euro e te li hanno dati in cambio di una
chiavetta informatica da 250 Mb piena di dati e della sottoscrizione
di una semplice dichiarazione in cui ti impegni a
non fare loro mai causa per nessuna ragione. Te li hanno
dati: diciamo meglio che te li ha dati l’avvocato Sturli. Il suo
studio era deserto. Non c’era neanche la segretaria. E non
c’erano, ovviamente, né Mancini né Salutti, anche se le loro
firme campeggiavano sulla copia della dichiarazione che
l’avvocato ti ha consegnato insieme alla valigetta con il
denaro.
Dopo aver letto la dichiarazione hai sollevato lo sguardo
verso Sturli: «Vedo che non si fa menzione del denaro che
mi date».

«Perché, voleva pagarci le tasse?» sibila l’avvocato.
«No, ma ricordo che in banca uno doveva firmare anche se
prendeva in prestito una biro.»
«Non faccia lo spiritoso» ribatte Sturli. «Non abbiamo citato
il denaro perché non vogliamo si sappia in giro che abbiamo
pagato un promotore.»
Tu hai taciuto, ma un’ombra di amarezza ti ha percorso il
volto. “Non vogliamo si sappia in giro che abbiamo pagato
un promotore”. Eh, già: non si paga un paria, uno schiavo,
un servo della gleba, un intoccabile. Ecco cos’è un promotore
finanziario. “Non vogliamo si sappia in giro che
paghiamo gli schiavi”.
Oggi, quando esci dallo Studio Sturli, sei sempre uno
schiavo, però sei diventato un liberto. La libertà te l’ha
pagata la Nattan. E ad aspettarti c’è il tuo amico Mirko.
Sono le otto e trenta del mattino. La città si sta appena animando.
Mirko ti attende in macchina. Tu entri raggiante e gli
mostri la valigia.
«Grande! Congratulazioni, Jack!»
«Grazie. Ma siamo ancora solo all’inizio. Portami in Banca
Amica, ora. Intanto, chiamo Giovanni. Aspetta che inserisco
il vivavoce, così senti anche tu.»
«Pronto… ciao Jack!»
«Come fai a sapere che sono io?»
«Ma sei proprio giurassico! Non lo sai che compare il tuo
numero sul display del telefonino?»
«Sì, ma io ho impostato la non riconoscibilità del chiamante.
»
«Ah sì? E io sono più furbo di te. Ho un programmino che
legge anche i numeri non disponibili.»

«Che sei furbo non si discute. Allora, sei anche riuscito a
criptare le mie comunicazioni?»
«Ovvio. Quando chiami dal tuo cellulare, nessuno sarà mai
in grado di capire che cosa dici né a chi telefoni.»
«Sei forte, Giovanni. Ti aumento lo stipendio.»
«Perché, da quando in qua ho uno stipendio?»
«Infatti non ce l’hai. Devi studiare, altro che stipendio!
Allora, se sei pronto si parte.»
«Sono prontissimo.»
«Ripetimi un po’ cosa stiamo facendo.»
«Ieri sono entrato nel sito della Consob e abbiamo scaricato
nome, cognome e banca di tutti i promotori finanziari in Italia.
Mi è stato facile risalire alla loro posta elettronica. Poi
abbiamo scritto… anzi ce la siamo fatta scrivere da Alessandra…
una e-mail in cui li avvisiamo che Nattan Bank ha
appena dovuto risarcire un promotore finanziario licenziato
ingiustamente con tre milioni di euro…»
«Devi correggere… Sono due milioni e mezzo. Questa puoi
mandarla subito.»
«Significa che hai i soldi?»
«Esatto. Evadere dalle Banche Alcatraz si può. Dopodiché?»
«Dopodiché, tu non lo sai ancora, ma ieri finalmente sono
riuscito a completare la trascrizione di tutti gli indirizzi dei
rispettivi clienti indicati nell’ultimo loro tabulato che hai
dato a Francesca.»
«Grande! Allora stampa le etichette, imbusta e spedisci
anche a loro la lettera numero 2.»
«Aspetta, quale sarebbe? Così non faccio errori.»
«È quella in cui li informiamo che la Nattan spende i loro
soldi per risolvere controversie con i loro promotori finan-

ziari. Ripetimi quel passaggio, quello che mi piaceva
tanto…»
«Uffa, Jack, ma l’abbiamo letto e riletto ieri.»
«Ehi, truppa. Obbedire agli ordini!»
«D’accordo, generale. Ecco qua: “Capite, finalmente, perché
la Nattan vi ha sempre fatto pagare commissioni più alte di
quelle di qualunque altra banca per investire i vostri soldi.
Non perché sono più bravi o perché vi offrono un servizio
migliore. Macché! È perché devono costituire una riserva
maggiore di quella delle altre banche per far fronte alle cause
che perdono nei confronti dei loro ex promotori. Perché,
come tutte le associazioni per delinquere, devono tenersi
buoni i migliori avvocati, che comunque nulla possono contro
la giustizia…”»
«Basta, basta, sennò mi commuovo!»
«Sì, sì, anch’io!» interviene Mirko, che continua a guidare
verso la Banca Amica. «Questa è prosa leopardiana!»
«Macché Leopardi! Un leopardo è poco. Io sono una tigre
con i denti a sciabola e se potessi li sbranerei senza neanche
togliergli la cravatta, con tutti i vestiti. Passiamo al punto tre»
ordini tu a Giovanni.
«Il punto tre prevede che incrocio la lettera 3 per i clienti
con la e-mail 4 destinata ai promotori finanziari. Nella lettera
ai clienti li si invita a lasciare la Nattan perché ovunque
vadano troveranno sicuramente un servizio migliore, rendimenti
più elevati e costi di gestione decisamente inferiori.
Inoltre, aggiungiamo di stare attenti alle Bio Niscagi e alle
gestioni speciali che sono una trappola tesa dalla Nattan ai
loro clienti per spillargli più soldi. Poi di rivolgersi all’autorità
garante della concorrenza e del mercato e segnalare se la

Nattan gli farà pagare qualche penale qualora cambiassero
banca.»
«Benissimo. E ai promotori cosa mandiamo?»
«Ai promotori inviamo i nomi e gli indirizzi dei clienti Nattan
invitandoli a contattarli. A questo proposito, Jack, ho
fatto una piccola aggiunta all’e-mail…»
«E sarebbe?»
«Ho aggiunto, per ogni cliente Nattan, il profilo con i soldi
investiti indicati nel tuo tabulato e le indicazioni su come
fare per chiedere il rimborso, specificando che copia della
lettera deve essere mandata sempre all’Autorità garante della
concorrenza. Per il rimborso ho trovato il materiale nel sito
Nattan e non mi ci è voluto molto a scaricarlo e allegarlo.»
«Bravissimo.»
«Non è tutto… Ho fatto un’altra cosa, ma non posso raccontartela
per telefono. Devi venire qui per vederla.»
«Di che si tratta?»
«Non posso dirtelo. Ti fidi?»
«Mi fido, mi fido. Sei forte. Te lo dicevo che sei forte, eri tu
che non volevi crederci» scoppi a ridere. «Allora, manda
tutto e tienimi informato, ok?»
«Ok, Jack. A presto!»
Quindi chiudi la comunicazione e non perdi tempo: «Allora
Mirko, la prima parte dell’operazione è completata. Ma c’è
lavoro per tutti, non preoccuparti. Tu sei riuscito a sapere
dove hanno prenotato quelli della Nattan per la cena di
Natale?»
«Sì, certo. Vanno al Petit Prince. E ho anche l’indirizzo di chi
sai…»
«Ti piace giocare a fare il detective, eh?»

«E a te piace fare il capo di stato maggiore, eh?»
«Puoi giurarci.»
«Ma ti sei procurato gli indirizzi di tutti e due quelli che sai?»
«Sì, tutti e due.»
«Benissimo. E adesso chiamiamo Céline.»
«Lei che cosa deve fare?»
«Diffondere la notizia agli organi di controllo.»
«Ah, ma scusa, quelli della Nattan non ti hanno chiesto il
silenzio?».
«Certo, ma io non ho accettato.»
«Come non hai accettato?»
«Non ho firmato nessun contratto in questo senso. Ho solo
accettato di non fare causa.»
«Ma cosa dici, Jack? E i soldi?»
«Me li hanno dati così. Senza nessun impegno da parte mia.»
Il viso di Mirko si irrigidisce nel tentativo non riuscito di
capire. «Insomma, hai intenzione o no di stare ai patti?»
Tu ti ecciti come un matto: «Quali patti? Quali patti? Vedrai
tra un momento che non ci sono patti possibili tra me e quei
bastardi. Adesso, però, devo telefonare a Céline. Ascolta e
vediamo se a poco a poco capisci… Ciao amore!»
«Ciao, Jack. Allora, chi paga il week-end?» risponde lei.
«Io, bellezza!»
«Yahoo!»
«Ehi, ricordati che sei una serissima avvocata del foro milanese.
Allora, passiamo alla fase due?»
«Agli ordini, comandante.»
«Ah, ma allora è proprio un vizio» commenta Mirko.
«Chi è che ha parlato?» chiede Céline.
«Niente, è Mirko, che è qui con me. Ho il vivavoce. Stiamo

andando in Banca Amica.»
«Ciao, Mirko. Che cosa intendevi dire? Qual è il vizio?»
«Sei già la seconda persona, oggi, che si rivolge a Jack dicendogli
“Agli ordini, comandante”.»
«No, guarda che ti sbagli. Giovanni mi ha chiamato generale
» correggi tu.
«Vabbè, è lo stesso» replica Mirko.
«Non ti stupire, Mirko. Il successo gli sta dando un po’ alla
testa» conferma Céline.
«Smettetela tutti e due!» sbraiti.
«Agli ordini, comandante» replicano entrambi all’unisono.
«Bene, ora che vi siete divertiti, possiamo passare alle cose
serie? Hai preparato le buste?»
«Sì, certo. Dobbiamo inserire soltanto la cifra. Quanto mettiamo?
»
«La verità. Due milioni e mezzo di euro!»
«Wow!»
«Riepilogami un po’ quel che avete scritto.»
«Ma così, per telefono?»
«Di che ti preoccupi? Giovanni ha reso il mio cellulare non
intercettabile.»
«Il cellulare sì, ma… non sei solo…»
Guardi Mirko come a invocarne la pazienza e la comprensione.
«Ti ho detto che di Mirko mi fido come di me stesso.»
«Céline, lascia stare quel che ti dice Jack. Se preferisci
togliamo il vivavoce o ne parlate in seguito» interviene
Mirko.
«No, niente affatto» ti opponi tu. «Voglio che Mirko sappia
cosa stiamo facendo. Mi serve il suo aiuto.»
«Vabbè, come vuoi. Allora, ho preparato tre buste identiche

che contengono i file informatici con le e-mail e le conversazioni
che ho avuto con i vari nattanini, oltre alle trascrizioni
cartacee delle stesse conversazioni. Inoltre abbiamo allegato
uno schema di quel che ipotizziamo che sia successo. La tua
registrazione a Salutti come anche quella di Mirko a Esposito
non sono importanti per i nostri fini, quindi le potete
tenere… Ma sei sicuro che non ci ascolta nessuno?»
«Dai, Céline, da quando in qua sei diventata paranoica?»
«Uhm… Ti leggo: “La Nattan spinge il bond Niscagi su
clienti privati nonostante sia rivolto a investitori professionali,
ingannando i clienti stessi e gli organi di controllo con
le gestioni speciali in cui ufficialmente è la banca a comprare
i titoli, quando invece è il promotore finanziario a essere
costretto all’acquisto di titoli Bio Niscagi, sotto la sua diretta
responsabilità. Perché? Non è escluso poi che ci siano delle
comproprietà tra Nattan e Niscagi. Inoltre, abbiamo le
prove che alcuni promotori finanziari della Nattan su invito
dei dirigenti della banca esportano all’estero i capitali dei
loro clienti”.»
«Perfetto!» Ora, Jack, ti volti verso Mirko come per cercarne
l’approvazione. Ma quel che incontri è solo un profilo irrigidito
e pallido. «C’è qualcosa che non va, Mirko?» chiedi.
«No, lascia perdere. Continua, ti dico dopo.»
«Molto bene. Allora, Céline, benissimo. Continua.»
«Le buste sono indirizzate una al controllo interno della
banca, una alla Consob, la terza al consiglio di amministrazione
della Nattan. Poi c’è la copia per Alessandra che lei
consegnerà al caporedattore.»
«Cosa farai delle buste?»
«Le mando per posta, salvo quella per il controllo interno,

che consegnerò personalmente stamattina.»
«Bravissima. Adesso ti lascio, siamo quasi arrivati in Banca
Amica.»
«Ehi, mi lasci così? Lo sai da quanto tempo non ci diciamo
qualche parolina dolce?»
«D’accordo. Aspetta che stavolta… Mi scuserai, Mirko, ma
devo proprio togliere il vivavoce…»

Milano, sede Banca Amica
Ore 9.00 del 16 dicembre

Sei appena entrato in banca, accompagnato da Mirko. Ci
tieni a fargli vedere che il suo amico di sempre ha pensato a
tutto pur di riuscire a farsi giustizia.
Ti fai ricevere dal direttore della filiale. Entrate tutti e due
nel suo ufficio. Lui è sorpreso di vederti. Ti conosce di vista,
ovviamente. Ma quando gli dici che vorresti aprire un conto
personale e versarvi due milioni e mezzo di euro per poi
investirli sul crollo del titolo Nattan Bank, ti guarda con
un’aria molto perplessa.
«Perché si stupisce? È una normalissima operazione speculativa.
»
«Proprio normalissima non direi. La Nattan sembra in piena
forma. Il titolo viaggia intorno ai 15 euro e lei…»
«E io…»
«Signori, scusate» interviene a questo punto Mirko. «Io non
ci sto capendo niente. Volete spiegarmi, per favore?»
«Hai ragione, Mirko, scusa» gli rispondi. «Dunque… Scommetterò
tutti questi soldi sul fatto che il titolo Nattan crollerà
almeno a 11,99 euro. Naturalmente, in questo momento

nessuno pensa che Nattan perderà il 20%.»
Interviene il direttore della filiale: «Tutti gli analisti danno il
titolo Nattan stabile, se non in rialzo. Signor La Mosca,
ascolti, ha qualche informazione riservata?»
«No, però ho delle intuizioni.»
«Aspetti un secondo allora. C’è il dottor Cabrini che deve
passare di qui a momenti. La secca se ci consultiamo anche
con lui?»
«No, anzi, mi fa piacere vederlo.»
Dopo qualche minuto state parlando tutti e quattro. Cabrini
ti ha abbracciato quando ti ha visto. E tu ne sei stato molto
contento. Poi, hai cominciato a spiegargli il tuo piano: «Sono
sicuro che il titolo Nattan ha buone possibilità di arrivare a
11 euro».
«Come fa a dirlo? Il titolo Nattan è arrivato a 14,80 euro, in
denaro, e tutti gli analisti lo danno a 15,60 a breve» obietta
Cabrini.
«Spesso facendo il contrario di quello che dicono gli analisti
ho fatto grandi affari.»
«Sì, questo è vero… Le previsioni sono molto difficili. Se il
31 dicembre il titolo Nattan sarà sotto i 12 euro Mancini
non percepirà azioni Nattan e facendo quattro conti
dovrebbe rimetterci di tasca propria 11 milioni di euro. A lei
non farebbe un po’ piacere godersi questo spettacolo?» gli
chiedi tu.
«Dic…” Cabrini non riesce a proseguire che tu continui: «E
pensa che non possano esserci altri operatori che se avessero
la possibilità di lasciare all’asciutto il management della Nattan
non si lascerebbero scappare questa possibilità?
L’importante è accendere la miccia».

«Lei è pazzo. Non so che possibilità di successo abbia una
cosa del genere!» osserva Cabrini
«È vero, sono pazzo. Ma ho scoperto che in questo mondo
essere pazzi o sani, onesti o disonesti non importa. Quel che
importa è essere ricchi. E io voglio diventare ricco, ma non
solo: voglio rovinare quei bastardi della Nattan.»
«Lo sa anche lei che non è mai una buona idea mescolare le
questioni personali con gli affari. Voglio sperare che lei non
stia buttando via i suoi soldi solo per risentimento. Potrebbe
pentirsene molto amaramente.»
«No, certo, non si preoccupi dottor Cabrini. Ho le mie
ragioni.»
«Sarà, ma mi sembra rischiosissimo.»
«Certo, qualcuno comincerà a chiedersi perché c’è qualcuno
in Banca Amica che scommette su forti ribassi della Nattan…
La cosa potrebbe crearle dei problemi?»
«No. Lei è un investitore anonimo come tutti gli altri clienti.
Per me non ci sono problemi. Per lei, però, potrebbero
essercene. Gli organi di vigilanza potrebbero chiamarla…»
«È vero. Ma mi va di rischiare.»
«D’accordo, allora. Se sa quello che fa, io non ho nulla in
contrario. E poi, le dirò che da quando Mancini mi ha
minacciato, la Nattan mi sta ancor più sulle scatole. Se ha
delle informazioni su un suo probabile crollo, lei fa benissimo
a scommetterci contro.»
«Non esattamente. Diciamo però che conto anche sul sentiment:
Quando gli operatori vedranno l’operazione nel loro
book, spero che cominceranno a chiedersi: “Perché c’è qualcuno
che scommette che il titolo Nattan crollerà? È un pazzo
o c’è qualcosa sotto?”. Per non sbagliare, comunque, smette-

ranno di comprare le Nattan, e magari cominceranno anche
a venderle per precauzione. E quelli che sanno che vendendo
fanno anche un danno diretto al management cosa faranno?
Avrà qualche nemico la Nattan oltre a me, no?»
«E poi?»
«Il seguito se lo può immaginare da sé. I market maker
cominceranno a chiamare la Nattan, la Consob potrebbe
sospettare un’operazione di insider trading e, chissà, qualcuno
potrebbe anche avere l’idea di andare a fargli le pulci… e se
verrà fuori qualche notizia sui loro comportamenti poco
etici non sarà che grasso che cola.»
«Beh, ingegnere, buona fortuna! Ne ha bisogno.» Cabrini
trasforma la stretta di mano in un abbraccio: «Ma la fortuna
va anche aiutata». Quindi prende il telefono dalla scrivania
del direttore della filiale e parlotta con la segretaria, aggiungendo
poi: «Proprio in questa agenzia lavora uno dei
migliori operatori del mercato. Gli voglio affidare la gestione
diretta dell’operazione».
«Archimede Pitagorico?» chiede, divertito, il direttore della
filiale.
«Proprio lui» gli risponde Cabrini con una strizzata d’occhio.
«È il responsabile di tutte le transazioni finanziarie sui titoli
azionari del mercato italiano. Voglio che la segua lui di persona
in questa sua scommessa finanziaria, Jack. Ma solo fino
al 31 dicembre.»
Ad Archimede hai raccontato l’ambaradàn che vuoi mettere
in moto. Dovrà comprar call put strike 15. Cioè il diritto a
comprare a 15 euro. Il mercato, vedendo che c’è qualcuno
che sta investendo sul rialzo di Nattan, ti seguirà e il titolo

salirà. Se il tuo piano funziona, a 15,40, ben sotto le previsioni
degli analisti, i due milioni e mezzo di diritti varranno
circa 120 milioni di titoli da vendere, perché puoi vendere i
titoli delle call e a cavallo dei 15 puoi vendere anche quelli
delle put, essendo tu compratore a 15. In un paio di giorni e
senza farsi notare dal mercato Archimede raccoglierà put
strike 12. Costano pochissimo, basteranno 100 mila euro…
Chi vuoi che scommetta che il titolo Nattan arrivi a 12 euro
dai 14,8 di adesso, in così poco tempo? E così, mentre il
titolo Nattan continua a salire, zitti zitti raccattate put base
12 euro. Una volta comprati li scaricate violentemente sul
mercato. In questo modo speri di creare un effetto a catena
per alimentare la discesa di Nattan. Già. Quindi a 15,40
Archimede comincerà a vendere e se il mercato ti segue
Archimede farà arrivare il titolo sotto i 12 euro e Mancini e i
suoi compagni…

In auto con Mirko

«Che tipo quell’Archimede…» commenta Mirko. «Quando
gli hai parlato del tuo progetto, all’inizio ha fatto la faccia di
uno poco convinto. Poi, però, quando ha capito che c’era di
mezzo la Nattan si è entusiasmato come un ragazzino. Deve
avere un conto in sospeso con loro.»
«Più di uno, credo» rispondi. Siete risaliti in macchina, ma
ancora non siete ripartiti. Tu senti il bisogno di parlare con
Mirko, che senti distante: «Ha lavorato anche lui in Nattan
ed è stato scaricato in malomodo e ingiustamente. La sua
storia la conoscono tutti in Nattan Bank».
«Racconta… racconta, Jack.»

