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JACKFLY – Il Romanzo – Leggi la seconda parte

24 Gen

Proseguiamo con la pubblicazione del romanzo JACKFLY: per leggere la prima parte, cliccate qui; per acquistare il libro, utilizzate questo link

Nel limbo

E poi sei andato in giro tutta la mattina. Così, senza una
meta precisa. Hai comprato una pelliccia ecologica per
Céline. Ti sei seduto al caffè a leggere il giornale. Cose che
non avevi mai fatto prima. A un certo punto ti sei trovato
davanti alla vetrina dell’armaiolo di via Borsieri. C’erano scimitarre,
machete, coltelli a serramanico, pistole, baionette,

tirapugni. Un festival di acciaio brunito o cromato, di forme
sinuose o scabre, di luci secche, taglienti. Chissà se gli ispettori
li ha mandati veramente Mancini, dopo la scenata
dell’ultima riunione, ti sei chiesto. Ma dai, è impossibile, ti
sei risposto lì per lì. È assolutamente un caso. E ora che ne
dici, Jack? Era davvero un caso?
Ah, ma ecco che arriva Francesca. Ti porta il giornale, che
tanto non leggi. Ma anche una buona notizia. È proprio
un’anteprima, non te l’hanno ancora detto i medici, vero?
Fra tre giorni torni a casa.

Milano, filiale Nattan Bank
Ore 14.30 del 22 settembre

«Sei uscita a mangiare qualcosa, Francesca?» le chiedi dopo
essere tornato in ufficio.
«No, figurati. Sono andati via venti minuti fa e mi sono
messa subito a riordinare.»
«Però, hanno fatto un lavoro approfondito! Non c’è un
foglio che sia uno al suo posto. Hanno lasciato detto qualcosa?
»
«No, grazie al cielo. Hanno detto che va tutto bene.»
«Vedi che non c’era niente da temere?» le fai, aiutandola a
tirar su due o tre cartelle clienti. «Ha chiamato nessuno?»
«Niente di urgente. Ti ho lasciato un appunto sulla scrivania.
»
«Benissimo. Allora, vai a mangiare qualcosa. Intanto io
metto un po’ in ordine.»
Francesca esce mentre tu continui a mettere al loro posto le
cartelle dei clienti. È curioso come proprio adesso ti torni in

mente quel bambino su cui avevi inciampato giusto prima
delle vacanze. “NO CELO LAVORO NO CELO CASA
NO CELO FAMILIA”. Chissà che fine ha fatto quel ragazzino,
che tra l’altro si chiamava anche Jack, o Jacques. Chissà
se aveva davvero la gamba rattrappita… Poi ti torna in
mente Giovanni. Lui come starà? Saranno riusciti a non perdere
la casa? A pagare i debiti? Sua madre si sarà ripresa? E
poi squilla il telefono.
«Eccomi, eccomi.» Ma non lo trovi.
Squilla. «Ma porca puttana, dov’è finito?!»
Squilla. «Dove cazzo l’hanno messo quei bastardi…»
Squilla. «Oh, eccolo. Pronto! Ah, sei tu, Giorgio. Sai che
oggi sono arrivati due ispet… lo sai già? Bene. Come dici?
D’accordo. Aspetto che rientri la mia segretaria e sono da te.
Anche perché è uscita senza portarsi dietro le chiavi. Come?
E, beh, aspetterai. Se ci tieni tanto a vedermi cinque minuti
di attesa passano in fretta.»
Ancora da Salutti. Ultimamente hai frequentato molto
quell’ufficio, non c’è che dire.

Milano, sede Nattan Bank
Ore 15.24 del 22 settembre

«Allora, oggi ha ricevuto un’ispezione, ingegner La Mosca?»
Chi parla è l’avvocato Sturli. Non ti sei ancora seduto
davanti a Giorgio Salutti, al tuo solito posto davanti alla sua
scrivania-pista di hockey su ghiaccio, che Sturli, senza neanche
salutarti, passa all’attacco. Tu, Jack, percepisci, ma decidi
di far finta di nulla.
«Sì, è vero. E mi chiedo perché. Non mi era mai capitato in

tanti anni.»
«Il fatto è che abbiamo deciso di cambiare qualcosa nel rapporto
di lavoro che hai con noi.» È Salutti che parla. Chissà
com’è ma ti vengono in mente certi interrogatori che hai
visto al cinema, in cui la persona da torchiare si trova davanti
due sbirri a interrogarlo. Uno cattivo e l’altro conciliante.
Sturli e Salutti. Uno che ti dà del lei e uno del tu. Uno che ti
dà le cattive notizie e l’altro che ti dice che, se confessi, ti
strapperanno soltanto il pisello. Dev’essere una tattica tipica
di qualche servizio segreto. «Bisognava fare un’ispezione per
controllare che nella tua nuova mansione fosse tutto in
ordine.»
«Ah, mi promuovete?»
«Non esattamente. Vede, La Mosca, lei torna a fare il promotore
finanziario. Da domani. Anzi, da oggi.»
Sei in macchina, e mentre viaggi tranquillamente, cullato da
Unchained Melody, all’improvviso ti accorgi che c’è un
camioncino che ti sta venendo addosso. È proprio sulla tua
corsia e sbanda e tu non puoi farci assolutamente nulla. In
quel momento sai di stare bene, di essere in perfetta salute, e
sai con certezza che entro cinque secondi sarai morto. Come
ti senti, cosa pensi, in che direzione si muovono i tuoi
muscoli? Eh, Jack, cosa pensi mentre il furgone della Nattan
Bank ti sta piombando addosso?
«Non capisco.»
«Invece dovrebbe, ingegner La Mosca. Del resto, doveva
immaginare che prima o poi l’avremmo beccata in castagna.»
Lampeggia, suona il clacson, almeno. Magari quelli del furgone
si accorgono, fanno in tempo a deviare.
«Continuo a non capire. E la cosa comincia a innervosirmi.»

«Lei conosce Salvatore Esposito?»
«Chi sarebbe? Un capobastone del mandamento di Pozzuoli?
»
«Non faccia lo spiritoso, La Mosca. Non le conviene. Lo
conosce o no?»
«No, non saprei, mi ci faccia pensare. Perché, dovrei?»
«Lavora in Nattan da una settimana. La Banca Martani non
ti dice niente?» interviene Salutti.
«Ah, sì. Adesso ricordo. È un dirigente che ho incontrato
qualche tempo fa.»
«Bene. Almeno fino a qui ci siamo. Almeno lo ammetti.»
«Ma ammetto cosa? Di conoscere Esposito? E allora? Lo
conosci anche tu, Giorgio, e anche lei, Sturli, mi pare.»
«Sì, ma io non gli ho detto che sono pronto a passare in
Banca Martani con il mio portafoglio clienti e con i promotori
della mia area.»
È un secondo, pensi: «Wow, c’è mancato poco». Scoppi a
ridere. «Ah, ma è tutto un malinteso!»
«Davvero?»
«Certo.» Ti accomodi meglio sulla poltrona. «È evidente che
si tratta semplicemente di un grosso malinteso. Ho incontrato
Esposito e gli ho raccontato un po’ di frottole, tipo che
volevo sapere che cosa mi avrebbe offerto per passare in
Martani, ma solo per conoscere che cosa proponeva la sua
banca. Lo faccio spesso, lo sapete bene. Mi serviva per avere
il polso del mercato ma anche per sapere cosa offrire ai promotori
della Banca Martani, se per caso ce ne fosse qualcuno
che mi interessasse, oppure per proporre l’offerta
vincente ai promotori della concorrenza che sono in trattativa
con noi e con la Banca Martani.»

«Allora ammette di aver incontrato Esposito e di avergli proposto
di passare in Martani con i suoi promotori.»
«Lo ammetti?» incalza Salutti.
«Ma cosa vuoi che ammetta, Giorgio? Porca troia, lo sai
benissimo che sono anni che lavoro in questo modo.»
Giorgio non risponde. Si alza e va verso la finestra. L’avvocato
Sturli incalza: «Insomma, lo ammette o no?»
A questo punto, era prevedibile, perdi le staffe. Balzi in piedi
e quasi urli: «Porca troia. Ma si può sapere che cosa state
dicendo? Dove volete arrivare? Che significa?»
Giorgio si volta verso di te con l’espressione più dispiaciuta
che riesce a trovare nel suo repertorio. «Mi spiace, Jack. Ma
non possiamo accettare che un nostro area manager ci faccia
concorrenza sleale impunemente. E ti dirò che la cosa mi
amareggia due volte, non solo perché mi fidavo di te, ma
perché mi accorgo che anche il contratto che ci hai fatto firmare
a luglio faceva parte del tuo piano per truffarci. Non
solo volevi farci concorrenza sleale, ma anche impedirci di
prendere provvedimenti. Non pensavo davvero che saresti
arrivato a tanto. Ringrazia il cielo che non ti sbattiamo fuori
e che non ti denunciamo. Ho voluto riservarti un trattamento
di favore perché lavori con noi da undici anni. Ma
non possiamo più rischiare con te. Torni a fare il promotore.
»
Niente da fare. Ora il furgone ti è addosso. Senti, come in
lontananza, il fragore dell’impatto, le lamiere che si contorcono,
i vetri che vanno in frantumi, il tuo corpo che si
ribalta, viene compresso, deformato, spezzato. È tutto un
sogno, lontano, anche la tua voce.
«Ma non potete farmi questo! Abbiamo firmato un con-

tratto, non potete retrocedermi a promotore. State violando
i patti!»
«Lasci perdere, La Mosca. Non ci provi neanche. Nel contratto
c’è scritto che non possiamo cambiarle qualifica. E
noi non gliela cambiamo. Rimane formalmente area manager
solo che, di fatto, farà il promotore senza uomini da
coordinare. E ci ringrazi perché non la licenziamo, e guardi
che potremmo farlo. Quindi la prego anche di lasciare libero
il suo ufficio. Ora che è un semplice promotore, non le serve
più.»
«Ma siete pazzi! Anche l’ufficio! L’ufficio è mio. Di mia proprietà!
»
«Sì, però ce l’hai affittato e quindi tu non puoi entrarci se
non ti autorizziamo a farlo.»
«È incredibile, inaudito.»
Sei in piedi, senti il sudore che ti cola lungo la schiena nonostante
l’aria condizionata. La tua voce, ora, ti arriva chiara e
forte. Tutti i tuoi sensi sono ipersensibili. Ti sembra di percepire
ogni singolo filo di moquette. Prendi la tua valigetta e
guardi negli occhi Salutti e Sturli. «Se la mettete così, sarò io
ad andarmene.»
«Liberissimo.» Salutti ora ti guarda fisso negli occhi, senza
espressione. È Sturli che piega le labbra in un sogghigno:
«Basta che ci paghi il milione di euro di penale».