«Archimede lavorava in Nattan e aveva previsto che il cambio
dollaro-yen sarebbe risalito fino a quota 130. Così Archimede
ha cominciato a scommettere i soldi della banca sul
rialzo. Eravamo nell’agosto 2000 e il cambio era sui 110… A
un certo punto, però, lo yen comincia a scendere e arriva
fino a 102. La banca in quel momento perde dodici milioni
di euro, così Mancini licenzia Archimede in tronco e chiude
tutte le scommesse.»
«Dodici milioni di euro? Beh, a dire la verità, fosse capitato a
me non credo che mi sarei accontentato di licenziarlo. Lo
avrei scuoiato» commenta Mirko.
«Infatti tu sei un detective privato che di certe cose non
capisce niente. Avresti fatto male, perché, pochi giorni dopo,
lo yen ha ripreso a risalire e nei mesi successivi è arrivato a
135, se la banca non avesse ritirato le scommesse, avrebbe
ottenuto un guadagno netto davvero fantastico.»
«Caspita!»
«Già. Intanto però Archimede si era trovato senza un lavoro
in 24 ore. Ma il bello viene adesso. E se conosci un po’ la
Nattan non dovrebbe stupirti.»
«Hanno cercato di riassumerlo? Almeno, io l’avrei fatto.»
«Bravo. L’avrei fatto anch’io. In fondo, uno commette un
errore e si dimostra pronto a rimediare. Non c’è niente di
male. Solo che la Nattan ha sempre uno stile diverso. Se non
fanno la voce grossa non stanno bene. Lo hanno contattato
e gli hanno fatto una proposta davvero allettante: o rientrava
in Nattan subito, alle stesse condizioni di prima, oppure
avrebbero messo in giro la voce che era stato lui a ritirare le
scommesse. Insomma gli avrebbero rovinato la carriera.»
«E lui?»

«Lui gli ha risposto che piuttosto di lavorare ancora in Nattan
preferiva ritirarsi in un monastero sul monte Athos. E
per fortuna ha trovato Cabrini che l’ha assunto subito. Capisci,
insomma, che questi della Nattan continuano a combinare
guai. A me, comunque, in questo momento va solo
bene. Archimede mi ha garantito che riuscirà a investire
tutto entro la settimana, anche a costo di pagare la volatilità
un 1% in più.»
«Beh, Jack, lo sai come la penso su questa faccenda sin
dall’inizio. Secondo me stai sbagliando. Hai avuto i tuoi
soldi, molla il colpo. Invece stai rischiando di perderli tutti.
Che cosa vuoi ottenere con questa guerra? E cosa rischi? Ti
rendi conto di che cosa rischi?»
«Certo, l’hai visto anche tu come mi hanno ridotto. Lo so
cosa rischio, ma non posso permettere che questi banditi la
facciano franca ancora una volta. Tradiscono, impunemente,
la fiducia dei loro collaboratori e dei loro clienti. Non riesco
ad accettarlo. Mi ribolle il sangue anche solo a pensarci. Non
è più una questione di soldi. Non accetto che la Nattan
possa permettersi di non rispettare leggi e regole e farla
franca. Se fossi un delinquente, sono sicuro li ammazzerei
con le mie mani.»
«Sì, ma io non posso permettere che un mio amico si metta
in certi guai senza cercare di impedirglielo.»
«Non puoi impedirmelo, Mirko. Ti ringrazio ma non puoi
farci niente. Piuttosto, ti chiedo di starmi vicino comunque.»
Mirko è al volante. Volge il suo sguardo preoccupato a Jack.
Quindi mette in moto. «D’accordo. Dove andiamo?»
«Al commissariato di polizia. È vicino a piazza Santa Francesca
Romana. Ci mettiamo dieci minuti.»
«Tu hai perso il controllo…»

Milano, Questura di piazza Santa Francesca Romana
Ore 12.00 del 16 dicembre

«Come, Mirko? Non entri a salutare i vecchi amici?» gli
chiedi mentre scendi dall’auto.
«No, grazie. Come diceva quel tale: “Niente resurrezioni,
per favore”. Ho già dato e non mi va affatto di rientrare in
polizia, neanche per una visitina. Tu, piuttosto, cosa vai a
fare?»
«Beh, visto che non vuoi entrare, non ti anticipo nulla. Però
sarà un bello scherzo. Ci vediamo dopo o mi aspetti?»
«Chiamami quando hai finito. Vado a bere qualcosa.»
Entri nel commissariato, fai le scale e arrivi al primo piano.
Né un piantone, né un controllo. Andiamo bene, pensi.
Al primo piano c’è un atrio abbastanza ampio, pieno di stranieri
in attesa di qualche pratica e con pochi italiani. Ti avvicini
a un poliziotto, un tipo biondo, tarchiatello, che ti
guarda con un misto di sopportazione e frustrazione, e gli
chiedi: «Scusi, dove potrei fare una denuncia?»
«Cosa deve denunciare?» ti chiede di rimando quello con
una forte cadenza sicula.
«Me stesso.»
«Terza porta a destra» risponde il poliziotto in maniera automatica
e fa per allontanarsi. Quindi, un secondo dopo ci
ripensa, torna sui suoi passi e ti dà un’occhiata molto indagatrice.
«Chi vuole denunciare? Se stesso?»
«Sissignore.»
«Allora aspetti qui.» E poi, temendo, chissà, che tu sia com-

pletamente fuori di zucca e che possa combinare qualche
guaio, si corregge: «Beh, no, entri».
Tu lo segui dentro una stanza arredata con una scrivania di
ferro, un paio di seggiole di legno, scaffalature piene di faldoni.
Ti siedi sulla seggiola davanti alla scrivania. Il poliziotto
ti supera, si affaccia a una porta dalla parte opposta a
quella da cui siete entrati e va a dire qualcosa a un suo collega
più anziano, che entra nella stanza e si rivolge verso di
te: «Dica».
Caspita, mi hanno fatto passare davanti a tutti, chissà che
cosa si aspettano, pensi tu, quindi parti: «Sono venuto ad
autodenunciarmi perché ho fatto uno scherzo di cattivo
gusto. Mi sono reso conto che ho esagerato e ora vorrei
rimediare in qualche modo».
I due poliziotti si guardano perplessi e sospettosi. Quindi ti
fanno cenno di continuare.
«Stamattina mi sono trovato con l’avvocato Sturli dello studio
Sturli&Sturli a firmare un accordo per la conclusione
extragiudiziale di una controversia con la Nattan Bank. C’è
in ballo una questione di lavoro, loro mi hanno licenziato
indebitamente, più una serie di altri problemi. Per non
andare in giudizio ci siamo accordati su un rimborso di due
milioni e mezzo di euro in contanti. Loro me li hanno dati,
in effetti, ma io non sono riuscito a fare a meno di fargli uno
scherzo e ho firmato la ricevuta del pagamento con l’inchiostro
simpatico…»
«Cos’ha fatto?»
«Sa quegli inchiostri che servono per fare gli scherzi? Si
scrive qualcosa e si vede benissimo. Poi, in capo a un quarto
d’ora, mezz’ora, la scritta scompare.»

Il poliziotto anziano si siede. La cosa comincia a incuriosirlo:
«Ah! E perché ha fatto una cosa del genere? Cosa le è
venuto in mente?»
«Non lo so. Ogni tanto mi capita. È come un impulso irrefrenabile
a fare scherzi. Come quella volta che…»
«Lasci perdere, non ci racconterà mica la sua vita…» interviene
il poliziotto in piedi.
«No, no, mi racconti» lo contraddice quello seduto, che è,
evidentemente, più alto in grado.
«Una sera mi ero attardato nella sede della banca, come
tante altre volte, per compilare i moduli della giornata… Sa,
io faccio il promotore finanziario. A un certo punto, saranno
state le dieci e mezza, faccio per andare, prendo l’ascensore,
arrivo a pianterreno e chi ti trovo quando si aprono le porte
dell’ascensore?»
«L’impresa di pulizie?»
«Eh, buonanotte. Cinque splendide donne che mi chiedono:
“Siamo invitate alla festa del dottor Salutti, dove dobbiamo
andare? La parola d’ordine è: Al parco buoi fai pagare più che
puoi, vero?”»
«Ma va?» interviene il poliziotto più giovane.
«Le dico di sì! Io faccio finta di sapere tutto, anche perché
Salutti era all’epoca il mio capo, le accompagno all’ultimo
piano, che era l’unico posto dove si potesse fare una festa,
perché c’è una specie di terrazzo. Faccio appena in tempo a
vedere la sala piena di donne di tutte le razze e mezze nude,
quando due energumeni mi bloccano: “Tu sei un promotore
finanziario, vai fuori!” “Prego, dite a me?” tento di fare lo
gnorri. “Sì, vedi forse altri promotori in giro?” mi replicano.
E io: “Sono stato invitato dal dottore!” “E la parola d’ordine

qual è?” mi chiedono. “Al parco buoi fai pagare più che puoi”
ripeto a memoria. “Pirla, questa è la parola d’ordine delle
donne!” mi smascherano loro. Beh, ho cercato in tutti i
modi di corrompere quei senza cervello, tanto che per poco
non mi accoppano: erano in cinque!»
«E così se n’è andato via?»
«Sì, ma avevo il dente avvelenato per il trattamento subito.»
«E allora?»
«Sono sceso e sono andato a fare un giretto in tutte le
migliori strade di Milano…»
«Le migliori strade di cosa?»
«Di travestiti e transessuali: li ho portati tutti alla festa facendogli
dire di essere “invitate” dal dottor Salutti e suggerendo
loro la parola d’ordine.»
«E com’è andata a finire?»
«Tempo 20 minuti e circa 40 travestiti premevano all’entrata
degli ascensori con gli attributi di fuori e litigavano con gli
energumeni che improvvisamente erano diventati in minoranza
ed erano, in generale, più bassi degli stessi travestiti!»
I due poliziotti ti guardano rapiti. Li hai conquistati. Bravo,
Jack, ce l’hai fatta anche questa volta.
«Dopo l’ultimo viaggio di accompagnamento dei travestiti
ho visto che erano arrivati i carabinieri… La polizia non mi
sarei mai permesso di scomodarla per una cosa del genere.
Intanto dirigenti bancari, gestori, analisti finanziari e belle
fighe uscivano dall’edificio. Peccato non avere avuto una
macchina fotografica o la mia telecamera! Poi ho pagato
tutto agli ultimi travestiti che avevo in macchina, li ho ringraziati
molto, li ho scaricati e sono andato a casa. Beh, mi sono
divertito.»

«Caspita! Un bello scherzo davvero» commenta il poliziotto
in piedi, sinceramente ammirato.
«Uno scherzo ma anche un’ipotesi di reato: turbativa
dell’ordine pubblico, come minimo, se non addirittura sfruttamento
della prostituzione.»
«Su, ispettore, non faccia così.»
«Sono un semplice maresciallo.»
«Scusi.»
«Tornando a noi… ne ha fatta un’altra delle sue con l’inchiostro
simpatico. Alla stessa azienda?»
«Ehm… sì. Me ne hanno fatte troppe… non sono riuscito a
trattenermi.»
«In che senso gliene hanno fatte troppe?»
«Beh, in tutti i sensi. Vessazioni, ingiustizie, mobbing. Pensi
che sono arrivati persino a farmi picchiare… Però ora mi
sono pentito e sono disposto a tornare in banca per firmare
l’accordo sotto l’occhio vigile della polizia.»
Il maresciallo ti guarda molto perplesso. Probabilmente, si
chiede chi tu sia, che cosa tu stia dicendo. C’è qualcosa, in
quel che dici, che evidentemente lo interessa, ma c’è anche
qualcosa che gli fa sospettare che tu sia un mitomane. Dopo
aver riflettuto un istante ti fa: «Mi dia il numero di telefono
di questo studio legale. E anche della banca».
«Certo, subito.»
Trascrivi i numeri su un foglietto, mentre l’ispettore si alza,
quindi lo prende e si allontana. Resti con il poliziotto più
giovane che è rimasto in piedi. E ti guarda sempre più ammirato.
Passano pochi minuti e l’ispettore rientra. È molto seccato:
«Ha proprio voglia di scherzare, lei, La Mosca».

«Perché?» chiedi tu, con la faccia ingenua di chi è davvero
sorpreso.
«Non faccia il finto tonto, perché l’avverto, si sta mettendo
nei guai. Ho appena chiamato lo studio dell’avvocato Sturli
e…»
«Ma ha parlato proprio con l’avvocato Sturli? Oliviero
Sturli?»
Il poliziotto ti guarda di sbieco. Se avesse un minimo appiglio,
di sicuro ti arresterebbe. «Sì, certo, con lui personalmente.
Mi ha detto di non sapere di che cosa parla. Gli ho
chiesto se riteneva utile che chiamassi per conferma la Nattan
Bank ma me l’ha sconsigliato. Mi ha detto che lei è stato
licenziato a suo tempo per malversazione e concorrenza sleale
e non si sognano neanche di negoziare un bel niente con
lei.»
«Non capisco…»
Al poliziotto più giovane è caduta la mascella. L’ispettore ti
invita perentoriamente ad alzarti e ti indica la porta: «Se ne
vada. Non so se lei è un mitomane o un burlone. Ma se ne
vada in fretta, se non vuole che la arresti per falsa testimonianza
».
No, non vuoi che ti arresti per falso, quindi ti affretti a
lasciare il commissariato. Ma sotto l’aria contrita e stupita
che affetti per l’occasione, hai un sorriso molto soddisfatto.
Sospettavi che Nattan negasse di averti dato tutti quei soldi
ma non potevi averne la certezza. Hai voluto che fosse verbalizzato
tutto e il maresciallo ti ha accontentato.
Appena fuori dal commissariato chiami la tua ragazza.
«Pronto, Céline. Dimmi: hai fatto tutto?»

«No.»
«Come no?»
«C’è un problema…»
«Sentiamo.»
«Dunque, innanzi tutto, ti ricordi la storia della mia divorzianda…
la signora Brambilla?»
«Embè?»
«Embè, se aspettavo che tu mi dessi delle dritte su come
smontare il trust stavo fresca. Allora, le ricerche me le sono
fatte da me. E ho scoperto alcune cosucce. Più che scoprirle,
le ho supposte, ma ho comunque inviato allo Studio Sturli
una raccomandata in cui gli faccio notare che 1: il sciür
Brambilla ha creato un trust invalido perché i suoi beneficiari
sono aziende di sua proprietà; 2: che creare un trust
invalido è una frode sia fiscale sia finanziaria e in cui sono
coinvolti, ovviamente, sia il trustee, sia la banca di appoggio,
sia lo studio legale che ha redatto l’atto costitutivo; 3: che la
faccenda in sé non mi riguarda, a patto naturalmente che la
mia cliente possa intraprendere la pratica di divorzio con la
garanzia di veder tutelati i suoi diritti; 4: che aspetto fiduciosa
un loro riscontro.»
«Cacchio! Ma dove hai trovato le informazioni?»
«Beh, questi sono segreti del mestiere…»
«Hai bluffato?»
«Ma che pettegolo! Comunque, a questo punto non posso
più espormi. Ho la mia causa di divorzio in ballo, non posso
figurare anche in questo pasticcio.»
«Ma lo sapevi anche prima, no?»
«Sì, ma prima eri con Mirko e non volevo parlare… E poi
ieri pensavo che avremmo potuto mandare le denunce in

forma anonima. Ora, invece, ho pensato che dobbiamo per
forza firmare gli esposti, altrimenti li cestineranno
all’istante.»
«Beh, questo lo capisco. Ma come facciamo allora?»
«Bisogna farli firmare da qualcun altro.»
«E da chi?»
«Beh, perché non da Francesca o da Giovanni? O magari
anche da Alessandra.»
«No… no, Francesca e Giovanni li voglio tener fuori. Non
voglio che corrano rischi. Alessandra, invece, credo che non
si presterà: è una giornalista, non vorrà certo esporsi…»
«Allora non saprei, così su due piedi. Ci pensiamo?»
«Ci sarebbe Mirko. In fondo è un detective. Ci sta benissimo
che mandi una denuncia del genere. Chissà quante altre
volte l’avrà fatto.»
«Non sono affatto d’accordo. Lo sai che di Mirko non mi
fido. Preferirei se ne stesse fuori da questa storia.»
«Ma dai, Céline, questa è paranoia!»
«Ah, è così che la pensi? Allora d’accordo, fa’ come vuoi. Ma
non ne voglio assolutamente discutere. Ti lascio il materiale
nella portineria del mio studio. È già pronto. C’è solo da
aggiungere la firma e le generalità di chi presenta gli esposti.
»

Milano, Bar Rossi
Ore 14.30 del 16 dicembre

«Grazie di esserti prestato, Mirko. Sai, Céline non…»
«Non preoccuparti, Jack. Non è stato nulla. Ho mandato le
registrazioni alla Consob, alla società di revisione, al consi-

glio di amministrazione. Poi, come mi avevi detto tu, sono
andato di persona a consegnarle al responsabile del controllo
interno della banca.»
«Chi hai trovato? Lampredi o Fascetti?»
«Ehm… Lampredi, credo…»
«Un signore molto distinto, piuttosto alto?»
«Sì.»
«Quello è Fascetti.»
«Beh, sì… sì, era lui.»
«E che cosa ti ha detto?»
«Mi ha assicurato che farà le dovute verifiche. Non devo
preoccuparmi affatto.»
«Bene bene.»
«Ascolta Jack, io le registrazioni le ho consegnate tutte come
mi hai detto. Spero che tu ne abbia tenuto una copia.»
«Sì, certo, ho una copia di tutte le registrazioni a casa mia,
non preoccuparti.»
«Per un attimo ho pensato di aver fatto casino… Ma tu perché
sei andato alla questura?»
«Sono andato alla polizia per autodenunciarmi, ora te lo
posso dire. Quelli della Nattan, come mi auguravo, hanno
negato tutto. Insomma, hanno dichiarato che non mi hanno
mai dato neanche un euro. Capirai che adesso non potranno
mai reclamare indietro i soldi!»
Sei soddisfatto di te, Jack, e quando sei così soddisfatto
diventi un po’ molesto, un filo vanaglorioso. Troppo concentrato
su te stesso per guardarti intorno, per cogliere, ad
esempio, lo sguardo torvo di Mirko, che ti assale: «Bravo, sei
orgoglioso di te, eh? Sei convinto di aver pensato a tutto».
«Perché me lo chiedi?»