Milano, casa di Céline Daccò
Ore 17.15 del 22 settembre

Resistere al dolore, trovare un senso, cercare di capire.
Uscire come un forsennato, un disperato, e volare a casa di

Céline. Che non dovrebbe esserci, sono solo le cinque del
pomeriggio, invece c’è. Irrompere dentro e prendersela con
qualcuno. Con lei. Che apre la porta con un sorriso fantastico
mentre si strofina i capelli con l’asciugamano, ed è
nuda. Ma tu, Jack, non la guardi nemmeno: «Complimenti,
mi hai messo in un bel casino».
«Cosa c’è?»
«Cosa c’è? C’è che per seguire il tuo consiglio mi hanno
licenziato.»
«Come ti hanno licenziato? Che vuoi dire?»
«Quel che ho detto. Praticamente, mi hanno licenziato. Mi
hanno tolto tutto quello che ho costruito in tanti anni. Da
oggi sono semplice promotore finanziario.»
Céline si chiude la porta alle spalle e resta con l’asciugamano
in mano. «Siediti un attimo. Vado a mettermi qualcosa
addosso e ne parliamo.»
Ti togli la giacca, slacci il colletto e allenti la cravatta. Ti lasci
sprofondare nel divano. È in questi momenti che uno si
sente addosso tutti i suoi cento chili e passa. Céline, prima di
tornare in bagno, passa dal frigo, tira fuori una bottiglia
d’acqua e una di succo di pompelmo, prende un bicchiere,
mette tutto su un vassoio e lo poggia sul tavolino che hai
davanti a te. «Intanto calmati.»
Tu bevi, sudi, cominci a raccontare, parlando quasi da solo, a
Céline che è nell’altra stanza. Sei un fiume in piena. «E poi,
sai qual è la ciliegina sulla torta?»
Céline torna in soggiorno. Ha una maglietta, gli shorts e ti si
siede di fianco. «Dimmi.»
«Che mi cacciano dal mio ufficio.»
«Ma non è possibile! Non è tuo?»

«Certo, l’ufficio è mio, ma se ti ricordi, l’ho affittato alla
banca fino al 2010 per ricavarne le rate del mutuo. Così
hanno il diritto di cacciarmi dal mio ufficio perché sono i
locatari. A nessun promotore finanziario in Nattan, nemmeno
al più scarso, è mai stato riservato questo trattamento.
Questa volta hanno superato ogni limite.»
«È incredibile. Vieni qua, amore mio, lasciati abbracciare.»
Ti divincoli. Non vuoi essere abbracciato. Vorresti soltanto
mordere. «Lasciami stare, se sono in questo pasticcio, la
colpa è anche tua.»
«Ma cosa stai dicendo?»
«Dico che sei stata tu a consigliarmi quel contratto che ora
usano per incastrarmi.»
Céline si irrigidisce. «Non ti sembra di esagerare, adesso?»
«Per niente. Quel contratto è diventato una trappola mortale.
Se rimango in Nattan Bank perdo improvvisamente il
settanta per cento del mio reddito. E per di più non posso
neanche fare il mio lavoro. I miei clienti li ho abituati a
venirmi a trovare. Dove li ricevo? Faccio venire tutti a casa
tua? Se invece vado via gli devo dare un milione di euro.»
Céline si è alzata: «Senti, amore. Capisco che sei nei guai, ma
sono qui per starti vicina, per darti una mano. Se te la devi
prendere con me, quella è la porta».
Improvvisamente, è come se ti risvegliassi. «Scusa…»
Sei un animale braccato. Torni a bere l’acqua e il pompelmo.
Te li sei quasi scolati. Cerchi di mantenerti calmo, mentre
racconti il tutto. Ma fremi.
Céline abbassa la voce: «Ascolta, in tutto questo c’è qualcosa
che non torna. Innanzi tutto, non ti rendi conto che c’è una
contraddizione? Se avessero le prove che hai fatto concor-

renza sleale potrebbero licenziarti in tronco, anche a termini
del contratto che hai firmato. Perché non lo fanno?»
«Perché non ce le hanno, le prove. Io non ho fatto concorrenza
sleale alla Nattan Bank. Sono loro che mi stanno fregando
gratis un’attività che mi frutta ottocentomila euro
l’anno. Per non avermi più tra i piedi alle riunione degli area
manager hanno messo in piedi la storia della concorrenza
sleale.»
«Allora vedi che il loro comportamento è già incongruente
di per sé? E questo è un punto a nostro favore. Ma secondo
te, questo Esposito che gioco sta facendo?»
Ti chini su te stesso. Trai un sospiro profondo, come se ti
mancasse l’aria. «Non lo so. Non so se stia raccontando frottole
perché gli hanno promesso qualcosa in cambio o se,
invece, sono loro, Salutti e Sturli, a sfruttare qualcosa che
avrà detto in buona fede.»
«E non credi che sarebbe interessante saperne di più?»
«Cosa proponi?»
«Per esempio, di incontrarlo. Di chiederglielo.»
«Escluso!» esclami. «Sarebbe come ammettere di essere in
colpa.»
«Non mi pare, a dirti la verità. Invece potrebbe essere una
buona idea per capire quello che hanno in mano, se Esposito
sta testimoniando il falso oppure se anche lui non ne sa
nulla.»
«No, non mi va. Non mi metto a giocare all’investigatore.
Non me ne frega nulla. Tanto lo so perché stanno facendo
tutto questo. Perché sto sulle palle a Mancini, perché dico
quello che penso nelle riunioni mensili. Ecco perché. Si
stanno inventando tutto solo per questo. Mi vogliono pie-

gare a fare quello che vogliono loro. Ma poi… come possono
violare un contratto che abbiamo firmato solo due
mesi fa, che prevedeva il mantenimento del mio incarico di
manager per cinque anni e pensare di farla franca? Come
possono pensare che io possa accettare queste condizioni,
senza fargli causa?»
«Magari, è proprio quel che vuole Sturli: tu gli fai causa e lui
fattura una bella parcella.»
«In ogni caso io ci perdo e loro ci guadagnano.»
«Va bene. È per questo che dobbiamo mantenerci calmi e
cercare di raccogliere il materiale per smontare le loro
accuse.»
«Non me ne importa niente di smontare le loro accuse.
Sono false e basta. Io non devo fare niente, sono loro che
devono lasciarmi in pace!»
«Ma come speri…»
«Vedi che stai dalla loro parte? Continui a controbattere, a
contrastarmi!»
«Jack, smettila una buona volta!»
«Smettila tu, stronza! Sono venuto qui per cercare un appoggio,
un aiuto e tu mi dici che devo smontare le loro accuse!
Non ci sono accuse da smontare! Io sono completamente
innocente, che tu ci creda o no.»

Nel limbo

Che ti è preso quella sera, Jack? Che cosa cazzo avevi nella
testa? Perché te la sei presa con l’unica persona che sicuramente
era dalla tua parte? Perché l’hai mollata di punto in
bianco, ti sei alzato come una furia e sei uscito di corsa, sbat-

tendoti la porta alle spalle?
E poi ti sei messo a vagare per la città, senza una sola idea
sensata in testa. Solo con un senso di frustrazione, una
voglia di riscatto, il desiderio di scatenare la terza guerra
mondiale, una smania di vendetta che guida inconsciamente
i tuoi passi. Sì, una guida ci dev’essere stata perché altrimenti
non ti saresti fermato di nuovo proprio davanti alla vetrina
dell’armaiolo di via Borsieri. Di nuovo lame luccicanti,
spade, sciabole, scimitarre, machete, coltelli, baionette,
pugnali resi ancora più brillanti dalle luci al neon della
vetrina. Per la seconda volta in pochi giorni ti trovi laggiù.
Dentro la tua testa c’è il caos. Una parte di te vorrebbe
impedirti di entrare, arrivi perfino a ricordarti che tu una
pistola ce l’hai già. Quella con cui si è ucciso tuo padre…
Perché vuoi metterti nei guai? Ma c’è l’altra parte di te che si
è già messa a parlottare con il negoziante. «No, no, non c’è
niente da fare» dice lui, scuotendo la testa. Tu insisti. A un
certo punto riuscire a ottenere quel che chiedi era diventato
come una specie di scaramanzia: “se riesco a comprare una
pistola senza porto d’armi, senza autorizzazione, se riesco
anch’io a fare qualcosa di irregolare, per una volta nella vita,
allora tutto andrà bene”. E hai tirato fuori due biglietti da
cinquecento e hai poggiato sul bancone il tuo orologio automatico
da quattromila euro. Il negoziante ti ha guardato
negli occhi, ha scosso di nuovo la testa, avrà pensato che ti
stavi mettendo nei guai, poi ha preso i soldi, l’orologio, e ti
ha chiesto di attendere. Tu hai aspettato, con il cuore in
tumulto, con il cervello a mille, senza un briciolo di buonsenso.
Finché è tornato con un pacchetto chiuso in un cellophane.

«Ecco a lei.»
«Ma c’è tutto? Anche i…»
«C’è tutto, non si preoccupi.»
Oggi, nel tuo limbo, ti guardi la fasciatura. Certo che ti
hanno pestato bene. La pistola non ti è servita. E meno
male. Altrimenti saresti all’ospedale lo stesso, ma piantonato
dalla polizia, oppure al cimitero. Invece stai ascoltando della
musica. Qualcuno ha acceso la radio. È da stamattina che
senti canzoni e ora c’è proprio quella di Renato Zero:
“… Nonostante mi sia difeso, sai
Qualcuno mi ha ucciso.
Tentativo fallito altre volte e poi… riuscito.
Un’assurda, inspiegabile volontà di dare fuoco…
Ho sbagliato a fidarmi…”
La stessa canzone che hai sentito a tutto volume per duecento
volte quella notte in cui sei entrato in macchina e hai
cominciato a vagare con una pistola nel cruscotto.
Prima per la città e poi, fuori, con i finestrini aperti, la radio
al massimo, le lacrime che ti uscivano dagli occhi senza che
potessi far nulla per fermarle.
Cosa fare, dove andare, quanto tempo avevi prima di dover
traslocare? Dove avresti messo tutte le tue cose? Cosa avresti
detto ai colleghi? Cosa avresti detto ai tuoi clienti? Perché
quel cazzo di Tir ti sta attaccato al culo strombazzando
come un ossesso?
Perché stai andando a 30 all’ora e sei in corsia di sorpasso,
Jack. Sveglia! O pensi, o guidi.

“… Più ti spendi, più ti dai…
E più l’invidia scatenerai.
Mille discorsi lasciati in sospeso…
Finché qualcuno mi ha ucciso…”
Dai gas e ti sposti nella corsia di destra. Ma dove stai
andando? Hai preso un’autostrada a caso o sapevi inconsciamente
dove andare? Chiami Céline? Sono le tre del mattino.
Lascia perdere. Andrai da Esposito? No. Ma vuoi vendicarti,
vero? Però vorresti che questa vendetta arrivasse da sola,
come una punizione divina. Cosa ci sta a fare, Dio, se non
punisce i malvagi per conto suo? Anche questo lavoro lo
lascia a noi?
Adesso però stai andando a duecentoventi. Alla tua sinistra
il cielo sta cominciando a schiarirsi. Non è il caso di impastarsi.
Finché qualcuno mi ha ucciso… Almeno sia sul campo, in
battaglia, non come un cretino, in autostrada.
Entri in una stazione di servizio. Accosti e reclini il sedile
dell’auto. Mille discorsi lasciati in sospeso…
Come ogni venerdì, Mancini ha l’abitudine di pranzare con
tutti i più fedeli collaboratori, Giorgio, l’avvocato Sturli,
Esposito, al ristorante di fronte alla Nattan Bank.
Entri e ti avvicini al tavolo di Mancini.
«Buongiorno signori, posso disturbarvi un istante?»
«Ingegner La Mosca» replica Mancini, che nonostante sia
seduto riesce a guardarti come sempre dall’alto in basso,
«scusi, ma dobbiamo discutere di alcune faccende riservate.
Se vuole si può vedere dopo con Salutti.»
Stringi i denti. Abbozzi un sorriso: «Signori, sono venuto

per chiedervi scusa».
Mancini posa sul piatto la coscia di pollo che stava sbranando.
È sorpreso: «Ah, bene. Era ora».
«Vuoi dire che accetti le nostre condizioni?» aggiunge
Salutti. «Bene. Vedrai che anche come promotore finanziario
avrai le tue soddisfazioni.»
«Sicché non ci fa più causa?» incalza l’avvocato Sturli. «Mi
stupisce, in fondo. Le cause le fanno gli stupidi, e lei…»
«E lei, Esposito, non ha niente da dire al nostro buon Jack?
Il figliol prodigo» aggiunge Salutti.
Ma Esposito tace.
Allora riprendi. La tua voce è calma, tranquilla, tagliente:
«Signori, forse ci siamo spiegati male. La cosa per cui vi
chiedo scusa devo ancora farla».
Estrai la Beretta 98 che hai comprato dall’armaiolo. Ognuno
cerca di nascondersi come può. Ma freddi tutti e quattro.
Finisci Mancini con un colpo alla testa ed è il rimbombo del
colpo di pistola che ti sveglia, sul sedile della tua auto, in un
bagno di sudore.
Apri lo sportellino del cruscotto, ne estrai un sacchetto di
plastica, lo svolgi, ci guardi dentro. La pistola c’è. Nel sogno
era più grande, più pesante. È curioso che un oggetto così
minuscolo, ridicolo, possa distruggere una vita. La soppesi a
lungo tra le mani, te la rigiri, la guardi.
Esci dalla macchina. Ti stiracchi, ti sgranchisci un po’ le
gambe. Non c’è nessuno in giro. Potresti prendere la pistola
e gettarla in un cestino dell’immondizia. Nessuno se ne
accorgerebbe e tu ti libereresti di un potenziale di guai non
indifferente.
Poi, però, ci ripensi. E se qualcuno ti vedesse? E se qualcuno

mettesse le mani nel cestino e la trovasse? Se riuscissero a
risalire a te dalle tue impronte? E se il negoziante ti ha
denunciato alla polizia? E se questa pistola ha ucciso qualcuno
e se la prendono con te? Chissà… Forse è meglio
tenerla, per adesso. Si vedrà.
Così ci hai ripensato e l’hai rimessa nel cruscotto. Un altro
peso di cui non riesci a liberarti.

Roma, quartiere Parioli
Ore 9,45 del 23 settembre

È mattino e Roma è illuminata dal sole. La tua Maserati
scura si ferma in una strada del quartiere Parioli. Scendi
dall’auto, entri in una cabina telefonica e componi un
numero.
«Pronto, Augusto? Sì, sono io, La Mosca. Come ti va, super
area manager? Bene, bene. Anch’io sto benissimo. Hai
saputo? Cosa? Ah, del mio ufficio supertecnologico? Se
capiti a Milano devi assolutamente vederlo. Ascolta, io sono
a Roma. Sì, sai com’è, si sposa una mia amica nel pomeriggio
e mi ha invitato. Dove si sposa? Ehm, aspetta che
guardo. Nella chiesa di Santa Maria dei Macelli di Ripetta.
Come, non la conosci? Beh, neanch’io, ma la troverò. Allora,
ci vediamo per un caffè? Tra una mezz’ora. Ah, sei via. Ma
sì, d’accordo, vediamoci a pranzo, all’una, allora. Nel frattempo,
però, posso chiederti un favore? Dovrei mandare un
fax urgente. Posso passare dal tuo ufficio? Avverti la segretaria?
Come si chiama? D’accordo, grazie. Allora, intanto
passo da te e poi ci vediamo a pranzo. Benissimo.»

Roma, filiale Nattan Bank
Ore 11.50 del 23 settembre

Eccoti di nuovo in pista, Jack La Mosca. Entri nella hall
dell’agenzia della Nattan Bank di Roma con un mazzo di
rose bianche. Individui subito la segretaria di Augusto Imperiali,
l’area manager con cui hai appena parlato al telefono. È
una signora distinta, molto ingioiellata, che si muove dietro
la sua scrivania come al centro di un salotto.
«Buongiorno, signora Marina. Sono Jack La Mosca. Posso
permettermi?»
La signora ingioiellata si illumina. «Per me? Grazie. Ma a
cosa devo il…?»
«Le dirò: il dottor Imperiali mi ha detto di lei cose eccezionali.
Che sa mettere insieme efficienza e grazia, e che le piacciono
le cose belle… quindi mi sono permesso.»
La signora Marina è troppo scafata per arrossire, ma certo è
lusingata. «Ah, è questo che dice di me il dottor Imperiali?»
«E molte altre cose… Ma niente paura, tutte correttissime.»
La inciti alla risata e la signora Marina non si sottrae.
«Ascolti, mentre cerchiamo un vaso per mettere le rose, mi
dica: il dottor Imperiali l’ha avvertita che sarei passato di
qui?»
«Sì, mi ha detto che avrebbe mandato un fax.»
«Oh, no… mi sarò espresso male. È un’e-mail che devo
mandare.»
«Ma allora ha bisogno del computer…»
«Certo, vabbè che siamo a Roma, ma dove vuole che la
scriva la e-mail, su una tavoletta di cera? Però, se c’è qualche
problema…»

Lei ci pensa un po’ su. «No, non credo. Lei mi sembra una
persona ammodo… Poi, dato che è un amico del dottor
Imperiali, non ci saranno sicuramente problemi.»
Eccoti dunque finalmente dove volevi essere, Jack. Ora hai
un computer della Nattan Bank a tua disposizione. Hai
diverse cose da fare, ma la prima è assicurarti di essere informato
di tutto. Specialmente delle cose di cui vorrebbero
tenerti all’oscuro.