«Adesso sei tranquillo perché hai messo di mezzo la polizia e
loro non potranno richiederti i soldi indietro. Ma non hai
pensato che potrebbero farteli sputare eccome, con la
forza!»
«Non hai sempre detto che una banca non si sporcherebbe
mai le mani con una nullità come me?»
«Già. Ma adesso non sei più un insetto insignificante. Sei un
insetto molesto. E un insetto molesto lo si schiaccia.»
«Hai ragione. Prima ero solo Jack La Mosca. Ora sono la
mosca che sta ravanando nella loro merda, sto diffondendola
in giro, sto facendo vedere al mondo in che razza di
immondezzaio hanno trasformato un lavoro onesto. Capisco
che possano desiderare di farmi fuori. Ma non farebbero
altro che peggiorare la situazione. Céline, Alessandra, Giovanni,
Francesca, tu… a quel punto non esitereste più a diffondere
le notizie che sapete…»
«Ah, su di me non contare più per nulla! Sei andato fuori di
testa.»
Ecco. Questo si chiama fulmine a ciel sereno, Jack. Non te
l’aspettavi. Ti volti verso il tuo amico e cerchi di capire il
perché di tanta ostilità.
Mirko, dal canto suo, non molla: «Ti senti una specie di paladino
senza macchia e senza paura, eh?»
«Ma che dici?»
«Credi di essere dalla parte del giusto, ma anche tu ti stai
comportando come un farabutto. Hai preso i soldi? Devi
mantenere i patti. Se avevi intenzione di continuare a fargli
la guerra non dovevi prenderli, quei soldi.»
«Tu credi? No, Mirko, non sono d’accordo. Quei soldi non
bastano neppure lontanamente a ripagarmi di tutte le umilia-

zioni che ho dovuto subire, del pestaggio, della distruzione
delle bobine.»
«Bene. Ammettiamolo pure. A maggior ragione avresti
dovuto rifiutarli. Allora ti avrei capito, sarei stato dalla tua
parte. Ma così… Stai soltanto cercando di vendicarti, di
approfittare della situazione per lucrarci su. Non sei diverso
da loro!»
«Ah, davvero? Non sono diverso da loro? Certo, perché ho
costituito io una filiale a Lugano per evadere il fisco? Perché
sono stato io a inventare le gestioni speciali per frodare i
clienti, gli organi di controllo e il mercato? Ma ti rendi conto
di quel che dici? Io mi sto difendendo, Mirko. Sto cercando
di smascherare una masnada di disonesti. Come fai a non
capirlo?»
«No, non lo capisco, Jack. E non credo che lo capirò mai.»
Mirko si avvia verso la porta. Jack, tu cosa hai intenzione di
fare? Cerchi di fermarlo o preferisci che vada per la sua
strada?
«Ciao, Jack. Non so come andranno le cose per te. Comunque,
ti auguro buona fortuna. Ah, eccoti gli indirizzi che mi
avevi chiesto. La ragazza l’ho contattata già io. Le ho spiegato
la faccenda, ha detto che è tutto a posto e si presenterà
al Petit Prince alle nove. L’altro tipo, invece… devi parlarci
tu.»
«Capisco.»
Tu con una mano prendi il biglietto che Mirko ti porge. Con
l’altra gli fai cenno di fermarsi un istante. Vai verso di lui e lo
abbracci. Mirko è sorpreso, ma dopo un istante ricambia il
tuo abbraccio.
«Grazie di tutto, Mirko.»

Casa di Jack La Mosca
Ore 16.00 del 16 dicembre

Ormai la tua casa è il tuo quartier generale.
«Salve ragazzi! Come va?»
«Ciao, Jack! Sappiamo già tutto!» esclama Francesca. «Spero
che non dilapiderai tutto al casinò… i miei bambini hanno
fame!»
«Vieni qui.» Francesca si avvicina e tu, a sorpresa, l’abbracci.
«Non so che cosa farei senza di te. Grazie di tutto… e non
preoccuparti. Se le cose vanno in porto come spero, altro
che aumento, ti rifai la casa!»
Di botto però Francesca si rabbuia. Tu la porti in soggiorno.
«Ehi, ma che hai? Hai uno strano modo di reagire alle buone
notizie.»
«Voglio che la smetti. Ti hanno dato i soldi, basta con questa
guerra.»
«Ehi, ehi, che stai dicendo? Hai parlato con Mirko?»
«No, voglio che la smetti. Loro si sono arresi dandoti i soldi,
non è giusto che tu vada avanti.»
«Ma sei impazzita! Cosa ti frega di quegli stronzi?»
«Cosa vuoi ancora, Jack? Non mi dire che lo fai per salvare i
risparmiatori che comprano le Niscagi. Lo fai solo per vendetta.
»
«No, lo faccio perché voglio un mercato finanziario più
sano. Con una banca disonesta in meno.»
«Jack, devi fermati. Io non c’è la faccio più.» E Francesca
scoppia in lacrime.
«Ehi, c’è qualcosa che devo sapere?» Francesca ti guarda
come se volesse dirti qualcosa ma non ha il coraggio. «Per

favore, qualsiasi cosa sia successa, dimmela.»
«Mi ha telefonato.»
«Chi? Dannazione, chi?»
«Corradi. Mi ha invitato a pranzo, ci sono andata e mi ha
detto di lasciarti perdere, di tornare in Nattan. Mi ha promesso
che mi avrebbero assunto. E poi mi ha spaventato.
Voleva che gli dicessi quello che sapevo altrimenti io e la
mia famiglia avremmo passato dei guai.»
«Li devi denunciare.»
«No, Jack, io non ho la tua forza. E poi ho una famiglia.»
«Hai incontrato solo Corradi?»
«No, anche Salutti.»
«Ma perché non mi hai detto nulla?»
«Volevo aiutarti. Gli ho detto che eri deciso e se non ti avessero
dato i soldi che ti toccano saresti andato avanti.»
«Va bene, ma perché non mi hai detto nulla?»
«Non lo so.»
Guardi negli occhi pieni di lacrime di Francesca e capisci che
l’hai portata a un livello di stress a cui non era abituata.
«Ti hanno chiesto delle registrazioni?»
«Sì, volevano che gliele portassi e mi avrebbero assunto in
banca.»
«E tu?»
«Gli ho detto di no. Che non so dove le tieni.»
«Ok, Francesca, scusami. È colpa mia. Ti ho trascinato in
questa storia senza chiederti nemmeno se lo volevi.»
«Sono preoccupata, Jack. Se non la smetti loro si arrabbieranno
ancora di più.»
«Non puoi farci nulla. Io andrò avanti, soprattutto perché
non posso più tornare indietro. Se mi fermo adesso perdo

tutto quello che mi hanno dato e la fanno pure franca,
ancora una volta. Tu decidi se vuoi starmi vicino o no. Io ho
bisogno di te ma solo se tu lo vuoi, e se non fai di testa tua.»
«Il fatto è che tu sei un pazzo e io lo sono anche di più perché
ti vengo dietro.»
«Ascolta, facciamo così. Ti spiego come puoi fare a registrare
le chiamate. Se per caso dovessero tornare a molestarti,
almeno li registri. Guarda è semplice.»
Francesca si asciuga le lacrime.
«Giovanni dov’è?» chiedi tu.
«È di là. Impreca da stamattina perché stanno arrivando
centinaia di risposte alle tue e-mail e non sa come catalogarle.
»
«Ora vado a vedere. Di Alessandra sai niente?»
«Ha lasciato un messaggio. Eccolo.»
«Uhm… Chiamami al giornale. Il caporedattore è d’accordo, ma gli
servono le prove. Bene. E Céline?»
«Di Céline non so niente.»
«Allora, la prima cosa da fare è chiamare lei.»
Ti siedi un attimo e poi componi, sul cellulare, il numero di
Céline.
«Pronto, sono Groscialù.»
«Ciao bello. Sono in studio. Ho visto che qualcuno ha ritirato
il plico.»
«Sì, ho mandato…»
«Alt! Non voglio sapere niente.»
«D’accordo, d’accordo. Sai che sei una roba brutta?»
«Ma davvero?»
«No, accidenti, sei bellissima. Almeno, posso dirti una
cosa?»

«Sentiamo.»
«Ho un’irrefrenabile voglia di fare l’amore con te entro 15
minuti.»
«Jack, questo è interessante, ma non posso. Tra 65 minuti ho
un incontro con un cliente.»
«Ottimo. Da lì a qui ci vogliono 13 minuti. Più 13 al ritorno,
26. Abbiamo ben 39 minuti per una sveltina coi controfiocchi.
»
«Jack, quando fai così sei insopportabile.»
«Ma se invece di venire qui andiamo a casa tua, che è più
vicina al tuo ufficio, probabilmente riusciamo a risparmiare
dai 5 ai 7 minuti. Ti aspetto là.»
«Ma sei matto!»
«Siamo matti.»
Quindi, ti volti verso la porta. «Esco, Francesca.»
«Aspetta!» La voce di Giovanni ti blocca sullo stipite. «Non
vuoi sapere come vanno le mailing list?»
«Certo che lo voglio sapere. Ma fai presto. Tra 12 minuti ho
un’importantissima riunione di lavoro che non posso assolutamente
perdere.»
«Tutto bene. Stiamo ricevendo moltissime risposte. I clienti
vogliono saperne di più sulle Niscagi e chiedono informazioni
su Nattan Suisse.»
«E i miei ex colleghi?»
«I tuoi colleghi promotori rumoreggiano. Poiché non sanno
chi scrive rispondono in modo altrettanto anonimo, tipo:
“Bravi, liberateci da Mancini”!»
«Consigliali di segnalare le Niscagi all’ufficio esposti della
Consob e poi di chiamare l’Adusbef, o come si chiama… sì,

insomma, l’associazione consumatori. Trova su Internet il
numero. E poi scrivigli che se hanno le gestioni speciali corrono
il rischio di trovarsi in mutande e, per di più, radiati.
Perché sono corresponsabili. Lo stesso se lavorano o solo
sanno di Nattan Suisse.»
«Qualcuno già parla di metter su un comitato di difesa degli
investitori e dei promotori.»
«Ottimo. E qualche risposta da parte delle istituzioni?»
«Da quel lato ancora niente. È l’unico punto debole delle
nostre mailing list.»
«Non preoccuparti, Giovanni. Arriveranno anche loro. Per
ultimi, come al solito. Poi vorranno prendersi tutti i meriti.
Ma se ci aiuteranno a distruggere la Nattan prima che faccia
scoppiare la bolla Niscagi, sarò ben contento di lasciarglieli, i
meriti.»
«E la sorpresina che ti dicevo che avevo allegato alle e-mail
che ho spedito ai promotori… la vuoi vedere?»
Friggi, perché hai voglia di Céline, ma come fai a dirgli di
no? «D’accordo. Fammi vedere.»
«Devi venire al computer. È un file PowerPoint.»
Il tempo necessario perché il pc carichi ti sembra eterno. Ma
alla fine viene fuori una faccia mostruosa che sghignazza e
una scritta:

Perché è bello lavorare in Nattan Bank

Quindi seguono una serie di slide:

Le conversazioni al telefono ti vengono registrate

Sanno tutti su di te un sacco di cose che tu non sai

Devi vendere quello che vuole la banca
altrimenti ti picchiano

I colleghi se ne infischiano se hai preso o perso chili,
in compenso cercano di fregarti i clienti

Le seghe che ti fai in bagno vengono videoregistrate

Devi portarti dappertutto una gran faccia di tolla

Non puoi toglierti la cravatta neanche
se l’aria condizionata si è rotta

Nessuno dei tuoi colleghi di lavoro è in grado
di farti ridere. Molti ci proverebbero
un gusto folle a vederti piangere

Oltre a raderti la faccia ti chiedono anche di raderti
il buco del culo, così ti inchiappettano meglio

Se hai 34 anni e sei celibe tutti se ne fregano.

Anche se hai il cancro se ne fregano

E ora sorridi, se ne hai ancora voglia

E bravo il nostro Giovanni! Ti si è un po’ stretto il cuore, ma
ha ragione. Gli strizzi l’occhio e corri da Céline. D’accordo,
il lavoro è lavoro. Ma non bisogna neanche esagerare.
Mentre esci di casa, ti ritrovi nelle mani il biglietto che ti ha
dato Mirko poco prima di andarsene. Gli dai l’occhiata che
fino a quel momento gli avevi negato. È un biglietto da
visita. Sul retro, scarabocchiato a matita, c’è un numero di
cellulare e un nome di donna: Annuska. Dall’altra parte c’è
stampato “Mariano De Rosa. APICOLTORE”.
Un sorrisetto ti increspa le labbra, senza che neanche tu sappia
bene fino a che punto è perché stai per incontrare Céline
e da che punto in poi è per l’idea che stai per mettere in atto.

Quarantatre minuti dopo, a casa di Céline

«Beh, faceva freddo ma ci siamo scaldati, eh, amore?»
«Non mi lamento. Sai cosa mi è venuto in mente? Aspetta
che mi sposto… così mi schiacci il braccio… Ecco qua. Sarà
stato il freddo, ma ti ricordi le cene di Natale degli anni
scorsi?» rispondi tu.
«Quali cene di Natale, Jack? Quelle dei nostri amici che mi
hai sempre fatto saltare all’ultimo momento, o a cui sono
dovuta andare da sola?»
«Non c’è tregua, eh?»
«Che credi? Che i tuoi peccati ti vengano rimessi?»
Tu la abbracci e la tieni stretta a te, come un passerotto,
anche se è un’aquila.
«No, non ci speravo, in effetti. Ma senti invece cos’ho pensato
sulla cena di Natale. Quella della Nattan.»
«D’accordo, però dimmelo mentre mi vesto. Sennò arrivo

tardi.»
«Ti ricordi che tutti gli anni la Nattan non invitava mai i promotori
finanziari alla festa di Natale?»
«Beh, tutti gli anni non me lo ricordo. Però negli ultimi due
anni, da quando stiamo insieme – si può dire che stiamo
insieme, vero? – tu hai sempre organizzato la festa alternativa.
»
«Brava. Insomma, in molte banche alla cena di Natale vengono
invitati tutti i dipendenti compresi i fattorini e i lavacessi,
ma non i promotori. Solo qui in Banca Amica mi
hanno detto che permettono che alla cena di Natale partecipino
anche i promotori. Ma, sai, Banca Amica è un altro
mondo…»
«E allora? Scusa se ti faccio un po’ fretta. Mi puoi accompagnare
sulla porta del bagno mentre mi trucco.»
«Gli altri anni la mia festa è sempre stata memorabile…»
«Sì, sì… so benissimo cosa vuoi dire: puttane e cotillon…»
«Uffa, ma sai che sei una gran bacchettona? Ma già, sei femminista
e le femm… Ouch! Ma sei matta a darmi la spazzola
in testa?»
«Vai avanti, cochon. I veri uomini mica si lamentano, no?
Vammi a recuperare le scarpe, per favore.»
«Beh, insomma, la festa dell’anno scorso è stata memorabile.
Prima di tutto non erano puttane, ma normalissime ragazze
immagine del Pianeta Donna travestite da “nipotine di Babbo
Natale”. E poi, ti ricordi, avevamo anche inventato quella
storia della parola d’ordine per toglier loro la mascherina…
chi diceva Jackfly gliela toglieva. Beh, insomma, ne parlò
anche Il Giorno… E Mancini… come si incazzò! Disse che
era lui l’amministratore e che io non ero autorizzato a rila-

sciare interviste sui giornali.»
«Avevi ricevuto una diffida scritta a non parlare più alla
stampa senza autorizzazione, vero?»
«Per forza, il giornale aveva parlato della festa di un volgare
promotore, ma aveva completamente trascurato quella organizzata
dall’amministratore delegato.»
«Vabbè, che fai? Ti gasi con un anno di ritardo? Il cappotto,
tienimi il cappotto.»
«Ecco… Non è che mi gaso, ma sto organizzando qualcosa
di spettacolare anche per quest’anno.»
«Sempre a base di donnine facili?»
«No, no… Niente affatto. Cioè, una donnina facile
dovrebbe esserci… ma avrà un compito molto speciale, che
credo ti potrà interessare particolarmente. L’aspetto più
pirotecnico della festa, però, spetterà a qualcun altro…»
«Ma intendi farne una delle tue?»
«Beh, sì, lo ammetto. E abbastanza… pungente. Aspetta che
chiamo l’ascensore. Preso tutto? Chiudi a doppia mandata,
mi raccomando, che c’è in giro certa gentaglia…»
«Vuoi dire che Mancini, Salutti e Sturli si sono dati ai furti in
appartamento?» chiede Céline, mentre ti abbraccia in ascensore.
«Sei misterioso. Roba pungente, aspetto pirotecnico…
Ma almeno questa storia della puttana me la racconti?»
«Non c’è tempo. Devi scappare.»
«No, no. C’è tempo. Tre minuti. Sentiamo. Non vorrei
doverti bacchettare un’altra volta.»
«No, non c’è niente di illegale, stavolta. Mirko ha agganciato
una prostituta d’alto bordo che riusciremo a fare entrare alla
festa della Nattan con un lasciapassare della stampa.»
«Sei già borderline.»

«Sì, sì… La ragazza ha il compito di agganciare Sturli parlando
di calcio. Inter, Milan, quelle cose che a loro piacciono
un sacco. Mirko l’ha istruita a dovere su polemiche arbitrali,
calciomercato, Galliani presidente della Lega e compagnia
bella. E poi è autorizzata a portarselo a letto. Ma, a quel
punto, arriva il bello.»
«Ahia…»
«Mentre scopano, telefonerà alla moglie di Sturli con il videotelefono
e così…»
«Ma tu sei pazzo! Ma come ti vengono in mente certe idee?
Ti diffido…»
«Eh, ci sei cascata, eh? Ma ti immagini se farei mai una cosa
del genere…»
«Beh, lasciamo perdere. Non fare cazzate. Ora devo proprio
andare. Cochon, dammi un bacio.»

Milano, Ristorante Petit Prince
Ore 20.00 del 21 dicembre

Al Petit Prince, i primi ad arrivare sono i livelli inferiori. E i
più inferiori degli inferiori sono i maschi. Fattorini, commerciali,
niente promotori, ovviamente. Seguono quindi le
donne: commerciali, segretarie, le rare impiegate di livello.
Le donne sono molto curate. Non le riconosci neanche:
truccate, ingioiellate, con una luce nuova negli occhi. Qualcuna
ha esagerato con il trucco e sembra un pagliaccio, qualcuna
ha esagerato a depilarsi le sopracciglia. Qualcuno ha
esagerato con la brillantina, il contropelo, ha i pantaloni
stretti alla vita e la pancia gli straborda, ma nel complesso è
tutto un gran sfolgorio. Hai come la sensazione malinconica

che la cena natalizia della Nattan sia, per molte e per molti,
l’unica occasione mondana dell’anno e che cerchino di sfruttarla
al meglio. Quante storie potranno nascere stasera?
Quanti e quante concluderanno la serata in un letto diverso
dal solito?
Quest’anno, poi, sono tutti tiratissimi. C’è chi ha riesumato
pizzi, merletti e gioielli della nonna, chi ha noleggiato lo
smoking, chi ha speso buona parte della quindicesima
nell’acquisto di un abito per l’occasione. È stata la dirigenza
a raccomandare a tutti il massimo dello spolvero. C’è da
festeggiare il successo in borsa del titolo e il preludio alla
distribuzione delle azioni alla dirigenza e delle stock option ai
promotori. Sono stati invitati anche diversi giornalisti, finanziari
ma anche mondani. È importante dare un’immagine di
grande sfarzo.
Tra gli invitati, c’è anche Alessandra Durante, giornalista di
Borse e Mercati, che arriva sfoggiando due vezzosi orecchini
futuristici d’oro bianco, uno dei quali le avvolge tutto il padiglione
auricolare e con un’estremità le si insinua fin quasi
dentro l’orecchio. L’altro, invece, le si allunga sulla guancia
quasi fino all’angolo delle labbra. Dentro questi orecchini ci
sei tu, Jack. Ci sei tu che ovviamente non sei stato invitato
alla festa, ma non volevi mancare a tutti i costi.
«Allora, Alessandra, come va?»
«Sono sul posto, Jack. Tutto sotto controllo per ora.»
«Tienimi informato sull’inizio del pranzo. Ci vogliono sette
minuti per far arrivare il pacco.»
«Ok.»
«Annuska si è vista?»
«No, non ancora.»

«Ti sei spalmata bene con l’unguento?»
«Certo. Non ho tralasciato neanche un millimetro di pelle.
Solo che il profumo è un po’ forte. Spero che nessuno si
insospettisca.»
«Non credo. Penseranno che hai esagerato con i ferormoni.»
Alessandra è arrivata a metà, come di solito fanno i giornalisti,
le belle donne sole e i cucadores. Arrivare a metà permette
a tutte e tre le categorie di tenere sotto controllo la situazione,
dare un’occhiata intorno per individuare se c’è qualche
preda potenziale – e ce n’è sempre qualcuna – e
appostarsi nel migliore dei modi. Poi, per ultimi, arrivano i
grandi dignitari, dispensando sorrisi e magnanime benedizioni.
Con l’arrivo dei grandi dignitari della Nattan l’atmosfera,
che fino a quel momento è stata ciarliera e chiassosa, si fa
più solenne, lenta, e tutti cercano il proprio posto a tavola.
La disposizione dei posti viene curata, tutti gli anni, da un
comitato di sadici che mira a far sedere allo stesso tavolo le
ragazze più timide e riservate con i peggiori bastardi in circolazione,
le cacciatrici di ottimi partiti con i fattorini, gli atei
con i clericali, gli intellettuali con tifosi di calcio. Ai giornalisti
viene riservato un tavolo centrale, in modo da non far
loro perdere l’intrattenimento che viene sempre organizzato
verso la fine della serata. Ogni anno, poi, c’è qualche fortunata
che viene invitata al tavolo della dirigenza: che, in Nattan,
è esclusivamente maschile, neanche fosse una
monarchia la cui successione è soggetta alla legge salica. Le
invitate al tavolo sono o segretarie in odore di far bene i
pompini, o giornaliste particolarmente avvenenti e disponibili,
oppure qualche fidanzata extracurriculare di qualcuno

degli sposatissimi manager della Nattan. Le prescelte si
pavoneggiano come se avessero vinto alla lotteria, e invece
per lo più sono semplicemente entrate in uno scannatoio da
cui usciranno di lì a poco con qualche gioiello o qualche
assegno in più e molta autostima in meno.
Anche Alessandra è stata invitata al tavolo della dirigenza e,
non appena si siede, mormora: «Eccoci, Jack. Puoi far arrivare
il pacco.»
«Annuska?»
«Niente.»
«Strano. Comunque, il pacco è in arrivo.»
«Come, prego, signora?» le chiede Giorgio Salutti che, in
grande spolvero, l’ha subito puntata e le si siede vicino.
«Ah, nulla. Parlavo tra me e me. Mi pare mi si sia indebolito
il tacco.»
«Beh, visto che è seduta, per il momento non dovrebbe correre
rischi. Comunque, quello di parlare da soli è un vizietto
che ho anch’io. Ma di solito, mi limito a intavolare discussioni
filosofiche, la mattina davanti allo specchio mentre mi
faccio la barba. Ma lei ha un profumo straordinario! Cos’è?
Chanel n.5?»
«Senta, dottor…?»
«Salutti, ma mi chiami Giorgio.»
«Va bene. Lei mi chiami pure dottoressa Durante. Dicevo,
Giorgio, che mi pare che come profumi lei sia rimasto un
po’ indietro. Oggi, lo Chanel n.5 lo mettono soltanto le
signore over sessanta e le puttane.»
Salutti arrossisce violentemente. «Mi scusi.»
«Non si preoccupi. Non mi sento offesa. Non penso che
volesse fare un’allusione poco garbata alla mia età o alla mia

moralità.»
«Si figuri… Volevo solo…»
«Le ho detto di non preoccuparsi. Invece, perché non mi
racconta qualcosa su questo anonimo investitore che scommette
sul ribasso del titolo Nattan?»
Salutti è proprio spiazzato. Non solo ha ciccato alla grande
l’approccio, ma si è imbattuto in una di quelle assatanate che
pensano solo al lavoro. Bisogna prender tempo, recuperare il
controllo della situazione.
«Caspita, le notizie volano…»
«Beh, sa, che ci sia qualcuno che cerca di rastrellare titoli con
le opzioni e poi li vende nel momento di massimo splendore
della Nattan, fa pensare.»
«Lei dice? A me fa pensare soltanto che, al mondo, c’è sempre
un sacco di gente che sembra ansiosissima di buttare
dalla finestra i suoi soldi.»
«Uhm… a meno che non ci sia qualcosa sotto. Qualcosa che
non mi dice.»
«Guardi, Ales… volevo dire… dottoressa Durante. Non c’è
proprio niente. Mi sono sorpreso anch’io quando ho visto
che qualcuno stava comprando put Nattan strike 12 quando
il titolo oggi ha chiuso a 13,90. Poi sono andato a vedere da
dove veniva l’offerta e allora ho capito tutto.»
«Che cos’ha capito? Lo spieghi anche a me.»
«Beh, non posso dirle tutto. Le dirò soltanto che è possibile
che in Banca Amica ci sia qualcuno che trama contro la Nattan.
Ma le assicuro che ha fatto molto male i suoi conti.»
«Se lo dice lei… Oh… guardi che meraviglia sta arrivando!
Chissà cos’è!»
Salutti non risponde, sorpreso anche lui per quel che sta

accadendo.
Infatti, stanno entrando due fattorini con una scatola bianca.
La scatola è molto grande, ma sembra singolarmente leggera.
I due la poggiano davanti al tavolo di Mancini, Salutti,
Sturli e gli altri dignitari su un carrello che è stato rapidamente
approntato. Quindi porgono un biglietto di cui si
appropria Mancini. Dopo averlo letto e averlo passato a
Salutti, si alza. Anche stasera è marrone, come al solito.
Chiede silenzio e si fa portare un microfono.
«Grazie a tutti. Non dovevate. Comunque, se avete pensato
di farci un regalo, vuol dire che ce lo siamo meritati. E in
effetti, vi dirò che qualcosa del genere me lo aspettavo. In
fondo vi abbiamo sempre dato tutto, abbiamo sempre cercato
di meritarci la vostra fiducia e sono convinto che ci
siamo riusciti.»
Il discorso è nel più puro stile manciniano: autocelebrazione
e presunzione. Nei tavoli intorno la gente mormora. L’avvocato
Sturli sussurra nell’orecchio di Salutti: «Ma tu ne sapevi
qualcosa?»
«Dell’improvvisata? No, niente.»
«Strano. Non avevamo detto a tutti i dipendenti di informarci
su qualsiasi iniziativa volessero intraprendere durante
la cena? Stasera c’è tutta la stampa…»
«Non preoccuparti. Sarà un regalo dei promotori di Napoli.
Sono sempre i più intraprendenti…»
«Però, se guardi in giro, non c’è nessuno che sembri pregustare
la sorpresa. Tutti hanno l’aria molto incuriosita.»
«Da quando in qua sei anche psicologo?»
«Non sarebbe meglio, prima, fare un controllo per sapere
chi ha mandato il pacco?»

«Vabbè, se vuoi intercetta i fattorini. Ma vedrai che è tutto
sotto controllo. Mica è la notte di San Valentino?»
«La notte di sanchè?»
«Ma dai, sei ignorante come pochi. È la notte in cui Al
Capone fece strage dei suoi rivali. Durante una cena, uscirono
i sicari dalla torta e mitragliarono tutti. Guarda che ti
mando a ripetizione da Jack La Mosca, che è un cinefilo.»
«Jack La Mosca? Come ti è venuto in mente, in questo
momento? E se il pacco l’avesse mandato lui?»
«Per farci un regalino di Natale? Non credo proprio.
Comunque, vai a fare questo controllo, visto che ci tieni
tanto.»
«D’accordo, ma tu, intanto, cerca di fermare Mancini.»
In quel momento, tu chiedi di nuovo ad Alessandra: «Ma
Annuska non si è vista?»
Alessandra borbotta un «no» e poggia la mano sulla manica
della giacca di Giorgio Salutti. «Ma sa che è molto emozionante
tutto questo? Non mi aspettavo una serata così bene
organizzata da parte della Nattan.»
Salutti, che stava per andare a parlare con Mancini, si ferma.
La mano di Alessandra sul suo braccio gli ha dato un brivido
piacevole. In fondo, che cosa può succedere anche se Mancini
apre la scatola prima che Sturli abbia fatto i suoi controlli?
«Aiuto! Le api!»
«Scappate!»
«Ma che succede?»
Mancini si agita come un ventilatore, mentre sta scappando
per il ristorante. Gli altri invitati sono schizzati in piedi: chi si
copre il viso con le mani, chi si nasconde sotto il tavolo, chi

cerca di guadagnare l’uscita, chi si versa addosso le bottiglie
d’acqua. Su tutti sciama una nube ronzante di api infuriate
dal fatto di essere rimaste chiuse chissà per quanto tempo
nella scatola.
«Come va, Alessandra?» chiedi tu, Jack, attraverso l’orecchino
ipertecnologico.
«Un casino pazzesco. La gente sta impazzendo.»
«Tu? Qualche problema?»
«No, tutto a posto. L’unguento apirepellente funziona.»
«Mi raccomando, bada che qualcuno legga il biglietto. Io,
intanto, ho chiamato ambulanze, vigili del fuoco e apicoltore.
»
«Ok. Nel frattempo scatto qualche foto. Spero che non ci sia
nessun altro in giro in grado di farlo. Vorrei avere l’esclusiva.
»
Tu scoppi a ridere: «Non credo che ci sia qualcuno, anche
tra i fotografi più accaniti, che in questo momento stia pensando
a fare delle foto, Alessandra. Avrai l’esclusiva, così
finalmente il tuo giornale comincerà a interessarsi alla mia
situazione.»
«Vedrai, Jack: questa è una notizia che il mio direttore non si
lascerà scappare! Mi metto subito al lavoro prima di imbattermi
in qualche ape che non è stata informata del fatto che
non può pungermi…»

BORSE E MERCATI DEL 22 DICEMBRE
PRIMA PAGINA
10.000 API “QUOTANO” LA NATTAN
di Alessandra Durante

In trentacinque al pronto soccorso per un pacco
pieno di api infuriate fatto recapitare
alla festa per la quotazione in borsa della banca
“È così che lavorano in Nattan Bank: molesti, invadenti e pronti a
tutto pur di portare miele alla banca. Non c’è irregolarità che tenga,
non c’è limite all’ingordigia dello staff dirigenziale. Disposti a calpestare
tutti: uomini e leggi. Che cosa tramano, oggi, tra Lugano e
Milano? Perché portano in Svizzera i capitali dei loro clienti? Perché
licenziano elementi di grande esperienza? Cosa c’è dietro le famigerate
‘gestioni speciali’? Che cosa lega la Nattan a un’azienda del settore
‘bio’ in crisi di liquidità? Perché circola una newsletter su Internet che
ammonisce i promotori a non vendere e i clienti a non acquistare i bond
della Niscagi collocati dalla Nattan? Fin dove arrivano le coperture di
cui possono disporre?”
Con questo biglietto, un anonimo ha fatto recapitare un
pacco pieno di 10.000 api al ristorante Petit Prince, dove
Marco Mancini e Giorgio Salutti, rispettivamente amministratore
delegato e direttore generale della Nattan Bank, avevano
organizzato la cena di fine anno, la prima dalla
quotazione in borsa dell’istituto di via Santalmassi.
Le api hanno attaccato i trecento invitati, in gran parte
dipendenti della Nattan, ma anche molte autorità milanesi (il
vicedirettore della Consob Cortellazzi, il vicequestore
Caputo), dirigenti di aziende e di agenzie di rating, giornali-

sti, esponenti del jet set (un jet set in tono minore, e non ce
ne vogliano gli amici della Nattan: a parte qualche personaggio
pubblico onnipresente quando c’è da mangiare gratis
abbiamo notato più che altro attricette in cerca di generosi
mecenati).
L’attacco delle api è stato così violento e inaspettato che
solo dopo una buona mezz’ora qualcuno è riuscito a chiamare
aiuto: sono arrivati i vigili del fuoco con tre apicoltori
che hanno attratto le api in due arnie, facendo cessare le loro
scorribande.
Almeno 35 sono stati gli invitati che hanno dovuto ricorrere
al pronto soccorso del Fatebenefratelli per farsi medicare le
decine di punture rimediate. Per adesso, comunque, non si
ha notizia di querele o richieste di danni da parte di qualcuno
dei malcapitati. Il vicequestore Caputo, da noi intervistato
all’uscita del pronto soccorso mentre sfoggiava almeno
dieci grossi cerotti sul viso, non ha voluto fare commenti.
Ma è ovvio che un’inchiesta non potrà non venire avviata.
Resta da chiedersi chi possa essere stato a confezionare lo
scomodo regalo e che cosa intendesse dire con quel messaggio
sibillino.
Da indiscrezioni raccolte sul campo, parrebbe che la Nattan
stia per procedere al lancio di un prestito obbligazionario a
favore di un’azienda, la Niscagi, che produce un farmaco
che combatte il cancro. Il biglietto lascerebbe intendere che
questo prestito non sia supportato da coperture adeguate. Il
che giustificherebbe in parte l’emissione del bond in Lussemburgo,
dove come è noto, infatti, non è necessario pubblicare
un prospetto informativo. Ma anche su un’altra
questione, ovvero sui collegamenti tra Nattan e la sua nuo-

vissima filiale di Lugano, c’è più di un punto oscuro.
Stiamo indagando, naturalmente, e invitiamo a farlo anche
chi ne avrebbe, istituzionalmente, il compito. Nessuno
esclude che dietro l’attacco delle api si nasconda uno squilibrato,
e in questo caso è nell’interesse della Nattan chiarire i
punti oscuri che sono stati sollevati. Se, invece, ci dovesse
essere qualcosa di vero nel nostro tentativo di ricostruzione,
sarà certo il caso che le autorità competenti si muovano in
tempo per fare chiarezza prima che una nuova catastrofe si
abbatta sui risparmiatori italiani, istituzionali e no.

Casa di Jack La Mosca
Ore 9.30 del 22 dicembre

Al tuo quartiere generale l’entusiasmo si può toccare con
mano.
«Alessandra è andata alla grandissima!» Céline fa irruzione in
casa tua. «Ma avete visto il suo articolo? È dinamite!»
«Ehi, da quando in qua parli come uno dei fratelli Dalton?»
le chiede, ironico, Giovanni, emergendo dal video del computer.
«Da quando ho scoperto di essermi fidanzata con Lucky
Luke» risponde ridendo Céline, e viene ad abbracciarti.
Cominciate a baciarvi con passione, ma una raschiatina di
gola di Francesca vi fa tornare in voi. «Ehm… ci sono i
bambini.»
«Ehi» protesta Giovanni «bambina sarai tu!»
«Appunto» ribatte Francesca. «So bene che tu sei un assiduo
frequentatore di siti porno, per cui nulla ti può più stupire,
ma io sono una ragazza semplice e a certe cose non sono

abituata.»
«Adesso zitti che c’è il telegiornale della Lombardia. Magari
dicono qualcosa.»
I primi servizi, inflazione, un morto in un incidente sul
lavoro, i soliti pirati della strada, non aggiungono molto alla
tua esistenza. Ma ecco che, come per un miracolo diabolico,
sullo schermo compare Marco Facciadimerda Mancini, sempre
più fedele al suo soprannome. Il marrone oggi lo ha letteralmente
invaso, anche perché, con gli occhi gonfi, le
guance e la fronte tumefatte dalle punture, la sua faccia sembra
una di quelle feci morbide e pastose che derivano da
un’ottima digestione e da una dieta ricca di liquidi e fibre.
Lo intervista Giorgio Biondo, una delle firme più taglienti
del telegiornale, ma il giornalista non fa neanche in tempo a
formulare la sua domanda che Mancini trabocca come un
fiume in piena: «Devo assolutamente smentire l’articolo
delirante che è comparso su Borse e Mercati. L’attacco di cui
siamo stati vittime ieri è chiaramente opera di un pazzo, il
biglietto di rivendicazione lo dimostra ampiamente. L’atto
terroristico di ieri colpisce tutto il sistema bancario italiano,
e quindi, indirettamente, l’economia italiana, il mondo produttivo,
i cittadini. Oggi il mondo è un po’ meno sicuro».
«Ma guardalo» esclama Céline, scandalizzata «è tronfio. Si dà
delle arie neanche fosse una vittima dell’11 settembre!»
«Zitta, zitta… sentiamo cosa gli dice il giornalista!»
«… rivendicazione parla di responsabilità della Nattan nella
gestione del patrimonio dei clienti, non fa riferimento al
sistema ban…»
Ma Giorgio Biondo non fa in tempo a terminare che Mancini
lo interrompe di nuovo: «Delle folli accuse contenute