Nel limbo

Sarà stata l’aria di Roma, ma il giorno dopo il disastro ti sentivi
bene. Attivissimo, in piena forma. Dopo aver impostato
la deviazione sul tuo computer di una copia di tutta la posta
che Imperiali avrebbe ricevuto dalla Nattan da quel
momento in poi, sei rientrato a Milano. Hai cominciato a
darti da fare, abilmente, con intelligenza.
Innanzi tutto hai dovuto organizzare il trasloco dal tuo
bell’ufficio a casa tua. Ma pazienza. Grazie a Francesca e al
suo buonumore le cose si sono svolte benissimo e senza
grossi contrattempi. Computer, tavoli, librerie, schedari, cartelle
clienti, cassettiere, stampanti, telefoni… Insomma, non
è stato facile. Ma avevi una stanza quasi libera e non ci avete
messo poi troppo.
La cosa più spinosa da sistemare è stata la pistola. Te la sei
trovata tra le mani, a un tratto, chiusa nella sua bustina di
cellophane, e ti si è ghiacciato il sangue. Ingegnere nucleare,
ma come potevi aver fatto una cavolata del genere? Comprare
una pistola. E solo perché ti avevano sbattuto fuori. Se
ti avessero ammazzato il gatto cosa avresti fatto? Costruivi

una bomba atomica? Ora però devi farne qualcosa. Buttarla
è difficile. Nella spazzatura? E se la trovano? Potrebbero
risalire a te. Devi trovare un modo più sicuro. Un giorno
prendi una barca e la butti nel lago di Como. È il lago più
profondo d’Italia. Non la ritrovano più. Fino ad allora, però,
che ne fai? Fai come avrebbero fatto i tuoi nonni, che erano
persone sagge e l’avrebbero messa o sotto una mattonella o
sotto il materasso. Dato che il letto te lo rifà la filippina,
forse è meglio lasciar perdere. Però ci sono due o tre listarelle
del parquet in camera da letto che sono saltate. La sera,
dopo che Francesca è andata, vai a vedere e scopri che la
Beretta ci sta dentro alla perfezione. I proiettili dove li metti?
Quanti sono? Beh, una parte li infili nel caricatore e gli altri
in una vecchia boccetta di medicinali. Non li chiamano
anche “confetti” nei film degli anni Quaranta?
Poi hai iniziato a fare colloqui con altre banche per cercare
un nuovo lavoro. Per fortuna i contatti ce li avevi e nessuno
ti ha fatto domande compromettenti. Avevi già qualche
appuntamento. Poi – Dio benedica Francesca – hai cominciato
a saggiare nei tuoi clienti la disponibilità a seguirti in
un’altra banca, casomai decidessi di levare le tende dalla Nattan.
Ancora non hai deciso cosa fare. E anche lì, i tuoi clienti
storici non ti hanno fatto troppe domande. Tu li hai sempre
curati, coccolati, ci hai parlato, li hai confortati nelle loro
paure, magari li hai anche spronati, danni grossi non gliene
hai mai procurati, e il rischio, specialmente negli ultimi anni,
c’era stato eccome. Quindi, perché non avrebbero dovuto
seguirti? Eri tu il loro gestore, mica la banca.
Quando hai cercato di coinvolgere la Consob e l’Anasf,
l’Associazione Nazionale dei Promotori Finanziari, sono

cominciati i dolori, hai cominciato a ricevere delle cortesi
porte in faccia. Cane non mangia cane. O, almeno, cane
grosso non mangia cane grosso, i piccoli si arrangino. Dai,
sei un bravo ragazzo, ma sei ingenuo come una carota lessa.
Secondo te, per salvare il culo di un promotorino, la Consob
avrebbe mosso un mignolo? Sai quanto pesa la Nattan?
Poco, certo, rispetto a certi colossi, ma infinitamente più di
te.
Ora, girati un po’ sul fianco, sennò ti viene la piaga da decubito
a tre giorni dalla tua uscita dall’ospedale, e dimmi un
po’: vabbè la Consob, la sua indifferenza era anche preventivabile,
ma ricordi cosa ti hanno detto all’Anasf? Che capivano
la tua situazione, ma che intraprendere un’azione di
qualunque genere in quel momento di crisi avrebbe significato
offrire il pretesto alle banche per un giro di vite nei
confronti degli associati, e che l’Associazione non poteva
certo prendere un’iniziativa che avrebbe procurato danni
all’intera categoria. Insomma, per salvare i promotori mandavano
a mare un promotore. Logica contorta ma interessante.
Come dicevano negli anni Settanta? Punirne uno per
educarne cento. E ora, mandarne alla malora uno per non
creare problemi a… quanti sono i promotori finanziari in
Italia? Ah, 80.000. Beh, dai, vuoi avere sulla coscienza, con
l’indotto e i familiari, 480.000 persone?
«Vuoi avermi sulla coscienza, Jack?» ti chiede Mirko,
entrando nella stanza.
«Ciao. Perché dovrei averti sulla coscienza?»
«Perché, per farti un piacere, mi sono rimesso a lavorare. E
la cosa non mi piace.»
«Ma cosa dici? Non farmi ridere che ho tutte le costole che

mi vibrano come fossero i tasti di uno xilofono.»
«Però ho saputo che esci presto.»
«Eh, le notizie volano.»
«Sì, attento tu a non volare su qualche altra buccia di
banana.»
«Ci starò attento. Comunque, cosa mi dicevi… che devo
averti sulla coscienza? Cos’hai combinato?»
Mirko si siede sul tuo letto, appena in tempo per rialzarsi
sotto lo sguardo severo di un’infermiera che passa di lì.
Allora prende una sedia. «Mi sono preso lo sfizio di andare a
fare due chiacchiere con Esposito.»
«Con Esposito? E come ti è saltato in mente?»
«Beh, da quel che mi hai raccontato, l’unica cosa che non hai
cercato di appurare quando ti hanno fatto il servizio in Nattan
è se Esposito aveva davvero detto qualcosa di compromettente
sul tuo conto. Un buon investigatore avrebbe
cominciato da lì, altro che andare a mettersi nei guai con la
polizia postale penetrando in un computer aziendale per
farsi inoltrare illegalmente la posta.»
«Uffa, dai, me l’avete detto tutti che è stata una cazzata. Però
intanto mi è servita.»
«Sì, a farti mandare all’ospedale.»
«Insomma, dimmi di Esposito.»
«Beh, non ci crederai ma quando mi ha visto è cascato proprio
dalle nuvole.»
«Come? Ma scusa, tu come ti sei presentato?»
«Gli ho detto che ero un ispettore della Consob, che avevo
avuto la segnalazione di concorrenza sleale a carico di un
tale Giacomo La Mosca e che volevo sapere da lui quel che
sapeva in merito, dato che ti aveva conosciuto.»

«E lui c’è cascato? Ha creduto davvero che tu fossi della
Consob?»
«Ascolta, questo lo so per esperienza: se uno ti ferma per
strada all’improvviso e ti chiede i documenti, nella maggior
parte dei casi, anche se non hai fatto nulla di male, tu non
pensi neanche a chiedergli le credenziali. Ti pisci addosso
dalla fifa e gli fai vedere i documenti. Ho contato su questo,
anche per capire che tipo era questo Esposito. Infatti,
quando mi ha visto se l’è fatta sotto. Chissà, magari ha qualcosa
da nascondere… Comunque, mi ha detto di non sapere
niente. Sì, sapeva che eri stato rimosso dall’incarico di area
manager e che eri stato allontanato dagli uffici della banca,
ma non sapeva neanche perché e, del resto, mi pare non gli
interessasse granché. Quando gli ho chiesto se ti conosceva,
mi ha risposto che vi eravate incontrati nel suo ufficio una
volta che eri andato a trovarlo per parlare del più e del meno.
“E di che cosa avete parlato?” gli ho chiesto io. Mi ha guardato
come se gli avessi chiesto che cosa aveva mangiato il 17
aprile del ’65. “Mah, non so, del più e del meno…” ha ripetuto.
“Sì, ma più del più o più del meno?” l’ho incalzato.
Allora lui ci ha ripensato su un altro po’: “Ah, sì, ora ricordo.
La Mosca voleva sapere quali erano le condizioni che facevamo
noi in Banca Martani ai nostri promotori. Evidentemente
stava facendo un sondaggio…”, “Perché voleva
passare da voi?” lo incalzo di nuovo. “Ma no! Sono sondaggi
che si fanno, per cercare di capire lo stato di salute della concorrenza,
le sue strategie, i suoi piani. Se uno vuole passare
alla concorrenza fa discorsi diversi. Non ti chiede subito al
primo colloquio: quanto mi date se vengo con voi?” Ecco
cosa mi ha detto Esposito, Jack.»