nella rivendicazione ho già parlato con gli inquirenti. Posso
solo affermare che si tratta di falsità totali».
«Ma come può essere che i bond Niscagi emessi in Lussemburgo,
e che dovrebbero essere destinati a investitori istituzionali
come fondi, assicurazioni, se li trovano i vostri clienti
nelle gestioni speciali?»
«E lei che ne sa?» salta su Mancini. Poi, si rimangia subito
l’entusiasmo. «Smentisco categoricamente.»
«E dell’accusa di gestire e far portare all’estero i patrimoni di
clienti italiani che mi dice?»
«Totali falsità che può verificare chi vuole.»
«Insomma la Nattan ne esce pulita…»
«Pulitissima. Siamo sani e forti e non ci faremo intimidire.»
«Ma qualcuno ha scommesso parecchi milioni di euro su un
vostro crollo.»
A questo punto a Mancini si gonfiano le vene del collo. «A
lei chi l’ha detto? Perdio, è pazzesco, qui ci infamano in una
televisione del servizio pubblico! È una vergogna!»
Giorgio Biondo si allontana leggermente dal fiume in piena,
ma non molla: «Ma guardi che basta andare a guardare sul
sito della Borsa Italiana per…»
«Ecco, vorrei dire a questo qualcuno che si illude se pensa di
riuscire a danneggiarci. Noi usciremo vincitori da questa
battaglia.»
«Insomma, non temete ripercussioni sul vostro titolo?»
«Assolutamente no.»
A questo punto, la telecamera stringe su Giorgio Biondo che
conclude: «In realtà, a quel che sembra, qualche ripercussione
sul titolo c’è già stata. Ma di tutto questo può dirci
qualcosa in più Carlotta Veschi, che è in collegamento dalla

borsa».
Céline, Giovanni e Francesca ti guardano con grande trepidazione
mentre la linea passa alla borsa.
«Sì, Giorgio, in effetti qualche ripercussione c’è stata.»
Tutti esplodete in un boato di soddisfazione. E sei proprio
tu a calmare gli animi per ascoltare il servizio.
«… perdeva alle dieci lo 0,73. Ma in questo momento, alle
tredici e venticinque, è scambiato a 13 euro e 50 ed è dato in
ulteriore calo. Negli ambienti di Borsa si vocifera di un probabile
intervento della Consob perché sembra che l’organo
di vigilanza già da tempo tenesse monitorato il bond
Niscagi, in quanto l’emissione sembra molto elevata per una
società come la Niscagi quotata nel Nuovo mercato che, si
sa, è un mercato con piccole società. Ad alcuni operatori,
infatti, è sembrato piuttosto strano che a pochi giorni dal
nuovo collocamento di bond un investitore si sia messo a
raccogliere titoli Nattan per poi rivenderli violentemente per
svariati milioni di euro, e poi si sia verificato un episodio di
cronaca come quello di ieri sera al ristorante Petit Prince. Da
fonti bene informate abbiamo anche saputo che al management
e ad alcuni promotori finanziari della Nattan Bank verranno
assegnate azioni se, e solo se, il titolo il 31 dicembre
sarà sopra i 12 euro. A questo proposito ho qui con me il
dottor Gianfrancesco Holly, corrispondente in Italia del
Wall Street Journal, che potrà darci qualche delucidazione.»
Holly è proprio come uno se lo immaginerebbe: alto, slanciato,
capelli biondi e morbidi, cravattone azzurro con nodo
da trenta centimetri quadrati, con quel lieve accento anglosassone
che lo rende ipso facto credibile.
«Il sospetto più che ragionevole è che ci sia qualcuno

all’interno dell’istituto che sia a conoscenza di informazioni
riservate e che ne faccia un uso strumentale per ottenere un
vantaggio speculativo.»
«Si chiama insider trading, no? Se fosse così sarebbe illegale»
ribatte Carlotta.
Holly corruga leggermente la fronte: «Infatti per questo gli
organi di controllo vigilano. Non penso che per la Consob ci
siano ancora elementi sufficienti per intervenire».
«L’episodio delle api non potrebbe essere, invece, opera di
qualche speculatore che stia costruendo nel nulla e cerchi,
proprio con questi trucchetti, di favorire il crollo delle
azioni?» chiede Carlotta.
Gianfrancesco solleva il sopracciglio: «Allora perderà i suoi
soldi, perché mi riesce difficile immaginare che una realtà
seria e complessa come il mercato finanziario si lasci
influenzare da avvenimenti del genere».
«Ecco uno che ha capito tutto, come al solito» commenti tu,
spegnendo il televisore. «In borsa ci si sono sempre giocati
milioni sul filo degli umori… Figuriamoci!»
«Appunto: il titolo sta già calando» commenta Céline.
«Il fatto è che mancano troppo pochi giorni alla fine
dell’anno» riprendi tu, pensieroso. «Comincio a pensare che
non arriverà mai sotto i 12 euro. D’altra parte, la Nattan sarà
già passata al contrattacco.»
«Però, se la Consob dovesse davvero intervenire…» azzarda
timidamente Francesca.
«Questo sicuramente sarebbe un’ottima cosa» replichi. «Ma
lo farà?»
In quel momento squilla il telefono. È Alessandra.
«Allora, contento?» ti chiede.

«E me lo domandi? Certo. Ti sarò sempre grato.»
«Non dirlo neppure. È il mio direttore che ti è grato. Penso
che avremo tirato su la tiratura di qualche migliaio di copie
con questo scoop.»
«Allora dovrete darmi voi qualcosa.»
«Stai fresco!»
«Pensi che gli altri giornali riprenderanno la notizia?»
«Se l’hanno ripresa al telegiornale, sia pure quello regionale, i
giornali non saranno di sicuro da meno. Il fatto è, però, che
io vorrei avere sempre qualcosa in più da dire. E, ovviamente,
a partire dall’edizione di domani. Qualche novità ce
l’hai?»
«Niente di più di quel che hai tu. Aspetta, però, che chiedo a
Giovanni. Intanto metto il vivavoce. Giovanni?»
«Eccomi. La mailbox è sempre intasata. C’è molto interesse
da parte dei risparmiatori e dei promotori. Nessuna risposta
dalle autorità.»
«E i plichi? Céline, li avete consegnati?»
Céline ti guarda allargando le braccia.
«No, Alessandra, non è stata Céline a consegnare i plichi, ma
Mirko…»
«Ah. E come mai?»
«Céline è già impegnata con una causa contro lo studio Sturli
e non poteva… Comunque, Mirko mi ha detto di aver consegnato
il tutto.»
«Uhm… va bene. Però non è molto.»
«Ci sono le registrazioni.»
«Ecco, giusto. Quelle sono fondamentali. C’è modo di verificarne
l’originalità?» chiede Alessandra.
Tu ci pensi su un attimo e poi ti viene un’idea: «Per quel che

riguarda la voce di Salutti lo hai conosciuto al ristorante, e
potresti riconoscere la sua voce».
«D’accordo, non è imbattibile come prova, ma farà sicuramente
il suo effetto. Comunque, le registrazioni me le vorrei
tenere per dopo.»
«Non potreste scrivere un articolo di fondo sulla necessità di
moralizzare il mercato finanziario, sull’importanza dell’etica
nel mondo finanziario?» interviene Céline.
«Sì, certo. Ce lo facciamo fare dal Papa o ti basta il Dalai
Lama?» risponde Alessandra.
«Sfotti?» chiede Céline, piccata.
«Non è questo il punto. Ci vuole altro per movimentare la
cosa. Jack, tu mi devi rilasciare un’intervista.»
«Ma non vorrei comparire.»
«E invece devi farlo. Altrimenti quelli mi sequestrano il giornale.
»
«Ma va?»
«Sì. Alcuni anni fa una giornalista ha scritto su una banca
che esportava soldi all’estero. La banca fu denunciata ma
sono tutti ancora lì. Lei e il suo giornale sono falliti perché la
banca ha chiesto al tribunale il sequestro.»
«E vuoi che ci vada di mezzo io?»
«Ognuno deve assumersi le responsabilità delle proprie
azioni.»
«Non so, devo pensarci.»
«Ma perché?»
«Non lo so. Devo pensarci e basta.»
«A proposito, hai letto le agenzie di stampa?»
«No.»
«Allora, vai a leggerle sul sito dell’Ansa. C’è un comunicato

della Consob.»
«Beh, e che dicono?»
«Che non faranno niente.»

Casa di Jack La Mosca, a letto
Ore 23,30 del 22 dicembre.

Ti sei sempre chiesto come sarebbe fumarsi una sigaretta
dopo. Il fatto è che tu non hai mai fumato, e quindi hai sostituito
questo piacere con altro: coccole, cioccolatini, pizza,
un film. Ora sei con Céline e il piacere sono le chiacchiere.
Lei ha la testa poggiata sul tuo petto, tu le accarezzi i capelli,
anzi, più che accarezzarglieli, le massaggi la testa, e pensi a
quei bastardi della Nattan Bank.
«Certe volte mi sembra impossibile che tutto questo sia capitato
a me» sussurri.
«Ti capisco. Eppure è meno raro di quel che pensi. Ogni
giorno si sente di qualcuno che rimane vittima dei suoi
datori di lavoro. Mobbing, molestie sessuali, sfruttamento…
»
«Suicidi, omicidi.»
«Il fatto è che chi lavora non viene considerato una persona
ma, a seconda delle situazioni, uno strumento da utilizzare,
una risorsa da sfruttare, un pezzo di carne da macellare. È il
mondo che va così.»
«E, secondo te, bisogna rassegnarsi?» chiedi.
«Io penso di no. Ma bisogna impegnarsi in prima persona. E
bisogna essere in molti a farlo.»
«In molti… Certo che la Consob non è tra questi molti.
Eppure io pago 144 euro all’anno che moltiplicato per gli

ottantamila promotori finanziari in Italia sono quasi 10
milioni di euro che incassa.»
Céline si solleva su un gomito e ti guarda. Il seno, morbido
ed elastico, fa capolino da sotto il lenzuolo distraendoti piacevolmente.
Lei se ne accorge: «Eh eh… lascia stare. Sto
parlando seriamente. La Consob potrà anche non far niente,
il controllo interno potrà anche non far niente, ma qualcuno
ci sarà in questo Paese che si darà una mossa. Non è possibile
che i dirigenti bancari disonesti rimangano sempre
impuniti. La stampa ne ha parlato, ne ha parlato la televisione,
abbiamo mandato le segnalazioni e le denunce a
tutti…»
«Solo che mancano troppo pochi giorni alla fine dell’anno.
Fammi vedere cosa ha fatto il titolo nell’after hour.»
«L’after che?»
«L’after hour. Dopo la chiusura dei mercati ci sono ancora
scambi, su un mercato diverso i prezzi non sono ufficiali,
ma danno un po’ la tendenza di domani.»
«Non ci ho capito niente, ma pazienza, Jack.»
«È che non riesco a stare con le mani in mano.»
«Se proprio devi fare qualcosa, baciami.»
Céline ti afferra per la nuca e ti attira a sé. Vi baciate. Vorresti
riuscire a dimenticare tutto, in questo bacio. Perderti,
smarrire la memoria, superare il dolore… ma non puoi, non
ci riesci. Lentamente ti sciogli dall’abbraccio e ti alzi.
«Lasciami andare a controllare. Non ce la faccio.»
«Vengo con te.»
Nudi, davanti alla luce livida del computer, osservate le quotazioni
della Nattan. Non ci sono grandi variazioni: dopo la
perdita iniziale, il titolo oscilla intorno a 13,75. Certo, anche

domani la stampa riprenderà sicuramente la notizia, ma che
effetto potrà dare? La gente si infiamma rapidamente, ma
altrettanto in fretta dimentica. Quanto tempo ci vorrà perché
tutti abbiano dimenticato?

Milano, sede Banca Amica
Ore 7,30 del 23 dicembre

Archimede non ha nulla di come tu ti sei immaginato il filosofo
siracusano: né una barba fluente e autorevole, né una
tunica candida, men che meno un fisico scultoreo. Ha il
naso adunco, occhialetti, pochi capelli giallognoli su una
testa tonda poggiata su due spalle spioventi. Però è un genio.
Le sue intuizioni sono state preziose in Nattan, finché non
l’hanno cacciato, e ora lo sono in Banca Amica.
Prima di andare nel tuo ufficio passi da lui. Non è nella sua
postazione, ma nella saletta del caffè. Non c’è nessun altro
in sede. Archimede e Jack, in effetti avete qualcosa in
comune, anche se tu, Jack, sei quasi il doppio di lui: arrivate
in ufficio molto prima degli altri.
«Come andranno oggi le Nattan?» gli chiedi subito.
«E cosa vuoi che ne sappia?»
«Cosa ne pensi, Archi? Dimmi la verità…»
«Beh, ti dirò che quando è uscita la notizia della burla delle
api sul giornale, ho pensato che le cose si sarebbero messe
subito per il meglio. Adesso, però, ho qualche dubbio.»
«Perché?»
«Perché la notizia è già morta.»
«Come, cosa dici? Non viene ripresa dai giornali oggi?»
«Oggi? Oggi non c’è nulla.»

«Come nulla? Fa’ vedere.» Ti butti a capofitto sulla pila dei
giornali. Niente sul Sole, niente su Milano Finanza, né su
Bloomberg, niente sul Corriere della Sera, su Repubblica. Niente
persino su Borse e Mercati. «Ma non è possibile! Alessandra mi
aveva promesso un articolo.»
Archimede ti guarda con un misto di sorpresa e di curiosità.
È come se si chiedesse come mai non ci hai pensato da solo:
«Dalla Nattan potrebbero aver chiesto il silenzio alla redazione
».
«Non riesco a crederci. È impossibile. Figurati se un giornale
sta a sentire il diktat di una banca. La libertà di stampa,
in Italia, è sacra.»
L’espressione di Archimede dalla sorpresa passa al disincanto.
«Ah, Jack, sei proprio un ingenuo. Mi chiedo come tu
abbia fatto a sopravvivere fino a oggi.»
«A volte me lo chiedo anch’io.»
«Dai, andiamo a vedere come vanno gli scambi.»
I trenta metri che separano la saletta del caffè dalla postazione
di Archimede ti sembrano tre chilometri. Perché Alessandra
non ha pubblicato nulla sul caso Nattan? Perché gli
altri giornali tacciono? Possibile che Mancini, Salutti e Sturli
siano davvero riusciti a mettere tutto a tacere? Archimede si
siede alla sua postazione, inserisce la password e sullo
schermo compare la schermata.
«Calma piatta, direi. Anzi no. Il titolo sta salendo di nuovo.
Ora è a 13,85. Eh, Jack, mi sa che stiamo perdendo la partita.
Pensaci, perché ne possiamo uscire ancora senza troppi
danni.»
Tu parti già per la tangente: «Certo che è assurdo. Bastardi
come Mancini e Sturli possono fare quel che gli pare, e gua-

dagnarci. La Consob è lenta come la fame».
«Jack, ma allora sei più pazzo di quel che pensavo se credevi
di vincere il put grazie alla Consob!»
«Ma, cazzo! Lo sai che l’anno scorso stavo per dimenticarmi
di pagare la quota associativa alla Consob? Sono 144 pulciosissimi
euro l’anno, e io me ne stavo dimenticando. Per fortuna,
un giorno mi vedo al bar con un collega che mi fa:
“Oggi il caffè lo paghi tu perché ho appena pagato la quota
alla Consob e mi sento salassato”. Cazzo, la Consob! Mi
fiondo in ufficio e telefono. Lo sai che mi stavano per
radiare? Non mi avrebbero mandato neanche un avviso,
neanche una diffida. Radiato. Su due piedi. Per non aver
pagato 144 euro. E qua c’è gente che ruba i milioni e loro,
allegri, come se niente fosse.»
Archimede ti sorride: «Jack, lo vieni a dire a me? Ma è sempre
stato così, non capisco di che ti stupisci. Se vuoi rubare e
farla franca, devi rubare molto. I ladri di galline li beccano
subito; i grandi magnati, chi li ha mai visti?»

Milano, Banca Amica
Ore 15,15 del 23 dicembre

Dopo averla cercata tutto il giorno finalmente Alessandra
risponde al cellulare.
«Cos’è successo?»
«Vorrei saperlo anch’io. Avevo già preparato l’articolo,
quando il caporedattore mi ha avvertito che non l’avrebbero
pubblicato. Ragioni di prudenza, ha detto.»
«Ma che significa?»
«La stampa ha delle responsabilità nei confronti dei mercati

e degli investitori. Il caporedattore mi ha fatto capire che in
questo momento diffondere notizie non verificate potrebbe
causare danni molto gravi.»
«Ma come… Cosa stai dicendo? Ti pare che si tratti di notizie
inventate? Alessandra, tu mi stai tradendo ma non riesco
a capire perché.»
«Jack, smettila di vedere traditori dappertutto. Diciamo che
ho l’assicurazione del direttore che se mi fai pubblicare la
tua foto e ti assumi tutte le responsabilità di quello che mi fai
scrivere lui pubblicherà tutto, perché il giornale è salvo.
Diciamo che mi ha chiesto qualcosa in più. Ma, del resto, te
lo avevo chiesto anch’io.»
Tu, Jack, sei furibondo. Ancora una volta, mentre stavi per
raggiungere un risultato, qualcosa ti ricaccia indietro. E,
ancora una volta, è una persona di cui pensavi di poterti
fidare a colpirti. Alessandra, però, cerca di spiegarsi: «Dai,
Jack, vediamo di intenderci. Perché non vieni in redazione?»
«No, non ci credo più. Del resto, ho visto che anche gli altri
giornali tacciono.»
«Sì, questo l’ho notato anch’io. Ma la Nattan è quotata e nessuno
si azzarda se prima non ha prove certe di quello che
scrive.»
«E come posso fare?»
«Ti fai intervistare» ti propone Alessandra.
«Aspetta che mi squilla il cellulare…»
«Ok. Ci sentiamo.»
Tu rispondi al cellulare e: «Ti spiaccichiamo, Mosca, ti spiaccichiamo.
Smettila di rompere i coglioni o ti spiaccichiamo».
«Ma chi parla?»
«Chi parla? È la voce della tua coscienza. Non hai una bella

fidanzata che potrebbe dispiacersi se ti succede qualcosa?
Non vuoi risparmiarle un dispiacere?»
«Come fate a conoscere questo numero?»
«Mosca, noi sappiamo tutto di te, anche con quanta carta ti
pulisci il culo. Sta’ attento.»
«State attenti voi! Lo sapete che tanto si può risalire al telefono
da cui chiamate!»
«Sì, sì… Vedi, Mosca, tu non sai niente, non capisci niente,
dovevi tenerti i soldi e smetterla. Tu invece vuoi fare per
forza il cazzone. Ti vuoi mettere nei guai.»
«Basta, andate affanculo!» E chiudi la comunicazione.
Però te la fai sotto. Chi sono questi della Nattan Bank?
Come fanno a conoscere il numero del tuo cellulare riservato?
Ecco, su una cosa del genere Mirko avrebbe potuto darti
una mano. Ti chiedi se chiamarlo o no, ma da quale telefono,
tra l’altro? Lui ti ha chiesto di lasciarlo fuori, ma in fin dei
conti è un amico.
Scendi in strada, ti guardi intorno. Davvero c’è qualcuno che
spia le tue mosse? Ti incammini verso la stazione della
metropolitana. Scendi le scale. Con la coda dell’occhio ti
sembra che ci sia qualcuno che ti sta seguendo. Svolti a
destra rapidamente e ti fermi, invisibile dalla scala, facendo
finta di guardare un’affissione. La persona che ti seguiva è
un signore distinto che prosegue verso le obliteratrici e
scompare ingoiato dalla scala mobile.
Ti avvii verso un telefono pubblico. Inserisci la scheda, fai il
numero e… riattacchi. No, se non ne vuol proprio sapere di
questa storia è giusto tenerlo fuori. Però qualcosa devi
fare…

Il tuo cellulare squilla ancora.
«Ciao Jack, sono Archimede.»
«Abbiamo già perso tutto?»
«No no. Ci sono buone notizie.»
«Fammi capire.»
«Nattan sta calando. È di nuovo a 13,30 e gli ordini di vendita
arrivano dalla Citybank di NY.»
«Ehi, arrivano i nostri!» esclami tu, che sei sempre facile
all’entusiasmo.
«Ho fatto un po’ di indagini e le vendite sono fatte per conto
di un fondo americano di nome Scagini.»
«Ripeti il nome, per favore…»
«Scagini. Li conosci?»
«No, no.»
«Comunque, ci stanno facendo un grosso favore. Continuano
a vendere titoli Nattan. Fanno quello che faccio io.
Con le opzioni si garantiscono i titoli che ritirano e poi vendono.
Stanno amplificando il mio lavoro.»