«Ah! E allora che ne pensi?»
«Penso che non credo proprio che Esposito testimonierà
contro di te. Del resto, guarda qui.» Mirko tira fuori dalla
tasca un microregistratore a cassette. «Ho registrato la conversazione.
Dovesse saltargli in mente di cambiare versione,
abbiamo le sue stesse parole che lo condannano.»
«Sei grande, Mirko.»
«Grazie. Ma non è finita. Ho ancora molti amici in polizia e
se vuoi chiedo a qualcuno di fermare l’auto del nuovo area
manager o di Salutti e vedi che scherzetto gli facciamo a quei
porci.»
«Non fare nulla che io non sappia prima, amico mio.»
Jack, Jack. Ecco, vedi, sono bastate queste poche parole e i
tre giorni che devi ancora rimanere in ospedale, che prima ti
sembravano pochi, ora ti sembrano infiniti. E già, perché
adesso hai un sacco di cose da fare, da dire, da pensare, tante
che non sai da che parte cominciare. Perché, ad esempio,
non torni a parlare con il tuo avvocato? Chissà che non ci sia
qualcosa da cambiare nella strategia…

Milano, Studio legale Pracchi
Ore 15.00 del 25 settembre

Ecco, diciamo che prendere appuntamento con il più quotato
lavorista di Milano ti era sembrata un’idea brillante. In
fondo, questa è gente che con questo tipo di problemi ha
pratica. Avresti potuto rivolgerti a Céline, forse, ma dopo la
scenata di quella sera vi siete rincorsi con il preciso scopo di
non acchiapparvi mai. Le volte che tu l’hai chiamata sul cellulare
lei non ti ha risposto. Lei ti ha chiamato quando

sapeva che avresti avuto il cellulare spento. Tu a casa sua
non sei andato, autogiustificandoti che senza avvertirla non
ti sembrava corretto. Lei non ti ha mandato un’e-mail e non
si è fatta mai vedere al baretto. Del resto, tu al baretto ci sei
passato soltanto davanti, dando una sbirciata di fretta, ma
badando bene a non farti vedere, in modo da poter dire che
tu c’eri stato, era lei che non c’era…
Insomma, dall’avvocato ci sei andato da solo. Il nome già ce
l’avevi, è una delle prime cose che ti insegnano al corso di
sopravvivenza nella giungla d’asfalto: tieni sempre a mente il
nome di un buon avvocato del lavoro.
Il signore è anziano, ne deve aver viste tante. È pieno di
cause e può vederti di sabato, solo trenta minuti. Gli racconti
il fatto, a modo tuo, con tutta la passione che senti
dentro di te. Lui non si scompone. Ti consiglia di lasciare la
Nattan.
«Lasciare la Nattan? Così, su due piedi? Ma cosa dice? Devo
proprio rimanere in mutande?»
«Mi scusi, mi faccia capire: quanto perde del suo reddito non
facendo più il reclutatore e l’area manager?»
«Almeno il settanta per cento.»
«E con l’ufficio com’è messo?»
«L’ho già lasciato. Mi sono trasferito a casa mia.»
«Vede che in mutande c’è già? La questione è molto semplice.
Lei deve sostenere che, di fatto, la Nattan l’ha licenziata,
impedendole di fare il suo lavoro. Ma se quel lavoro
continua a farlo è come se accettasse le condizioni impostele
dalla Nattan. E quindi vede che la sua posizione perde
forza.»
Ti senti sui carboni ardenti, Jack. Questo ti propone di sal-

tare dalla padella nella brace. I contatti per cambiare lavoro,
d’accordo, li hai avuti. Ma ancora non si è concretizzato
nulla. Che fai? Molli gli ormeggi e chi s’è visto s’è visto o ci
pensi su? L’avvocato vede che friggi e ti tende una mano.
«Ascolti, La Mosca, ci pensi bene. Io parto dall’ipotesi che
lei mi abbia detto la verità e che abbia tutte le ragioni. In Italia
ci sono nove milioni di processi in corso. Per i processi
civili, la media di attesa prima di una sentenza è dieci anni.
Qui a Milano una causa di lavoro è relativamente veloce ma
ci vorranno comunque almeno tre o quattro anni. La sua
banca ha tutta la convenienza di aspettare, perché tra l’altro
metterà a bilancio una cifra che rappresenterà ipoteticamente
l’eventuale perdita sotto la voce “oneri preventivi”, su
cui non paga le tasse. Lei ce l’ha tutto questo tempo a disposizione?
È sicuro di riuscire a fare il suo lavoro con la stessa
concentrazione sapendo che ha una causa in corso? Non è
che alla fine pur di tirarsene fuori si accontenterà delle briciole,
facendo un nuovo regalo alla sua banca? Vede, alle
banche non conviene quasi mai negoziare, anche quando
hanno torto marcio. Se non gli fai causa, ci guadagnano. Se
gli fai causa, pure.»
Sei un po’ agghiacciato, eh, Jack La Mosca?
«E allora?» fai con un filo di voce.
«Allora non potrebbe evitare di far causa e cercare un accomodamento
bonario? Magari lei rinuncia a qualcosa, si
mostra, che so, dispiaciuto dei malintesi e cerca di riottenere
la sua mansione. Sa, glielo dico perché, oltre a tutto questo
che le ho già detto, una causa presenta comunque anche altri
rischi.»
«Di che genere?»

«Di tutti i generi. Lei potrebbe non avermi detto la verità, e
quindi la Nattan potrebbe avere in mano prove schiaccianti
sul suo conto. Oppure, nonostante tutto, il giudice potrebbe
decidere che avevano il diritto di toglierle l’incarico. A quel
punto, essendosi licenziato, potrebbe essere costretto, per di
più, a pagare la penale. Lei ce l’ha un milione di euro?»
«Sa che la stessa domanda me l’ha fatta proprio l’avvocato
Sturli quando ho firmato il contratto? Ma chi vi credete di
essere, voi avvocati? Non potete togliere mica la dignità alla
gente e guadagnarci pure.»
Calma, non ti incavolare. Qui si sta parlando per il tuo bene.
«Comunque, sì che ce l’ho un milione di euro. Poi, cosa
dovrei fare? Andare dai quei figli di puttana a implorare: vi
prego, vi prego, lasciatemi il mio ufficetto, sono stato cattivo,
non lo farò più? Vaffanculo a tutti.»
«Ehi, La Mosca, stia calmo. Non si permetta.»
«Scusi, ha ragione, non ce l’ho con lei. È che questa faccenda
mi umilia. Mi hanno buttato fuori senza il minimo rispetto
da una banca in cui ho lavorato per dieci anni. E questo non
lo tollero.»
«Sì, la capisco, ma guardi che la collera non è il miglior consigliere.
Potrebbe peggiorare le cose.»
«Perché insiste nel cercare di dissuadermi? Non mi vuole
come cliente?»
«La voglio solo se è lei a volerlo. Solo se ne è convinto veramente,
a mente fredda. Perché da questo momento in poi
dovrà affidarsi a me, senza colpi di testa.»
«D’accordo.»
«Bene. A questo punto mi dica solo questo: la Nattan può
dimostrare che lei ha fatto concorrenza sleale? Ci pensi bene

prima di rispondere.»
«No.»
«Allora, ascolti il mio consiglio. Faccia un ultimo tentativo di
mediazione con la Nattan e poi, se non ottiene nulla, si
licenzi e torni da me che stendiamo l’atto di citazione in giudizio.
»

Milano, Studio legale Orsenigo
Ore 11.00 del 27 settembre

«Oh, amore mio, scusami, scusami.»
«Accipicchia! Lei chi è, scusi?»
«Babbo Natale.»
«Interessante. Ma mi faccia capire. È in ritardo di nove mesi
o in anticipo di tre?»
Sei comparso davanti all’ufficio di Céline con un enorme
pacco rosso, dietro il quale ti nascondevi. La sua segretaria
ha sgranato gli occhi, i colleghi e le colleghe del suo studio
hanno ridacchiato. Céline, lei non si imbarazza mai. Ti fa
strada nel suo ufficio sorridendo divertita e… innamorata?
«Beh, allora, a che devo tutto questo?»
«Apri, apri…»
Scarta il pacco, dentro c’è un’altra scatola, dentro la seconda
scatola c’è un sacco di iuta, dentro il sacco di iuta c’è della
carta, poi della paglia e, in mezzo a tutto questo trambusto,
un sacchetto di plastica e, dentro il sacchetto, la pelliccia
ecologica che le hai comprato una settimana fa.
Poi ti salta in braccio: «È bellissima! Ed è proprio del color
prugna che mi piace».
«Com’è che l’ha chiamata la commessa? Trasudeciuc.»