Milano, Palazzo Sormani, Biblioteca Comunale
Ore 16,15 del 23 dicembre

Nel 1988 dev’essere stata la prima e ultima volta in cui hai
messo piede in una biblioteca. Mica ci sei andato di tua
spontanea volontà… Ti hanno costretto, forse per la tesi,
chissà che cosa dovevi cercare. Oggi ti è venuto in mente
all’improvviso che potevi tornarci. Forse, quello che più ti
attirava non erano i vecchi giornali su cui avresti potuto cercare
delle conferme, ma il silenzio. Un silenzio mitico, lontano,
che non sai più nemmeno com’è fatto.

Ora ci sei. Per un attimo hai temuto che non ti facessero
neanche entrare: chi è lei? Un volgare promotore finanziario,
frequentatore di discoteche, pagatore di puttane, implicato
in chissà quali maneggi e che per di più se l’è anche fatta
mettere nel culo da un’ameba come Sturli. Stia fuori. Sciò! E
invece niente. Forse non ti hanno riconosciuto. Forse non
gli è ancora arrivata la foto segnaletica dell’Fbi: «Fermate i
Bucodiculo. Immediatamente!» Anzi, quel piccoletto barbuto
ti ha persino accompagnato nella sala periodici e ti ha
spiegato come cercare le annate che ti servivano.
Ora sei lì. Hai impilati davanti a te i faldoni del Mattino di
Napoli, della Gazzetta del Sud, del Corriere della Sera. Le
annate sono quelle del ’70, del ’71, del ’73… fino ai giorni
nostri. Ti sei fatto dare anche dei microfilm, come se pensassi
di trasferirti in biblioteca per i prossimi sei mesi.
Magari potrebbe anche essere un’idea: c’è silenzio, si sta
bene al calduccio. Ci sono anche un sacco di belle ragazze.
Alcune un po’ troppo giovani, forse, ma altre proprio giuste.
Ti è già venuto sonno. Hai aperto l’annata 1974, ma non la
stai più guardando. Stai osservando un foglietto bianco su
cui c’è scritto:

Agis Inc
Niscagi
CingiSA
Scagini

E poi c’è la Gancisi, quella che avrebbe dovuto essere la fabbrica
di trattori e che avrebbe dovuto dare da mangiare a tuo
padre, a tua madre, a te…

Tutte le aziende sono anagrammi dello stesso nome.
Tutte. E il nome, l’unico che può venirne fuori, è sempre
quello. È lui. Lo zio Scignia. Ma com’è possibile?
Scignia è Sapone?
E la Nattan, allora?
E se Scignia è Sapone, e se Sapone possiede tutte queste
aziende e ha un piede anche in Nattan, perché la sua finanziaria
sta vendendo azioni Nattan, invece di sostenerle?
Mentre ti assillano questi pensieri, sfogli i giornali. Ecco
l’articolo sullo zio Scignia, ed ecco quelli su Sapone… Negli
anni Ottanta, si indaga su certe finanziarie in Svizzera…
Negli anni Novanta, è il turno di una bancarotta fraudolenta…
Nel 2000, è il turno del crack di una fiduciaria: la
Nagisci, buco da 350 milioni di euro…
Eppure tutto si quieta, tutto si placa. Dopo qualche settimana
non c’è più nessuno che si lamenta. Le associazioni
dei risparmiatori vanno in letargo, i giornali si appisolano. E
qua e là spunta un nuovo ospedale, un “incubatore di nuove
aziende”, un villaggio turistico. Tutto molto osannato. Tutto
generosamente finanziato dal signor Sapone. Di cui non c’è
mai una foto, che nessuno ha mai visto di persona.
Tiri fuori il cellulare. Il commesso della biblioteca ti guarda
storto. Ti alzi ed esci nell’atrio. Mandi un sms ad Alessandra:
«Vuoi una prova, Alessandra? Anagramma le aziende già
inquisite di Sapone e troverai la Niscagi. Al tuo direttore
potrà bastare questo per evitare un nuovo crack?»
160 caratteri esatti.

Casa di Jack La Mosca
Ore 18,30 del 23 dicembre

«Dobbiamo farcela, Céline, devo farcela! A questo punto ho
messo in gioco troppo. Se perdo, perdo tutto.»
«Cosa intendi fare?»
«Voglio andare al giornale di Alessandra, consegnare gli originali
delle tue registrazioni e farmi intervistare. Lei mi ha
detto che in questo modo il direttore pubblicherà l’articolo.»
«Sono d’accordo su tutto tranne sul fatto che tu vada fin laggiù
con le registrazioni. Secondo me, ti stanno tenendo
d’occhio. Anche l’episodio di ieri me lo conferma.»
«Ho avuto anch’io questa sensazione… ma come posso
fare?»
«Senti, vai in macchina?» ti chiede Céline.
«Sì, certo.»
Ed ecco che gli occhi le si illuminano. C’è un elemento di
gioco in tutto questo che la eccita. Forse è lo stesso elemento
che ha stimolato anche te. E anche in lei, come in te,
c’è l’orgoglio di essere dalla parte giusta, di combattere per
una giusta causa. «Ho un piano. Dai la macchina a me. Mi
metto un cappello e una giacca e li porto fuori strada. E tu
poi, con calma, prendi la metropolitana e vai al giornale.»
«Mi sembra pericoloso» commenti.
«Pericoloso? E perché? Andrò in giro in centro avanti e
indietro per un paio d’ore. Il tempo che tu vada a consegnare
il materiale ad Alessandra e parli con il direttore.»
Vorresti controbattere ancora, trovare qualche ragione per
impedirle di fare una cosa del genere, ma Céline si sta già
cambiando, con l’aiuto di Francesca. Si trasforma in breve

tempo in un bell’uomo, con tanto di cappello. Tu la osservi
e, quando si volta verso di te, ti accorgi che c’è qualcosa che
non va: «Beh, se proprio vuoi assomigliarmi un po’ ti conviene
metterti i tacchi…»
«Caspita, hai ragione, ma come faccio?»
«Guarda caso» rispondi tu, «ho un paio di scarpe con il tacco
alto qui in casa… e credo siano proprio del tuo numero… il
38, no?»
Céline ti scruta con un’aria molto poco convinta: «Beh, e
come mai hai un paio di scarpe da donna in casa? Ti travesti
a mia insaputa o te le ha lasciate qualche zoccola?»
«La seconda che hai detto» replichi tu, ridendo.
«Ah! E chi è la stronzetta?»
«Tu. Me le hai lasciate qui sei mesi fa. Ricordi? Il sabato eravamo
andati a una cena e la domenica mattina siamo partiti
per andare a sciare.»
Céline si rilassa, sorride, ti si avvicina e, mentre ti sibila
nell’orecchio: «Mi hai dato della zoccola…», ti molla un pizzicotto
che ti fa vedere le stelle. «Non sai quanto mi sto
divertendo» ti dice poi, mentre si mette il tuo cappotto.
«Prima mi travesto per andare a parlare con i pezzi grossi
della Nattan. Ora mi vesto da uomo per depistarli. Fino a
ora mi sembrava che i promotori finanziari facessero una
vita noiosissima. Non sapevo che il tuo lavoro avesse risvolti
tanto avventurosi.»
«Sta’ attenta, comunque.»
Una strizzata d’occhio è la sua risposta. La porta si chiude.
Tu passi in camera da letto a controllare il materiale: i cd e il
lettore Mp3… sì, in fondo Céline aveva ragione. Se ti stanno
controllando – e di sicuro ti stanno controllando – sapranno

anche dei tuoi contatti con Borse e Mercati e potrebbero cercare
di impedirti di arrivare al giornale. Céline li depisterà e
tu potrai muoverti con comodo. A questo punto avranno
davvero chiuso. Il giornale non potrà non pubblicare, la
stampa non potrà non riprendere. E allora la Consob, la
magistratura, la polizia… insomma, qualcuno dovrà pur riuscire
a fermarli.
In quel momento squilla il tuo cellulare.
«Pronto?»
«Pronto, sono Alessandra… Allora arri…»
Un boato.
Un boato fa tremare i vetri e ti ghiaccia il sangue nelle vene.
Butti il cellulare senza neanche spegnerlo.
«Jack, Jack cosa è successo!» urla Alessandra dal cellulare.
Ma tu corri e ti affacci alla finestra, perché sai che la tua
macchina è proprio sotto casa sul marciapiede.
La cerchi con gli occhi. Ma non c’è più.
Voli giù per le scale, come se fosse un sogno in cui non tocchi
neppure gli scalini. Nella tua mente c’è tutto, e tutto contemporaneamente:
questa storia, le tue vite precedenti,
quelle future. È la tua macchina quella avvolta in una nuvola
di fumo? Sai già che lo è, ma continui a chiedertelo.
Come farai a vivere da questo momento in poi?
In strada la gente si sta assembrando a qualche distanza dalla
macchina. Tu superi tutti e ti lanci verso l’auto. Ma devi fermarti
a due metri. Il fumo nasconde le fiamme da cui la
macchina è avvolta. Il calore è troppo forte. Non puoi avvicinarti.
Ti guardi intorno, disperatamente, alla ricerca del
viso di Céline. Speri di vederla tra la folla. Perché non
dovrebbe esserci, in fondo? Perché avrebbe dovuto essere

per forza salita in macchina? Ma Céline non c’è, tra la folla.
Potrebbe essersi allontanata. Intanto i curiosi ti si avvicinano
lentamente. Li senti premere. Perché non potrebbe esserci
anche Céline?
Qualcuno ti batte sulla spalla.
Ti volti di scatto. È lei?!
«Chi c’era in macchina?»
No, non è lei. È Mirko. Hai un tuffo al cuore. Lo abbracci,
mentre senti che il cuore ti scoppia e le lacrime ti stanno
salendo agli occhi. «Chi c’era in macchina?» chiede di nuovo
Mirko.
«Céline» rispondi tu, con un filo di voce.
«Maledizione!» sibila.
«O Dio mio!» scoppi in lacrime. «Ma cosa sarà successo? Un
attentato?»
«Ma va là» ribatte Mirko. «Sarà stato un corto circuito.»
«Forse volevano uccidere me…»
«Non dire stupidate» ti mormora Mirko nell’orecchio, mentre
il suo abbraccio si fa più stretto. Vuole consolarti, proteggerti.
Ma all’improvviso qualcosa di duro ti penetra
dolorosamente tra le costole. «Non fare mosse brusche.
Saliamo in casa.»
Jack, non ti sentire troppo stupido se non ti rendi subito
conto che quella cosa dura che senti contro le costole è la
canna di una pistola. Nessuno riesce a immaginare la sensazione
che si prova la prima volta che accade una cosa del
genere. Ora, però, non perdere troppo tempo a pensarci su.
Sali, e in fretta.
«Dai, Jack, presto! La polizia arriverà da un momento
all’altro, e non ci metteranno molto a ricostruire di chi era la

macchina e dove abita il proprietario.»
E tu, Jack, sali rapidamente le scale. Pensi a Giovanni e a
Francesca. Vorresti avvertirli, ma come puoi fare? Céline
aveva avuto ragione anche su di lui quando ne diffidava.
Mirko apre la porta con un calcio. Prende Francesca e Giovanni
di sorpresa, ancora atterriti davanti alla finestra.
«State fermi, ragazzi, e non vi succederà niente.»
«Ma, Mirko…» azzarda Francesca.
«Niente “ma”, Francesca. Tu, Giovanni, vieni qui. Non
farmi arrabbiare, dai, che ho la pistola carica.»
Mentre Mirko tiene di mira tutti voi tre contemporaneamente,
facendo oscillare la canna della pistola ora verso
l’uno, ora verso l’altro, Giovanni gli si avvicina. Ha gli occhi
smarriti, si muove come un automa, ti ricorda la sera in cui
l’hai conosciuto, quando suo padre si è sparato. Ti guarda,
come se cercasse in te un conforto, un’indicazione. Tu gli fai
cenno di stare calmo. Una volta che gli si è avvicinato, nelle
mani di Mirko compaiono due paia di manette. Ne mette
rapidamente un paio al polso sinistro di Giovanni, quindi lo
strattona, si avvicina a Francesca e ammanetta anche lei. Riesce
a tenere entrambi con una mano, mentre con l’altra continua
a tenerti sotto tiro. Si avvicina al calorifero e vi assicura
l’altra polsiera delle manette.
«E questi sono sistemati, per adesso. Ragazzi, mi spiace, ma
ci sono cose importanti da sbrigare tra me e il nostro amico
Jack, ed è meglio che voi ne stiate fuori, d’accordo?»
Francesca e Giovanni continuano a sembrare così stupefatti
che non rispondono neppure.
«Bene, Jack, adesso tocca a noi. Dove sono le registrazioni?
Hai detto che l’ultima copia è qui in casa tua.»

«Quali registrazioni?»
Mirko ti ficca la canna della pistola nelle costole. Stavolta ti
fa davvero male. «D’accordo… sono in camera da letto»
gemi.
Ci vogliono otto secondi per arrivare dall’anticamera alla
camera da letto. Che fai, Jack? Non puoi certo cercare di
disarmarlo. Allora, durante il breve tragitto la butti sul patetico.
«Perché mi hai tradito, Mirko? Da quanto?»
«Jack, sei proprio un asino. Non ti ho tradito» sibila Mirko,
mentre ti lega una mano al piede del letto in camera. «Semplicemente
sono stato assunto dalla Nattan Bank per pedinarti.
E l’ho fatto. Da quando? Sin dall’inizio. Non so come
sapessero che ci conoscevamo, ma mi hanno ingaggiato proprio
per questo, perché ti conoscevo. Sono venuto nel tuo
ospedale, ho fatto finta di dovermi fare delle infiltrazioni.
Roba di routine, Jack, non prenderla troppo sul personale.
Ora però devo bloccarti a ogni costo. Avrei preferito che le
cose non si fossero spinte fino a questo punto, ma tu,
testardo, non hai voluto mai darmi retta.»
«Ma ragiona, Mirko… perché lo fai? Tanto ormai i tuoi
padroni sono rovinati. Anche se il giornale non dovesse
pubblicare nulla, ci sono le registrazioni.»
«Ne sei così sicuro, Jack?» sorride Mirko. «Sei così sicuro che
le ho spedite?»
«Cosa vuoi dire?» chiedi, improvvisamente spaventato.
«Niente, niente, Jack, lascia stare. Dammi le registrazioni e
vedrò di salvarti la vita. Magari ti faccio scappare.»
Ma già, è chiaro: «Non hai mandato niente! Non hai mandato
le buste!»
«Ovvio che non le ho mandate. Non ho fatto neanche la

registrazione a Esposito, non ho contattato Annuska, non
sono andato al controllo interno. Mi credi tanto fesso?
Dovevo solo conquistarmi la tua fiducia, farti credere che
lavoravo per te.»
«E che cosa ne hai fatto? Cosa ne hai fatto delle registrazioni?
»
«Basta adesso, mi hai seccato. Sono io che ti chiedo dove
sono le registrazioni che tieni qui. Presto, non ho tempo da
perdere.»
Tu allora ti guardi intorno. «Ma non ci sono!» esclami.
«Come non ci sono? Guarda meglio!»
«Non c’è niente! Eppure erano qui un istante fa.»
«Cerca meglio!»
«Ma non c’è niente da cercare. Erano qui, sul letto. Le avevo
lasciate prima di scendere in strada, dopo lo scoppio, e ora
non ci sono più.»
Pensi alla pistola che avevi comprato dall’armaiolo in via
Borsieri. È molto vicina a te, forse a due metri. Abbastanza
lontana però perché tu riesca a prenderla.
Ora si cominciano a sentire le sirene della polizia.
Mirko dice a voce assai alta, in modo che lo sentano bene
anche Giovanni e Francesca: «D’accordo, Jack, e anche voi,
marmotte: giochiamocela fino in fondo. Conto fino a cinque.
O tirate fuori le registrazioni oppure vi ammazzo tutti e
tre!»
E facendo capolino tra le due stanze punta la sua pistola.
Stavolta non sai proprio che pesci prendere. Non vedi ne il
cd né l’Mp3. Non capisci che cosa ne può essere stato.
Non hai molto tempo… In quel momento il cervello
macina, va per conto suo, sei in articulo mortis, e chissà com’è

che ti torna in mente quella cosa che avevi dimenticato tanto
tempo fa. La pistola di tuo padre. Ah, ecco dove l’avevi
messa. Sotto il piede destro della rete del letto. Possibile? Ma
quando ti sei trasferito in questa casa? Quindici anni fa? E
da allora non hai mai cambiato la rete del letto? No, mai. Ma
sai che sei uno sporcaccione?
Inconsapevolmente, ti giri di scatto verso il letto, ma Mirko
se ne accorge. Maledizione.
«Cosa c’è, cosa guardi?»
«Niente» fai tu.
«Come niente?» Mirko ti si avvicina.
Macina, macina con la testa: «No, ho pensato che il cd
potrebbe essere finito sotto le coperte, magari sotto uno dei
due cuscini…»
«Basta guardare, che ci vuole.» Mirko tira via il copriletto
con un gesto e lo lancia verso di te. Ti finisce in testa. Non
vedi più nulla. Senti solo la voce di Mirko, che ridacchia:
«Ehi, come si sta sotto la capannuccia?» E poi: «Niente, le
registrazioni non ci sono. Non c’è un cazzo. Allora, dove
eravamo rimasti? Uno… due…»
«Cazzo, ragazzi, ditegli dove sono le registrazioni!» gridi da
sotto il copriletto, mentre con la mano libera cerchi affannosamente
la pistola sotto il letto.
«… tre…»
Eccola. È in un sacchetto di plastica, attaccato con lo scotch
alla rete del letto. Riesci a staccarlo con una mano. «Si può
sapere perché state zitti? Ragazzi, qui ci fa tutti arrosto, ditegli
dov’è la valigetta!» gridi, con tutto il fiato che hai in gola.
«Non lo sappiamo, cazzo, non lo sappiamo!» ti rispondono
urlando all’unisono Giovanni e Francesca.

Approfittando del copriletto che ti nasconde, ti affanni a
strappare la plastica che avvolge la pistola.
«… quattro…» riprende il conto Mirko.
Driiin… Squilla il telefono. Tutto si blocca. Anche tu.
Mirko va nel soggiorno dove c’è la segreteria e le si avvicina.
La segreteria scatta: Questa è la segreteria telefonica di Jack La
Mosca. Non sono in casa, ma se sei una bella ragazza o un cliente
lascia pure un messaggio dopo il segnale acustico. Altrimenti lascia perdere.
Tanto non ti richiamo.
Riprendi febbrile il lavoro. Riesci a stracciare la plastica.
Bip, fa la segreteria telefonica.
La pistola non sparerà. Impossibile. Sono passati più di
trent’anni…
«Pronto, sono Alessandra Durante. Grazie per le registrazioni. C’è
proprio tutto. Domani leggerete i titoli sul giornale.»
Tu non puoi saperlo, ma Mirko si guarda intorno, pietrificato.
Ti scrolli di dosso il copriletto, sei pietrificato anche tu.
Ma la pistola ormai l’hai in pugno, nascosta sotto il copriletto
che ti è caduto a fianco.
Ed ecco che Mirko, passato l’istante di incertezza, sorride:
«Ragazzi, bravi. Non so come ci siete riusciti, ma bravi. Mi
avete fregato. Peccato però che non potrete raccontarlo in
giro. Addio».
Si guarda intorno, cerca di dare un’interpretazione plausibile
a quel che accade. O, meglio, a quel che non è accaduto,
quando tu cominci a urlare: «Basta! Mi sono rotto i coglioni,
basta uccidere, hai ucciso Celine, bastardo traditore!»
«Ma che cazzo urli, Jack? Stai zitto!» grida Mirko, mentre ti
sta raggiungendo per ucciderti. È un grido che ti sfonda i
timpani, in cui risuonano le voci di Mirko, di Francesca, di

Giovanni, di Alessandra, di Céline… di tutto il mondo, di
tutta questa merda schifosa e senza rimedio in cui sei invischiato
per colpa della Nattan.
È un attimo. Il tempo di guardarsi in faccia per l’ultima
volta. Sorpresi.
Un colpo esplode e colpisce Mirko. Lui cade sulle ginocchia.
Semplicemente incredulo.
Trent’anni dopo averti reso orfano, la pistola di tuo padre ti
salva la vita.
E, come in un sogno, squilla di nuovo il telefono e dalla
segreteria telefonica si sente di nuovo la voce di Alessandra:
«Ehi, ragazzi… tutto bene? Che cos’è stato quello sparo? Devo preoccuparmi?
Ragazzi… ehi… ragazzi!»
«Tutto bene, Ale, tutto bene, ma come hai fatto?» risponde
Giovanni a voce alta.
La voce di Alessandra è amplificata dalla segreteria telefonica:
«Ho ascoltato tutto dal cellulare di Jack. Stavamo parlando, poi
dopo lo scoppio deve aver buttato il cellulare che comunque è rimasto
acceso. Adesso però le registrazioni portatemele, altrimenti l’articolo
non ve lo pubblico più!»
Cerchi il tuo cellulare. Era finito sotto il letto. Alessandra
intanto ha riattaccato. Mirko è per terra. Il sangue ha smesso
di uscirgli dal buco che ha nel petto. Ha il viso pallidissimo.
Non più del tuo, però, Jack. In dieci minuti hai visto uccidere
la tua ragazza e hai ucciso un uomo. Hai anche vomitato
sul letto, ma ora con tutta quella gente in casa –
poliziotti, portantini, un medico – ti chiedi se puoi andare a
pisciare.
«Dove va lei?» ti chiede un poliziotto, bardato come fosse un

marine. Speriamo che non tiri fuori un collare, pensi.
«In bagno, se non le dispiace.»
«Vada. Ma non chiuda la porta.»
Mentre ti avvii, passi di fianco a Giovanni e Francesca. Giovanni
ti fa cenno di avvicinarti: «Nel cesto della biancheria
sporca».
«Cosa?»
Giovanni distoglie lo sguardo.
Tu entri in bagno. Il cesto della biancheria sporca è là. Ma
prima vai a farla. Fai. Scrolli. Chiudi la patta. Tiri l’acqua. Poi
ti avvicini al cesto. Quasi quasi non lo apri.
Il cd, l’Mp3… le registrazioni sono lì.
Resti secco. Poi le prendi e ritorni in soggiorno. «Le hai
messe tu lì dentro?»
Giovanni e Francesca si guardano con un’aria tra l’innocente,
il complice e il coglione. «Sì, siamo stati noi.»
Esplodi: «Ma siete degli stronzi fottuti! Quello ci ammazzava!
Ve ne rendete conto?! Siete pazzi! Dovevate dirglielo,
brutti stronzi!»
Intervengono due poliziotti a tenerti. Ce ne vorrebbero
quattro, hai la furia della stanchezza, potresti buttarti dalla
finestra, baciarli, ammazzarli, staccare un orecchio a morsi al
poliziotto che ti sta tenendo. Non ci capisci più niente.
Poi improvvisamente squilla il telefono.
Ti plachi di botto.
Pensi che dovresti andare a rispondere, prima che scatti la
segreteria, ma non hai la forza neanche di muovere un
mignolo.
Il tenente che comanda la squadra omicidi solleva la cornetta.
Resta in silenzio per qualche istante. Poi te la passa: «È

per lei».
«La Mosca. Salve. Sono qui sotto casa sua. Vorrei vederla. È possibile?
»
Quella voce.
«Ma chi parla?»
«Sugnu sicuru chi mi ricanuscisti.»
«Ma…»
«Non ti preoccupari. Mi misi già d’accordo cu tenente Scarpìa. È un
mio uomo. Scindi.»
Quell’accento.
«Ah… e pigghia i registrazioni pe favori.»
Sollevi gli occhi e il tuo sguardo incrocia quello del tenente,
che ti fa un cenno d’assenso e ti porge la valigetta con le
registrazioni.

Due minuti dopo, sotto casa

Una grossa limousine nera si accosta silenziosamente sotto
casa tua. Una lunga portiera si apre con uno scatto lieve.
«Vieni dentro, Jack. Non fare entrare il freddo.»
La voce ti colpisce ancora come una staffilata. È una voce
calda, pastosa. L’inflessione dialettale è inconfondibile.
Quella del tuo paese.
«Vieni, vieni Jack, entra.»
Entri e la portiera si chiude come una lama sul velluto.
Dall’altra parte dell’abitacolo, qualcuno che hai incontrato, a
migliaia di chilometri di distanza, più di 30 anni fa a casa tua,
che parlava sempre soprattutto con tuo padre, tua madre era
impegnata con te, diciamo che eri un rompicoglioni già da
allora. Sì, sono io anche se ancora non vuoi crederci.

«Vieni, Jack, entra. Dammi le registrazioni, innanzi tutto.
Bene. Che è successo a Mirko? L’hai ammazzato? Il tuo
primo morto. Non ti preoccupare, era uno stronzo. Ma non
rimanermi lontano, vieni più vicino, lasciati guardare.»
«Ma chi sei?»
Mi hai già riconosciuto, ma vuoi ancora pensarci… Cerchi di
inquadrarmi nella penombra. Ma non ti avvicini.
«Sì che mi riconosci, Jack.»
«No, è impossibile.»
«Perché, Jack? Non c’è nulla di impossibile.»
Fai per uscire. Ma non puoi, Jack.
«Le porte della mia macchina si sono chiuse ermeticamente
e solo io posso riaprirle.»
Mi fai tenerezza, ora, Jack, mentre ti metti la testa fra le mani
e mi chiedi: «Perché?»
«Perché cosa, Jack?»
«Perché sei qui?»
«Perché è da tanto che ti seguo, Jack. Sono stanco e vecchio.
»
«E perché è da tanto che mi segui?»
«Calmati, figliolo. Ti seguo perché ti conosco da quando eri
bambino.»
«Da quando ero bambino…» ripeti meccanicamente. Sei
come in un sogno, Jack. Ti capisco. «Ma allora…»
«Parlami, Jack, parlami liberamente.»
Tu però non vuoi concentrarti, devi distrarti.
«L’avevo capito, sai… Sapone e tutte le sue aziende: Niscagi,
CingiSa, Agis Inc, Gancisi… Erano tutti anagrammi…
«Già.»
«E la Nattan?»

«Della Nattan posseggo ben poco. Ma posseggo le persone
giuste. Quelle che servono per fare quello che mi serve.»
«Ma perché l’hai fatto?»
«Che cosa?»
«Mi hai seguito tutto questo tempo…»
«Già.»
«Da quando hai ucciso mio padre?»
«Non sono stato io a uccidere tuo padre, Jack, credimi. Io
credevo in lui. È stato il sistema a stritolarlo.»
E di nuovo rimani di sale. Ti ricorda qualcosa, eh? Sono le
parole esatte che hai usato con Giovanni. «Ma come fai?»
«Come faccio cosa?»
«A sapere tutto, persino le parole che uso.»
«L’hai detto tu, Jack: ti ho seguito per tutto questo tempo.»
Ora puoi esplodere, Jack, oppure afflosciarti su te stesso.
Come ci si sente quando si scopre di essere stati manipolati?
Vediamo quel che farai. Se ti conosco…
«Ma vaffanculo!» esplodi, ti lanci contro la portiera e
cominci a darle spallate, calci. «Aprimi la porta, maledetto!
Aprimi la porta, stronzo!»
Io ti lascio fare, Jack. È giusto che tu ti incazzi. Mi piace. Ora
ti rivolti verso di me. So che non mi farai del male, ma
meglio evitare errori. Si materializza, tra me e te, una faccia
che dovresti ricordare.
«Calmati, Jack. Ti presento Santo. Credo che tu l’abbia già
conosciuto.»
«Sì» fa Santo, sorridendo. «Ci siamo conosciuti a Paullo. Scusami
se siamo andati giù un po’ duri…»
Fai un gesto, come se volessi prenderlo a pugni. Ma lui ti
blocca. Con delicatezza, ma anche con fermezza. «Adesso,

però, stai calmo, d’accordo?»
Ti dibatti, digrigni i denti, ti agiti per un po’, poi alla fine ti
quieti.
«Lascialo, Santo, grazie. Del resto lo capisco. Anch’io sarei
incazzato al suo posto.»
«Ma allora sei stato tu… Che necessità c’era di bruciare le
bobine?»
«È stata la stupida idea di uno dei tre. Sai come sono i ragazzacci.
Gli piace giocare. Comunque, chi ti ha bruciato le
bobine non lavora più per me… ehm, non lavora più per
nessuno.»
«Quindi se proprio tu.»
«Sì, sono io, tuo zio. Tuo zio Scignia, il cornuto che ti ha
ucciso il padre.»
«… il cornuto che ha ucciso mio padre…» mormori.
«Lascia che ti spieghi. Il fallimento della Gancisi non l’ho
voluto io. Anch’io sono stato messo di mezzo. I soldi che mi
avevate dato li avevo davvero investiti, volevo costruire qualcosa
in paese, ma poi…»
«Ma poi cosa?»
«Jack, a me non piacciono i giri di parole. Cosa vuoi che ti
dica? Che è stata la frustrazione provata vedendo che i miei
tentativi di creare ricchezza onestamente fallivano miseramente
che mi ha portato a farmi strada in un altro modo? O
vuoi per caso che ti dica che anch’io ho creato ricchezza,
anch’io ho le mie leggi, anch’io ho fatto del bene, e continuo
a farne a tante persone e vorrei farne anche a te?»
Lasciamo perdere, Jack. Ti guardo, dal mio lato, in fondo alla
limousine e tu mi hai già capito. Lo so. Anche se in questo
momento sei come sopraffatto dalla situazione, lo so che

dentro di te stai già elaborando, stai già pensando. E continuo:
«Siamo della stessa pasta io e te, Jack. È per questo che
ho voluto metterti alla prova».
Tu ti riscuoti. «Alla prova? E perché?»
«Volevo essere sicuro che il carattere che avevo intravisto in
te era quello giusto. Che avresti saputo parare i colpi, rintuzzare
gli attacchi, passare al contrattacco. Che avevi la stoffa
per resistere, per insistere.»
«E ce l’ho?»
«Ce l’hai. Sei come ti pensavo. Sei come ti volevo. Per questo…
»
«Per questo?»
No, aspetta. Forse è ancora troppo presto.
«Sai che mi occupo di molte cose.»
«So che Sapone si occupa di molte cose.»
«Beh, non cambia molto. Tuo zio Scignia e il signor Sapone
hanno avuto sempre lo stesso stile. Solo che Scignia era più
inesperto. È dovuto sparire in fretta. Sapone, invece, è
andato meglio. Ho comprato società in America e in
Europa. A volte sono andate bene, a volte male. E ho sempre
cercato di aiutare la gente.»
«Comprarla, vorrai dire. Pensi di poter comprare tutto,
vero?»
«Non giudicare se non sai. Il crack della Gancisi, che poi
portò tuo padre a fare quel che ha fatto, fu colpa delle banche
che mi chiusero i fidi proprio quando mi rifiutai di farle
entrare nell’azionariato. Fino ad allora la società andava alla
grande.»
«Certo, certo. Divertente. E la Svizzera?»
«Anche lì ho avuto sfortuna. Certo, con i soldi dei clienti,

invece di comprare titoli dei mercati finanziari, ho comprato
immobili in Bulgaria, India, Repubblica Ceca… Sarebbe
andato tutto benissimo se il governo italiano non si fosse
inventato lo scudo fiscale nel 2001. A quel punto troppi
clienti sono venuti a chiedere i soldi da riportare in Italia,
non si sono più accontentati di un rendiconto.»
«Che era falso.»
«Se lo scudo fosse arrivato l’anno dopo nessuno si sarebbe
accorto di nulla e tutti ci avrebbero guadagnato. Comunque,
dalla vendita degli immobili nei diversi Paesi ho guadagnato
900 milioni di euro contro 150 investiti. Quando ho realizzato
le vendite, dopo circa 15 mesi, ho mandato 230 milioni
di euro al liquidatore della società svizzera e tutti i clienti
sono stati rimborsati.»
«Ma che gentiluomo. E in questo modo non solo l’hai fatta
franca ancora una volta, ma scommetto che ti senti anche
una specie di benefattore.»
«Certo. Perché no? Alla fine ho fatto guadagnare tutti lo
stesso.»
«E anche tu hai avuto la tua parte, no?»
«Mi sembra giusto.»
«Veniamo a noi, ora. Alla Niscagi. Cosa mi dici della
Niscagi?» mi chiedi.
«Quando hai un fondo di private equity con 500 milioni di
euro da investire in aziende che hanno bisogno di liquidità, ti
vengono a cercare in molti, te lo assicuro.»
«Di che parli? Del fondo americano Scagini?»
«Esattamente. Sono entrato nell’azionariato di una società di
biotecnologia in forte crisi finanziaria, ma che fa ricerca per
alleviare le sofferenze di chi è malato di cancro. Poi mi sono

comprato un po’ di Nattan, specialmente gli uomini che la
guidano. Che, ti assicuro, è un modo più economico ma
molto più efficace di essere padrone di un’azienda.»
«Ma tu sapevi che io lavoravo in Nattan, o è stato un caso
che tu abbia scoperto che nell’organico dei promotori c’era
anche il figlio dell’uomo che si era ucciso per causa tua?»
«Vuoi la verità, Jack?»
«Certo che la voglio.»
«Allora, sappi che ti ho sempre seguito. E in qualche modo ti
ho anche guidato. A tua insaputa.»
«Cosa vuoi dire?»
«Com’è che dopo qualche mese dalla tua laurea ti hanno
proposto una borsa di studio in finanza a Milano? E com’è
che, dopo due settimane, hai incontrato per caso l’amministratore
della Banca Modestini che ti ha fatto una proposta
di lavoro? E ti ricordi come sei passato in Nattan?»
«Lascia perdere, basta. Questa cosa mi disgusta e mi umilia.»
«Però è così, Jack. Ti ho seguito, discretamente, e ti ho
apprezzato sempre. E sai perché? Perché sapevo che eri
simile a me in tante cose, ma allo stesso tempo ero certo che
mi avresti fortemente contrastato. In fondo, io apprezzo più
le persone che mi si oppongono rispetto a quelle che mi
seguono, che mi dicono sempre di sì. Perché mi temono. Il
tuo Cabrini, ad esempio. L’ho sempre stimato. Perché lo
sento simile a me. Anch’io sono un legalista.»
«Tu?»
Sono riuscito a farti sorridere. Ma se sorridi è perché non
capisci.
«Vedi, Jack, tu sai di me quel che hai letto sui giornali. Ma
pensaci un attimo. Chi sono i veri criminali? Io, i miei diri-

genti li tengo in pugno.»
«Ma cosa c’entra? Tu cosa fai di buono?»
«Ti assicuro che quel che faccio serve innanzi tutto a distribuire
ricchezza a chi ne ha poca. Sì, non sogghignare. Ho
fatto più io per la nostra terra e per i nostri compaesani che
tutti i politici e le banche messi insieme. Nonostante tutto.
Poi da me, se un dirigente sbaglia finisce fuori. Nelle altre
banche viene promosso. In quello che tu chiami, probabilmente,
sistema legale, se uno ruba resta incollato al suo
posto, a rubare, fino al terzo grado di giudizio. Hai mai sentito
al telegiornale di un dirigente di banca che viene sbattuto
fuori perché ha rubato, e magari con un bell’avviso:
“Diffidate di quest’uomo. Non affidategli i vostri soldi. È un
ladro”? Mai. Invece, da me, se uno lavora per me non si fa in
tempo a formare il sospetto che abbia rubato che si trova già
sul lastrico.»
«Se non sotto il lastrico» commenti tu.
«Certo, anche sotto il lastrico. Perché? Pensi che non sarebbe
giusto farlo anche per qualcun altro? Tu li vendevi i bond
spazzatura?»
«Tu che dici, zio?»
«Io lo so che tu non li vendevi. Come dici sempre? Cura
prima gli interessi del cliente, quindi quelli della banca e
infine i tuoi. Ma quanti le vendevano, sapendo che erano
rischiose? Quando uno consiglia un’obbligazione di quelle,
pensi che non lo sappia che sta vendendo spazzatura ad alto
potenziale di contaminazione? Allora, cosa si fa? Si disturba
un magistrato? Oppure – concedimi di ridere – cerchiamo di
coinvolgere la Consob, così ci facciamo ridere dietro?
Oppure lo facciamo fuori, così ha quel che si merita e gli

impediamo di nuocere ulteriormente?»
Ti tocca ancora trasalire, Jack. Ti stai ancora chiedendo
come faccio a sapere tutte queste cose di te, persino i tuoi
modi di dire.
«Già, ma come fai a sapere tutte queste cose? Come fai a
conoscere i miei modi di dire? Sapevi persino che quel
giorno sarei andato a Paullo, e mi pare proprio di non averne
mai parlato con nessuno. Sembra quasi che tu mi abbia
seguito con una videocamera nascosta, neanche fossi il
Grande Fratello, in tutti questi anni.»
«E chi ti dice che non lo sia, il Grande Fratello? Chi ti dice che
non abbia disseminato la tua esistenza di telecamere e registratori?
Chi ti dice, invece, che non sia semplicemente il
fatto che quando due persone sono unite da un legame che
va oltre, c’è poco da fare, non si scappa.»
Non sai che rispondere, eh?
«Tu e io ragioniamo allo stesso modo. Lo so, e lo sai. Ti ho
seguito in questi anni, e tu me l’hai confermato sempre,
giorno per giorno. Certo, tu penserai che siamo dalle parti
opposte della barricata. Ma non è vero. Siamo dalla stessa
parte: dalla parte di chi fa le cose seriamente, senza cercare
giustificazioni e non si perde in chiacchiere. E io so che
adesso tu, Jack, mi stai capendo.»
Non parli, Jack. Ascolti. E allora, io riprendo: «Non devi
preoccuparti di niente. Mirko è andato, peggio per lui.
Anche se era del paese, non era poi questo granché. E poi
uno che era disposto a tradirti per denaro… un tuo compagno
di scuola, puah! Tu non preoccuparti, mettiamo tutto a
tacere, non ci vuole niente. È stata legittima difesa. Non
dovrai neanche presentarti in questura, se ne occuperanno i

miei legali, sono i migliori sulla piazza. Certo, c’è la questione
di Céline. Tu adesso sei convinto che si sia trattato di
un’autobomba, magari per farti saltare in aria. Non ne so
niente. Se era un’autobomba non l’ho messa io. Ma poi non
credo. ’Sti cosi non si fanno. Chi vuole far sparire qualcuno,
lo fa con discrezione, che cazzo sunnu sti piazzati? Pensu fu
n’incidente. Mirko doveva solo fare in modo che si incendiasse
l’auto con le bobine e impedirti di andare al giornale.
Certo, adesso ti fa male. Comunque vedrai che è stato
meglio così. Quella era una femmina che non stava al suo
posto… si impicciava, voleva fare l’avvocata… Ma pensa tu:
l’avvocata, mica l’avvocato. No, Jack, tu hai bisogno di
tutt’altra persona, una che ti sappia tenere la casa, che tiri su
i tuoi figli, perché ne dovrai fare, e parecchi. Che non si
impicci negli affari tuoi. Vedrai che te la troviamo. E bella,
naturalmente, perché anche la minchia vuole la sua parte».
Tu sei a disagio, me ne accorgo. «Ma che fai? Mi organizzi la
vita?»
E allora te lo dico, basta.
«No, Jack, non voglio organizzarti la vita. Diciamo che vorrei
farne parte. Vorrei che venissi a stare con me. Tutta questa
prova è servita a renderti degno di diventare il mio
erede.»
«Cosa?»
«Sì. Io non ho figli e tu saresti un figlio ideale…»
Ora non scappi più, Jack. Ora la mandibola ti è caduta e stai
lì: scusami, ma sembri proprio un allocco. Povero ragazzo,
ne devi fare ancora di strada. Ne devi vedere di cose.
«Ecco, io ti voglio dare tutto questo, perché per me sei come
un figlio.»