Céline scoppia a ridere. «Sai cosa vuol dire?»
«No.»
«Sono più milanese io di te, nonostante viva in questa città
da meno tempo.»
«No, è che sei solo più intelligente.»
«Allora, lo sai cosa vuol dire tra sü de ciuc?»
«No.»
«Vomito di ubriaco.»
«Bleah, sicché io ti avrei comprato una pelliccia color
vomito di ubriaco e, per di più, a te piace?»
Lei ride. È proprio contenta di vederti.
«Ehi, ehi, ehi… ma cosa devi farti perdonare? Devi averla
proprio fatta grossa!»
Allora tu ti fai piccino, fai la boccuccia a scucchia e, prendendola
tra le tue braccia, le sussurri: «È che ti ho trattata
male, e per di più ingiustamente. Ma devi capirmi. Sono esasperato.
Ho una rabbia dentro che mi sembra di impazzire».
«Guarda che ti ho capito. E ti ho anche perdonato.»
«Oh, Madonna!»
«Vabbè che sono abituata a elargire grazie, ma non c’è bisogno
di esagerare…»
«Ma no, mica dicevo a te… È che mi sono ricordato appena
adesso che ho un appuntamento immediatamente.»
«Ah, te ne vai? Come al solito.»
«Scherzetto! No, sono tutto per te, per tutta la vita. O,
almeno, fino a domani mattina…»
«Senti, Jack, calmati perché stai diventando molesto. Racconta,
piuttosto.»
E tu le fai provare la pelliccetta, vorresti che la provasse sulla
pelle nuda, ma lì in ufficio non è il caso. Céline ride, tu ridi,

saresti quasi felice se, ogni tanto, non sentissi quella fitta
gelida proprio in mezzo al petto. Le racconti dell’avvocato,
con un po’ di imbarazzo, ma lei è davvero magnanima e non
fa commenti sul fatto che non ti sia rivolto a lei neanche per
un consiglio.
«Visto che non sono la tua avvocata, e se mi prometti che ti
dimenticherai subito di avermi sentito parlare, ti do un consiglio
confidenziale.»
«Sentiamo.»
«Potresti cercare di registrare qualche telefonata tra te e i
vertici della Nattan. Chissà che non ne venga fuori qualcosa.
»
«Sì, mi pare una buona idea» replichi tu. «Tanto più che
l’attrezzatura ce l’ho già.»
«Però vacci piano. Queste sono cose delicate e per di più ti
possono mettere nei guai.»
«D’accordo, vostro onore. Andiamo a pranzo?»
«A quest’ora? Sono le undici del mattino.»
«Allora facciamo l’amore.»
«Ma Jack! Devo lavorare, io.»
Tu ti rabbui per un istante: «Eh già, tu non sei disoccupata
come me».
«Non fare il cretino!» Céline ti dà un bacio sulla guancia
mentre va ad appendere la pelliccia sull’attaccapanni e si
avvia a sedersi di nuovo sulla sua scrivania. «Piuttosto, avevi
anche tu un lavoretto da fare per me, ricordi?»
Per un istante non ci hai creduto neanche tu, ma hai dato la
risposta giusta. Del resto, avevi studiato.
«Certo che ricordo. La signora Brambilla, no?»
«Ah, ma oggi vuoi stupirmi con effetti speciali e colori ultra-

vivaci…»
«Beh, ascolta cos’ho trovato. Incredibile, il sciùr Brambilla
ha messo su un trust con sede nelle Isole del Canale. E, non
ci crederai, ma indovina chi è il trustee?»
«No, non dirmelo…»
«Te lo dico eccome. Anzi, dimmelo tu.»
«La Nattan Bank?»
«Bravissima.»
«E come hai fatto a scoprirlo?»
«Non è che ci volesse molto. Fin qui è tutto alla luce del sole.
Chiunque può creare un trust e l’operazione, in sé, non solo
non è riservata, ma, in un certo senso, va proprio pubblicizzata.
Solo così, infatti, puoi ottenere quei benefici di immagine
che le sono direttamente collegati.»
«Ad esempio?»
«Spiazzare i creditori. Se non hai più nulla, i creditori mollano.
»
«E metti anche a tacere una moglie che reclama i suoi
diritti…»
«Beh, vedila così. Comunque al bello ancora non sono arrivato.
Di sicuro dev’esserci di mezzo lo studio Sturli. Ora,
bisognerebbe indagare su chi sono i beneficiari del trust. È lì
che potremmo scoprire cose interessanti.»
«Ma come possiamo fare?»
«Beh, nelle mie condizioni di fuoriuscito ed esiliato, non lo
so con esattezza, ma possiamo pensarci.»
«Va bene, grazie. Tu intanto cosa farai?»
«Beh, il mio avvocato mi ha consigliato di fare un ultimo
tentativo di conciliazione con la banca, prima di andarmene.
Ho deciso che ci provo.»

Al telefono
Ore 16.30 del 27 settembre

«Vaffanculo, Giorgio.»
«Ah, ciao Jack. Cos’hai deciso? Accetti di fare il promotore o
ci paghi un milione di euro?»
«Sto pensando di comprare un furgone, fare un ufficio
ambulante e vendere fondi come si vende frutta e verdura al
mercato. Posso usare il vostro logo? E magari avere un contributo
per l’acquisto del furgone?»
«Buona la barzelletta. La fantasia non ti manca. Vedrai che
ce la farai a fare un buon lavoro anche senza ufficio.»
«Anche tu a barzellette non sei niente male. Comunque,
ascolta. Ti chiamo per chiederti se per caso ci avete ripensato.
Non ti rendi ancora conto della cantonata che avete
preso. Non ho mai fatto concorrenza sleale, non ci ho neanche
mai pensato. Poi per essere uno che ti fa concorrenza
sleale devo essere proprio un piccio perché non ho
un’offerta di lavoro da nessuna banca. Se avessi fatto concorrenza
sleale per qualcuno, ora mi avrebbero assunto, no?
Non ti sembra logico? Dai, facciamo finta di nulla e tutto
torna come prima. Diremo ai colleghi che mi hai voluto fare
uno scherzo.»
«Non è proprio possibile! È Mancini che ha voluto tutto
questo e ora non può tornare indietro, che figura farebbe la
banca? Tra qualche mese vedremo.»
«Io non posso aspettare. Te lo chiedo ancora una volta: tornerete
sulle vostre decisioni?»
«No. Tu, piuttosto, stai attento a quello che fai. Visto che mi
hai detto che non hai banche, bada anche a non cercartele.

Mi hanno detto che sei in cerca di offerte, e questo non va
bene.»
«Ma va’, è un mio amico che mette queste cose in giro, ma
non dargli retta, è pazzo…»
«Senti cosa ti dice un amico, uno vero. Ti puoi licenziare
solo per giusta causa, e non hai elementi per dimostrare la
giusta causa. Noi non ti abbiamo mandato via dalla Nattan.
Puoi lavorare… Certo, con qualche difficoltà, ma puoi lavorare.
Nessun giudice ti darà ragione, quindi se ti licenzi
dovrai pagare il milione di euro di penale.»
«Questo lo vedremo.»
«Se invece trovassi anche il giudice che dà torto alla banca e
ragione a te, allora devi considerare un altro aspetto.»
«Sentiamo.»
«Figurati se trovi un giudice del lavoro che ti dà un
milione… Il suo reddito sarà di quaranta, cinquantamila
euro all’anno e tu pensi che capisca perché tu debba avere
tutti questi soldi che per lui rappresentano vent’anni di
lavoro? Quella è gente abituata a far risarcire gli operai per
ventimila euro.»
«Giorgio, un giudice fa rispettare la legge, non fa i conti in
tasca alla gente. Poi quello che guadagno me lo sono meritato.
Sono provvigioni, hai capito? Se io guadagno x, vuol
dire che la Nattan guadagna venti volte tanto. Resta da
capire, invece, quanto te lo meriti tu il tuo stipendio fisso.»
«Certo, certo… ma tu guadagni troppo per farci causa. A
proposito, Jack, ti ricordi di Cristiano?»
«Cristiano chi?»
«Cristiano Falcetti. Era un tuo collega che ha fatto causa alla
Nattan. Incassava duecentomila euro all’anno.»

«Ah, sì, adesso mi ricordo… era un bravo promotore. Dov’è
che lavora ora? In una banca tedesca, mi sembra.»
«Bravo. Lui ci ha fatto causa, ha chiesto trecentomila euro e
ne ha ricevuti trentaduemila dopo nove anni di causa.»
«Il dieci per cento? Dopo nove anni? Che schifo!»
«Capito l’antifona? Tu stai tranquillo, poi quando Mancini si
calmerà ti rimetteremo in un’agenzia.»
«Va bene. Ti ringrazio per le informazioni. Sei sempre molto
gentile, faccia di culo.»
«Non fare così, cazzo.»
«Perché, cos’ho da perdere?»
«Va beh, allora senti, piantiamola e basta. Fai come vuoi.
Comunque fammi sapere dove tieni l’archivio clienti perché
devo comunicarlo alla Consob. È il regolamento…»
«… del cazzo.» Gli chiudi il telefono in faccia e te ne vai.
Poi, controlli che il minuscolo registratore incorporato nel
telefonino abbia fatto il suo dovere.

Nel limbo

«Che ne pensi?» chiedi a Mirko. Ora nella tua stanza d’ospedale
si sono riuniti tutti gli amici. Pochi, in realtà, per uno
che si vantava di avere la rubrica più ricca di nomi del quartiere.
Pochi, ma buoni. Almeno sembra.
«Penso che se Esposito non ha parlato con Salutti né con
Mancini o con Sturli, lo hanno preso come uomo di paglia e
gli stanno facendo dire quel che pare a loro.»
«E tu, Francesca, che dici?»
«Sono d’accordo anch’io.»
«Giovanni?»