Ora ti risollevi: «Un figlio cui hai ucciso il padre».
«Un figlio cui voglio restituire un padre.»
«E vorresti che diventassi tuo complice.»
«Già lo sei, Jack. Tu sei mio complice, lo sei stato in tutti
questi anni, che tu lo voglia o no, hai sempre fatto quello che
pensavo per te. Ora si tratta soltanto di accettarlo, insieme a
tutti i vantaggi, a tutte le responsabilità e a un’altra cosa…»
«Cosa?»
Ti prendo la mano, Jack. Lasciati prendere la mano, Jack.
«Il mio amore di padre.»
Tu rimani a lungo con la tua mano nella mia. Sento che me
la stringi, a un certo momento. Poi ti allontani.
«E, naturalmente, come sempre, la tua è una proposta che
non si può rifiutare.»
«Jack, ti prego. Pensaci. Ti ho detto tutto, e l’ho fatto a
ragion veduta, perché tu sapessi esattamente chi sono e che
cosa ti posso offrire.»
«Ti ringrazio.»
«Questo, però, significa anche ti ho svelato i miei segreti.
Cose che sanno solo i miei più stretti collaboratori. Non c’è
altro essere vivente che sappia queste cose.»
«Nessun essere vivente. Ma magari qualche essere che è stato
vivente…»
«Già.»
«Capisco. Non mi lasci molta scelta.»
Bravo, Jack. Sai andare subito al punto. Ma stavolta sono io
che non voglio andare al punto. Sono di nuovo lontano da
te. Non voglio influenzarti. Guardo oltre il finestrino, ma
voglio ancora stringerti la mano.
«Jack, figlio mio… Io ti conosco bene ed è per questo che ti

voglio con me. So che potresti dare molto alla mia organizzazione,
e potresti avere molto. Sto diventando vecchio e
non vorrei che quanto ho saputo creare vada perduto. Il mio
patrimonio è superiore a un miliardo di euro. Ma non voglio
obbligarti. Puoi pensarci e dirmi anche di no. A te non succederà
mai nulla. Non potrei mai vendicarmi su mio figlio,
qualsiasi cosa mi facesse. Ma ricorda che hai una grande
responsabilità anche nei confronti delle persone che ami.
Oggi ne hai persa una, Céline, forse perché non sei stato
abbastanza attento che non le capitasse nulla. Se mi dici di
no, io ti darò un grande abbraccio e le nostre strade non si
incroceranno mai più. Devi solo promettermi che starai
sempre attento alle persone che ami, che ti prenderai sempre
cura di Francesca, Giovanni, Alessandra e che non farai mai
nulla per mettere a repentaglio il loro benessere e la loro
salute. Me lo prometti?»
Io so cosa stai pensando, Jack…
«Io ho capito che oltre un certo limite non si può andare
senza essere ammazzati. E tu sei il mio limite. Ma se ti dico
di no, di Mancini, Salutti, Esposito e Sturli cosa sarà?»
«Avranno quel che si meritano.»
«Li manderai via? Li farai arrestare?»
«Esposito e Salutti pagheranno caro il fatto di avermi tradito.
Grazie alle tue registrazioni che Mirko mi ha dato ho
scoperto che mi tradivano portando i clienti, invece che alla
Nattan Suisse, in CBT SA.»
«E Mancini e Sturli?»
«Li promuoverò. Hanno fatto un buon lavoro. Hanno
saputo metterti alla prova e saggiare le tue capacità.»

«Ma sapevano di noi?»
«No, non sapevano nulla e se vuoi la loro testa, vieni con
me, entra nella mia famiglia, sii la mia famiglia, e l’avrai. Se
vuoi sarai l’amministratore delegato della Nattan, a me non
interessano loro. Interessi tu.»
«È strano, ma nel salotto di questa macchina mi sento davvero
a mio agio. È caldo, accogliente. Lo sai? È il primo
posto tranquillo in cui riesco a sedermi per qualche attimo
da giorni. È vero, zio Scignia. Tutta la mia anima si ribella, si
disgusta di te, ma il mio corpo è stanco, vuole riposare. Ora
so che non potrò mai batterti. La gente come te non si potrà
mai sconfiggere definitivamente. Servite, perché altrimenti il
bene non potrebbe farsi vedere. Sei talmente merdoso, zio
Scignia, che arrivi a offrirmi la vittoria nella mia battaglia, la
testa di Mancini, Salutti e Sturli, solo a prezzo di dichiararmi
sconfitto, di passare dalla tua parte. E addirittura, se venissi
con te, se diventassi davvero tuo figlio, magari mi faresti fare
come fai tu: un po’ di beneficenza, un po’ di bene, ma poco,
per i promotori, per le banche, in cambio del potere e del
denaro. E poi, cos’altro puoi offrirmi, eh, zio Scignia?»
«Non ti risponderò, Jack. Ma ti ricordo che c’è un’altra cosa
a cui forse non hai pensato.»
«Dimmi.»
«La tua scommessa finanziaria su Nattan. Stai per vincere.
Ormai mancano pochi giorni. E sai che ti sto aiutando a vincerla…
»
«Me ne sono accorto.»
«Mi basterebbe una telefonata per acquistare tante azioni
della Nattan da far risalire il titolo fino a…»
«Lo sapevo, sai, zio Scignia, che c’era anche questo? Tu puoi

tutto, leggi nella mente delle persone, governi i mercati… sei
onnipotente. E allora… allora perché non lo fai?»
«Consideralo una specie di regalo di benvenuto, Jack.»
«O di addio?»
«O di addio.»
Sta cominciando a cadere la neve, su Milano. La gente si
affretta per gli ultimi acquisti dell’anno. Dalla grande limousine
nera un uomo esce e si avvia a passo lento verso la carcassa
carbonizzata di una Maserati che la neve non riesce
ancora a ricoprire, perché appena la tocca si scioglie. C’è
odore di carne bruciata. L’uomo passa a fianco della macchina,
rallentando un istante. I poliziotti si allontanano mentre
lui prosegue verso casa sua. La limousine riparte
silenziosamente nella direzione opposta, scivolando
sull’asfalto.
Dovrai sempre guardarti le spalle, Jack. Guardare le tue
spalle e quelle dei tuoi cari, e dovrai sempre combattere la
tua battaglia quotidiana per stare al mondo. Ma, in fondo,
non è quello che fanno tutti?

Epilogo
5 gennaio 2005
Isola imprecisata dei Caraibi
Ore 07.10 caraibiche, ore 13.00 italiane

«Che stai facendo, Jack?»
«Voglio vedere il telegiornale.»
«Cosa t’importa? Il titolo Nattan ha chiuso l’anno a 11,9.
Hai vinto, Jack.»
«Sì, lo so, ma ho un certo piacere a sentire che il titolo Nattan
è sceso. Magari dicono ancora qualcosa.»
«Ok, ma tieni il volume basso per favore.»
“E adesso passo la parola a Giorgio Biondo, il nostro corrispondente
dalla Borsa di Milano.”
“Buongiorno e buon anno a tutti. Come ormai vi abbiamo raccontato
in questi giorni la discesa delle azioni del titolo Nattan sembrava
l’ultimo dei guai per l’istituto bancario e per il suo management, che
non ha ricevuto il diritto a incassare le azioni Nattan in quanto il 31
dicembre il titolo è stato quotato a 11,9. Ieri sera la Nattan si è rivelata
la protagonista di una delle più grosse truffe finanziarie mai
attuate in Italia e sventata a pochi giorni dalla sua piena riuscita.
Infatti, è stata bloccata una colossale emissione di obbligazioni della
Bio Niscagi che avrebbe potuto danneggiare gravemente migliaia di
risparmiatori. Sembra che l’incasso dei soldi dal collocamento di obbligazioni
Niscagi servissero per risanare i bilanci di decine di società
europee e di due americane collegate alla Bio Niscagi e non per finanziare
la ricerca di un farmaco che doveva curare dal cancro. Il collocamento
avveniva tramite un’illecita gestione, detta “gestione speciale”,
che permetteva alla banca di collocare la sua emissione di bond presso i

suoi clienti a loro insaputa e in chiaro conflitto di interessi. Inoltre, i
dirigenti della Nattan avevano creato una rete parallela collegata a una
consociata svizzera, la Nattan Suisse, per l’esportazione di capitali dei
propri clienti da e verso l’estero. E anche nelle gestioni in Svizzera i
clienti si trovavano le Niscagi”.

«Oh cazzo! Sono fatto. Qua lo zio penserà che sono stato io
a parlare.»

“Intanto, due dei tre principali responsabili degli illeciti, Marco Mancini,
amministratore delegato della Nattan Bank, e Oliviero Sturli, il
legale della stessa banca, sono stati tratti in arresto. I legali dei due
arrestati hanno immediatamente richiesto al Gip la concessione degli
arresti domiciliari. Il terzo indiziato, Giorgio Salutti, direttore generale
dell’istituto di credito, si è reso irreperibile. Non ci sarebbero dubbi
invece sulla morte per avvelenamento dell’altro dirigente della Nattan
Bank, il dottor Esposito, nella notte del 1 gennaio. Si è trattato di un
incidente dovuto a una fuga di gas…”

«Sì, il gas Scignia per chi tradisce lo zio.»

“La Consob si è dimostrata efficace quanto tempestiva. In sole sei ore i
funzionari dell’istituto hanno chiamato con un telefono dotato di registratore
tutti i promotori finanziari della Nattan Bank facendo loro le
stesse domande. Poi, confrontando le risposte, si è riusciti a ricostruire
la verità, avere le prove e soprattutto a individuare i promotori finanziari
coinvolti in operazioni illecite, che sono stati immediatamente
radiati dall’albo e segnalati alla Procura della Repubblica. È la conferma
che il problema non sta nel fatto che nel sistema ci siano mele
marce. I disonesti ci sono e ci saranno sempre. L’importante è che il
sistema finanziario o comunque una comunità, uno Stato, si fondi

sull’onestà sostanziale di chi ne fa parte. Anche in questa vicenda sono
state le testimonianze delle persone oneste a incastrare quelle disoneste”.

«Ma cosa cazzo è successo? Lo zio si era persino ripreso le
registrazioni. Almeno spero che non gli diano i domiciliari a
Mancini e Sturli…»

“Il Gip ha risposto positivamente alla richiesta degli arresti domiciliari,
non essendoci più possibilità di ripetere il reato”.

«Buonanotte. Come al solito non ci ho capito niente. Adesso
però come cazzo faccio? Il mondo è troppo piccolo per
scappare dallo zio. Quello mi fa ammazzare. Alessandra!»
«Ehi, ehi… Che c’è? Cosa urli?»
«Alessandra, bisogna subito avvertire Giovanni e Francesca.
C’è un’emergenza.»
«Che è successo?»
«Un casino! Guarda la televisione.»

“La scoperta della grossa truffa è dovuta a una denuncia partita dal
notaio Silvestri, esecutore testamentario dell’avvocato Céline Daccò,
deceduta, sembra, in un incidente qualche giorno fa. La Daccò infatti
aveva lasciato in custodia presso il notaio una serie di registrazioni e di
documenti che comprovano le irregolarità della gestione della Nattan e
della Niscagi, che il notaio stesso doveva presentare immediatamente,
come ha fatto, alla Procura della Repubblica di Milano se le fosse accaduto
qualcosa”.

«Jack, hai capito? Céline… aveva pensato a tutto!» esclama
Alessandra.
«E io sono qui con voi a nemmeno un mese dalla sua
morte…»

“Fortunatamente, il colpo non è andato a buon fine. Ma c’è di più: del
crollo del titolo Nattan ha approfittato principalmente un promotore
finanziario che aveva scommesso proprio sul calo delle azioni Nattan,
e che ora, con il loro crollo, si è trovato possessore di una cospicua fortuna.
La sua identità non è ancora nota”.

«Ehi… ehi… non si vede più nulla!»
«Jack, è andata via la corrente.»
«Ehi, ragazzi, che succede?»
«Nulla, Giovanni.»
«Non si può mai fare il bagno in pace, qui, neanche di prima
mattina. Che c’è, Jack? Perché urli?»
«Ho gridato?»
«Guarda che la mamma è sveglia da un pezzo. Lei ha il fuso
orario italiano in testa, e se urli finisce che non le piaci più,
anche se le hai pagato le vacanze sull’isola e tutto il mutuo.»
«Beh, almeno Francesca dorme ancora.»
«No, sono qua. Ma che buio c’è qua dentro! Allora… cosa
urlavi, Jack?»
«Li hanno arrestati tutti.»
«Chi?»
«Adesso ti faccio vedere la tv. È che su questa cazzo di isola
la luce va e viene come niente! Avessi comprato le Niscagi
sarei rimasto col cerino in mano, ma almeno ora ci vedrei
qualcosa… Ouch! Ma chi ha messo questa sdraio in mezzo
alla stanza? Ah, sono stato io…»

POSTFAZIONE

Caro lettore,
il libro che hai letto ti ha fatto entrare in un mondo con il
quale hai avuto spesso a che fare, ma di cui, probabilmente,
non sai molto: quello delle banche, dei promotori finanziari
e dei loro clienti.
Hai fatto il tuo ingresso dalla porta principale e hai potuto
contare su di me come una guida esperta.
Sono un promotore finanziario. Mi occupo anche di ricerca
e selezione di dipendenti bancari e promotori. È per questo
che posso dire di conoscere bene non solo l’ambiente ma
anche le persone: clienti, private banker, formatori, avvocati,
giornalisti, dirigenti, impiegati, amministratori delegati, area
manager.
Con quanti avrò avuto contatti in questi anni? Difficile dire
un numero: molte centinaia, comunque. Il mio lavoro prevede
di parlare con queste persone, di lasciare che raccontino
le loro storie, i loro desideri, le loro paure, che
esprimano i loro obiettivi.
Alcune banche o, più precisamente, i dirigenti che ci lavorano,
e alcuni clienti molto importanti di queste sono spesso
preda di un delirio di onnipotenza, derivante dalla consapevolezza
di possedere soldi e potere. Essi ritengono di poter
estendere il proprio dominio a tutti i gangli dell’economia,
della vita sociale, culturale e addirittura personale dei cittadini.
Amo molto il mio lavoro e vorrei fare qualcosa per migliorarlo.

Parlavo di questo, una sera, nella saletta riservata di un ristorante
milanese con due amici. Uno è amministratore delegato
di una banca e l’altro un avvocato specializzato in
diritto del lavoro di un grande studio legale internazionale.
Era il febbraio del 2002, faceva un gran freddo e stavo pensando
a cosa fare della mia esistenza.
Esposi il proposito di cercare un modo per denunciare le
palesi incongruenze del settore e tutto ciò che ne consegue.
Proposi di rendere pubblica la cosa, magari utilizzando il
canale visivo, le immagini, di facile comprensione per tutti,
creando quindi una fiction, un film con una storia che
ponesse un uomo solo contro queste ingiustizie.
L’idea fece naturalmente sorridere i miei amici. “Certo,
certo” mi disse l’amministratore delegato, “che ci vuole?
Anzi, perché non ci scriviamo anche un libro?”
Questa battuta mi ha aperto una nuova prospettiva.
Tralasciando la benevola ironia con cui fu fatta, l’ipotesi di
scrivere un libro capace di perlustrare quanto mi stava a
cuore cominciò a germogliare. Avrebbe dovuto trattarsi,
ovviamente, di un genere narrativo di forte impatto, un thriller,
ad esempio, o più precisamente, un financial thriller.
Sfruttando le competenze di questi due amici, la loro esperienza,
i piccoli aneddoti personali, ascoltando con molta
più attenzione le loro strategie aziendali e professionali e le
loro comprovate tecniche per “fregare il prossimo”, raccolsi
materiale sufficiente per iniziare la stesura del più sconcertante
thriller finanziario che mai, da solo, sarei riuscito a
immaginare: li avevo ingaggiati come consulenti, a loro insaputa
e senza stipendio!
Hai ritrovato questi due personaggi, in qualche modo, anche

in JACKFLY. Ma non preoccuparti, nella vita reale non sono
così terribili… sono peggio!
Il Governatore della Banca d’Italia sostiene che l’economia
italiana si fonda sul sistema bancario e che bisogna fare di
più per migliorarlo: io ho deciso di prenderlo alla lettera.
Il mio contributo sarà JACKFLY.
Troppo ambizioso? Vedremo. Almeno voglio provarci.
Nicola Scambia
Scrivimi la tua opinione sulla storia: nscambia@jackfly.net


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Pubblicato da su febbraio 6, 2012 in Il Progetto Jackfly

 

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