«Sì, può essere. Però rimane strano il fatto che abbiano
scelto proprio lui.»
«E perché non avrebbero dovuto sceglierlo?»
«Voglio dire che, in fin dei conti, un contatto lo avevi avuto
con Esposito, ma come hanno fatto a sapere del tuo incontro
alla Banca Martani?»
«Non lo so.»
«Jack, non potrebbe essere che Esposito ha fatto un colloquio
di lavoro per entrare in Nattan e si è fatto sfuggire
dell’incontro con te?» Questa è la voce di Alessandra Coscialunga.
«Allora è stato proprio lui, Esposito, a dirlo, senza pensarci.
Magari scherzandoci su, senza rendersi conto del fatto che
mi poteva mettere nei guai.»
«Magari lo ha detto per vendicarsi del fatto che gli avevi
fatto perdere tempo!» osserva Giovanni.
«Buonanotte! Pensi che io sia l’unico che cerca di capire le
mosse della concorrenza facendo colloqui di questo
genere?» ribatti tu.
«Jack, ascoltami bene: quando hanno assunto Esposito in
Nattan?» ti incalza Alessandra.
«Non lo so. Io non sapevo neanche che lavorasse in Nattan.»
«Esposito potrebbe aver fatto un colloquio qualche mese fa,
informandoli del colloquio con te, e poi il giorno del tuo
scontro con Mancini lo hanno chiamato e assunto a patto di
dichiarare quello che gli serviva per punirti…»
«Ma perché Esposito avrebbe dovuto accettare un’offerta di
lavoro a queste condizioni? Un posto di lavoro lo aveva già,
no?»
«Per quel che ne sappiamo noi, sì. Ma se, nel frattempo le

cose si fossero messe male anche per lui, e avesse avuto
urgente bisogno di andarsene dalla Martini?»
«E allora? Sono solo supposizioni» obietta Giovanni.
«In effetti, mi sembra più probabile pensare che debbano
aver saputo da qualcuno che tu avevi parlato proprio con
Esposito, e prima che tu firmassi la trappola legale del
milione di euro, e che poi abbiano utilizzato questa informazione
a loro piacimento. Magari cercando Esposito e proponendogli
un’offerta ad hoc.»
«Questa è una possibilità» commenta Mirko. «Però, ti dirò
che, dopo averci parlato, non mi pare molto probabile. Piuttosto…
»
«Piuttosto cosa?»
«Piuttosto…» mormora Alessandra.
«Ehi, ragazzi, cos’è ’sta storia, cosa sono tutti ‘sti piuttosto?»
«Scusa, con chi hai parlato del tuo incontro con Esposito?»
ti incalzano all’unisono.
«Con nessuno, credo.»
«Pensaci bene» ribattono.
Tu ci pensi su. Poi impallidisci.
«Ne ho parlato con Céline. Ma cosa c’entra?»
Alessandra, Mirko, Francesca e Giovanni si guardano negli
occhi, senza parlare.

Milano, Ristorante Paladino
Ore 21.00 del 29 settembre

Possibile? Possibile che Céline…
Dopo la pelliccetta non vi eravate più rivisti. Sì, d’accordo,
sarà stata stronza, ma quando uno ama una donna, ci è

appena andato in vacanza insieme a Montecarlo, anche se ci
ha litigato, però poi le ha chiesto scusa… la mossa successiva,
se proprio vuoi riconquistarla, è invitarla a cena. E
magari rilanciare alla grande, con una sorpresa da Colazione
da Tiffany nel taschino.
Il ristorante è uno di quelli rari, a Milano: all’aperto, con la
cucina interessante, non uno dei soliti buchicari da parvenu
che ti piacciono tanto, promotore, ma un posto veramente
raffinato, da intellettuale del foro come Céline. Vi siete dati
appuntamento direttamente al ristorante. E tu, con uno
sforzo sovrumano, sei addirittura arrivato in anticipo e ti sei
seduto al tavolo, in attesa. Poi lei è spuntata dall’ingresso e tu
ti sei alzato.
Emozionato. Tanto che sei riuscito a spiccicare a malapena
un saluto.
«Ciao, Céline.»
«Ciao, Jack. Come stai?»
«Tu?»
«Non si risponde a una domanda con una domanda» fa lei,
mentre si siede davanti a te che le sposti la sedia per farla
accomodare.
«Non si fanno domande di cui si conosce già la risposta»
replichi tu. «Non sto bene. Mi manchi.»
«Anche tu.»
«Bene. Questo è un buon inizio. Posso baciarti?»
«Dipende.»
«Perché dipende? Non avevamo fatto la pace? La pelliccia
non ti è piaciuta?»
«Sì, però poi non ti sei più fatto sentire. E, ripensandoci su

un po’, anche il fatto che tu sia andato da un avvocato senza
prima avermi chiesto un consiglio mi ha disturbato. Scusa, è
come se io, per fare un investimento, non mi rivolgessi a te.»
Ma come, siamo punto e a capo? E va bene: «Dai, Céline,
scusami per quel che è successo. Sto attraversando… anzi,
forse è meglio dire “ho attraversato” un momento tremendo.
Devo aver perso la testa. Ma ora sono ritornato in
me, davvero. E come ho ritrovato la testa, così vorrei ritrovare
anche te».
Céline era bellissima, quella sera. Indossava un abito di seta,
morbido e qua e là trasparente. Uno di quegli abiti che ti
fanno impazzire, al collo aveva la collana di ambra che le
avevi regalato tu. Sei un promotore finanziario, un venditore
d’alto bordo. Certi segnali dovresti saperli interpretare, no?
E allora com’è andata che hai mandato tutto, una volta di
più, a puttane?
Diciamo che, a quel punto, avete stipulato una tregua
momentanea. Avete cominciato a mangiare con prudenza,
prendendo tutto alla larga. Com’erano andati quei pochi
giorni, il lavoro di Céline come va? Notizie dalla famiglia?
Nostalgia di Montecarlo? Finché, a poco a poco, avete
ripreso ad avvicinarvi a te, ai tuoi problemi.
«Vuoi sapere gli ultimi sviluppi?»
«Guarda, non voglio saperne niente, sono troppo coinvolta,
e poi non è esattamente il mio campo» dice lei.
Dai, Jack, qui una piccola bugia non ci sta male. «Ma vedi, è
proprio per questo che sono andato da Pracchi senza dirti
nulla. Certo, mi ero già chiesto se tu avresti voluto occuparti
della mia causa…»
«Jack, non mi devi vendere un set di spazzoloni, rilassati!

Comunque, lo studio Pracchi è rinomatissimo. Concordo
pienamente con la tua scelta.» Il volto di Céline si illumina di
un sorriso che ti spara direttamente in paradiso e buonanotte!
Ma tu, nel taschino, hai qualcosa per andare in paradiso
in due, non è vero? Cos’è quell’anello di diamanti che
hai comprato oggi da Anaconda? Pensi che sia il momento
di tirarlo fuori?
«Céline, ascolta. Non so come abbiamo potuto litigare. Non
so come siamo potuti rimanere lontani per tanto tempo. Mi
sono reso conto in questi giorni di quanto mi manchi, di
quanto ti…»
«Di quanto mi…?»
«Beh, insomma, lo sai… Lo sai che non riesco a dirlo, ma lo
sai.»
«Cosa so? Dimmi un po’, cosa dovrei sapere? Non ti vergognare.
A me puoi dire tutto» fa Céline, con quella leggera
ironia che ti ha sempre attratto e spaventato. Ma per te
l’espressione “ti amo” è sempre stata più difficile di un’equazione
a due incognite, per cui anche in quel caso hai cercato
di svicolare.
«Comunque, una cosa che non sai è che mi sono dato un
gran daffare a partire dal giorno dopo del fattaccio. Sai che
sono andato a Roma?»
«A Roma? E perché?»
«Sono andato a trovare un area manager che si chiama
Imperiali, non so se te ne ho mai parlato, e ne ho combinata
una delle mie.»
«Una delle tue? Sentiamo…» Céline sorride ancora. Sta al
gioco del cambiar discorso, deve aver capito che, in realtà,
stai cercando di prender tempo per dirle una cosa impor-

tante, molto importante, e ti vuole assecondare.
«Beh, sono andato nel suo ufficio, mi sono fatto accendere il
suo computer con un pretesto e ora, a sua insaputa, mi faccio
forwardare tutta la posta riservata della Nattan. Se pensavano
di farmi fuori, di prendermi alle spalle, ora sono io
che posso anticipare tutte le loro mosse.» Ridi soddisfatto.
Sei molto orgoglioso della tua trovata.
Ma Céline si è come congelata.
È rimasta con la flûte a mezz’aria e il sorriso le si è spento
sulle labbra.
«Scusa, non credo di aver capito bene. Cosa hai fatto?»
«Mi faccio inoltrare la posta della Nattan riservata agli area
manager sul mio computer.»
Céline appoggia la flûte sul tavolo e a malapena sembra controllare
la collera.
«Lo vieni a dire proprio a me che faccio l’avvocato? Ma ti
rendi conto che hai commesso un reato? Che potrei… anzi
dovrei denunciarti?»
«Céline, di che reato vai parlando? Qua io mi devo difendere,
ne va della mia vita futura!»
«E credi di poterla difendere andando contro la legge? È
questo che pensi di fare?»
«Ma è una cosa da nulla. Manco se ne accorgeranno. E poi,
scusa, non mi hai consigliato tu stessa di registrare le mie
conversazioni con i dirigenti della Nattan?»
«Mi spieghi cosa c’entra? A parte che ti ho dato un consiglio
informale, poi in quel caso si tratta di conversazioni tue,
mica ti ho consigliato di spiare la posta di un’altra persona!»
«Sì, ma…»
«Jack, ascolta. Io non ti avallo questo genere di azioni. Posso

credere che non ti rendessi conto di quel che facevi in quel
momento, ma devi assolutamente rimediare. Se Imperiali si
accorgesse che ti fai forwardare la sua posta potrebbe
denunciarti all’istante, e allora altro che lavorista. Non troveresti
neanche l’avvocato d’ufficio disposto a difenderti.»
«Smettila! Dai, Céline, figurati se può succedere una cosa
come questa.»
«Può succedere, fidati. Ne ho viste di cose del genere. Devi
subito andare a Roma e rimediare.»
«Non ci penso neanche. Anzi, non vedo l’ora di tornare a
casa e leggermi la posta della Nattan.»
«Guarda che su queste cose non si scherza. E non scherzo
neanch’io. Non ho intenzione di rimettermi insieme a un
criminale.»
E a quel punto, poveri voi, avete perso la testa.
«Mi stai dando del criminale? Sei pazza o stronza? Quelli mi
trattano come una merda e tu, invece di difendermi, di stare
dalla mia parte, mi dai del criminale?»
«Non è questo, Jack. Non tutti i mezzi sono leciti per avere
giustizia. E di sicuro non ci si può fare giustizia da soli.»
«Io non mi sto facendo giustizia da solo. Sto semplicemente
cercando di carpire informazioni utili. Possibile che non lo
capisci?»
«No, non lo capisco. E ti dirò che queste cose mi disgustano,
così come mi disgusta chi le compie.»
«Vuoi dire che ti disgusto?»
«Voglio dire che non voglio avere nulla a che fare con una
persona che si comporta in modo illegale.» E così dicendo,
Céline si è alzata, ha preso la borsetta e ti ha guardato dritto
negli occhi. «Allora, cosa decidi? Andrai a Roma per siste-

mare le cose?»
C’era una sfida nei suoi occhi o era solo preoccupazione?
Non lo saprai mai, Jack La Mosca. Perché tu, guardandola
dritta a tua volta negli occhi, le hai risposto, semplicemente:
«No».
E lei se n’è andata. Lasciandoti al ristorante, da solo. Anzi,
non da solo: con un inutilissimo anello di diamanti nella
tasca della giacca.

Nel limbo

Che vada affanculo lei e tutte le sue fisime. Chi cazzo se ne
frega se mi giudica un criminale. Io criminale non sono. Lo
so io e lo sanno le persone che contano per me. Le persone
che mi stanno veramente dando una mano, non quelle che,
con un pretesto qualsiasi, si sono affrettate a darsela a
gambe.
Quante volte te la sei ripetuta questa filastrocca, Jack?
Quante volte, da quel giorno, scaricando la posta e leggendo
le cavolate di Imperiali (ma a quanti cazzo di siti porno si è
iscritto quel maniaco, che gli scaricano più film hard in mailbox
che in un cinema a luci rosse?) hai pensato che Céline
aveva ragione, che non dovevi rischiare di comprometterti
per una stronzata. Finché, un giorno, hai scaricato un messaggio
della Nattan che non sei riuscito a leggere. Cazzo, è
crittografato, hai pensato. E hai pensato che Céline avrà
anche avuto le sue ragioni a mazzolarti per aver forwardato
la posta di Imperiali, ma forse ne è valsa la pena. O che,
addirittura, Céline si è incazzata perché non voleva che tu
arrivassi a scaricare proprio quella e-mail.

A quel punto, hai aperto un cassetto della tua scrivania per
prendere una penna e un blocco di carta e trascrivere quel
pochissimo che si leggeva, quando lo sguardo ti è caduto
sulla lettera che, poco prima di suicidarsi, ti aveva consegnato
Luca Santini.
L’hai presa, hai trascritto velocemente la e-mail e sei uscito
dal tuo ufficio.

Concorezzo (Mi), abitazione Santini
Ore 17.00 del 6 ottobre

Ti ha fatto una certa impressione tornare a casa di Santini
dopo tanto tempo, vero?
«Ciao, Giovanni. Come stai?»
«Lei cosa ci fa qui? Cosa vuole? Se ne vada!»
«Aspetta, non chiudere la porta. Fammi entrare un attimo.»
«Non c’è nessuno. Mia madre è fuori.»
«Meglio. È proprio con te che voglio parlare.»
«E io è proprio con lei che non voglio parlare.»
«Dai, ti prego. Lasciami entrare. Lasciami spiegare.» Non hai
aspettato un ulteriore cenno di consenso. Da bravo venditore
di aspirapolvere sei entrato come se ti avesse detto: «Si
accomodi».
E ti sei seduto. Guardando Giovanni sempre fisso negli
occhi. Sincero. «So che mi ritieni responsabile della morte di
tuo padre. E forse, almeno in parte, hai ragione. Quindi
sono qui, innanzi tutto, per scusarmi con te.»
Giovanni ti guarda con la bocca serrata, rigido. Il tuo esordio
sembra quasi che, scuotendolo, lo porti a irrigidirsi ulteriormente.
Resta in silenzio. E questo significa che devi

approfittarne per continuare.
«Ecco, ti chiedo scusa. Vorrei anche dirti che stimavo molto
tuo padre e avrei voluto davvero fare qualcosa per aiutarlo.
Forse, se lui non avesse perso le speranze, forse qualcosa
avremmo potuto fare.»
«Non dica cazzate. Se mio padre si è ucciso è perché non
aveva più alternative. Lei ha cercato di intortarlo, come sta
cercando di intortare anche me, lui non le ha creduto. Così
come non le credo io…»
«Non ti chiedo di credermi, Giovanni. So come ci si sente in
questi momenti.»
«No, non può saperlo!»
«Sì che posso, e un giorno te lo spiegherò… Ora sono qui
per chiedere il tuo aiuto.»
«Il mio aiuto? E per far cosa?»
«Vedi, tuo padre è morto, io ho perso il lavoro. Questa maledetta
banca si comporta scorrettamente con i dipendenti,
con i promotori, con i clienti e la fa sempre franca. Gioca
sporco e con il tuo aiuto possiamo tentare di fare un po’ di
pulizia, non ti piacerebbe? Voglio il tuo aiuto per riscattare la
memoria di tuo padre e per recuperare quel che mi spetta. E
poi, vorrei che noi due fossimo amici.»
«Impossibile.»
«Ma non sarei solo io a volerlo. Leggi.»
E tendi a Giovanni la busta.
«Che roba è?»
«È di tuo padre. Me l’ha consegnata la sera stessa in cui…
Leggila.»
Giovanni prende la lettera con due dita. È come se temesse
che anche solo toccarla gli procurerà un nuovo dolore. Ma,

al tempo stesso, ne è attratto. Apre la busta, con cautela, ne
estrae un foglio e comincia a leggere.
“Ingegner La Mosca, per evitare che mi portino via la casa non mi
resta che uccidermi: ho quattro assicurazioni sulla vita, qualcuna
pagherà! Non abbandoni Giovanni a se stesso. È un bravo ragazzo e
potrebbe aver bisogno di un padre meno fallimentare di me. Non so
perché lo chiedo proprio a lei… forse per darle una grana, forse perché
vorrei che, in qualche modo, lei fosse obbligato a risarcire la mia famiglia
e me per il male che ci ha fatto. Addio”.
Alla fine solleva gli occhi e li rivolge a te che sorridi. «Voglio
occuparmi di te, Giovanni, seguendo il desiderio di tuo
padre. Non penso minimamente di colmare il vuoto che lui
ha lasciato, ma ve lo devo.»
Giovanni rimane in silenzio. Ha ancora la lettera in mano e
si morde le labbra, incerto. Tu continui: «E poi anch’io sono
nei guai, e proprio a causa della Nattan. Ho bisogno del tuo
aiuto. So che sei un genio dell’informatica e vorrei che mi
aiutassi a decrittare certi messaggi della banca. Se mi aiuterai
farai anche qualcosa di molto concreto per onorare la
memoria di tuo padre. Ti prego: accetta il mio aiuto e
offrimi il tuo».
Giovanni ti risponde sprezzante: «E in che modo, aiutando
lei, onorerei la memoria di mio padre? Pensi che fino a cinque
minuti fa ero convinto che il modo migliore per farlo
sarebbe stato ammazzarla».
«Non sono stato io a uccidere tuo padre, credimi. Io lo stimavo.
È stato il sistema a stritolarlo, e la Nattan è una banca
spietata, indifferente alle persone, rivolta solo al profitto a
tutti i costi, passando sopra tutto. Questa banca, oggi, è
disposta a qualunque cosa pur di ottenere i suoi obiettivi.

Ma voglio ostacolarla. Voglio cercare di ridare un po’ di giustizia
in questo mondo… Non so se puoi credermi. Ti
chiedo soltanto di mettermi alla prova. Voglio dimostrarti
sempre di più che sono dalla tua parte.»
Ora, Giovanni sembra disorientato: «Sempre di più: perché
ha detto sempre di più?»
Dal tuo volto, Jack, trapela imbarazzo, sorpresa: «No, niente,
non so».
Un ragazzo non sa tenersi dentro tanta tensione senza
lasciarla trasparire. Ora Giovanni è in tensione. Finché,
all’improvviso, ha come un’illuminazione: «È lei, per caso,
che mi fa arrivare ogni mese millecinquecento euro?»
Jack, ora cosa fai, cosa dici? Non rispondi. Lo guardi negli
occhi e ripeti: «Giovanni, ti prego: accetta il mio aiuto e
offrimi il tuo».
Evidentemente non è la mossa giusta. Giovanni arrossisce,
gli vengono le lacrime agli occhi ed esplode: «Prima ha
ucciso mio padre. Ora vuole comprare l’impunità con il
denaro. Vada via di qui, mi fa schifo!» Ti si avventa contro e
ti spinge fuori di casa. E tu? Tu cerchi di placarlo, cerchi di
fermare la sua furia, di non perdere il controllo.
«D’accordo, me ne vado. Ma tu pensaci. Cerchiamo di dare
un senso alla morte di tuo padre.»

Nel limbo

«Giovanni, ti ho ringraziato?»
«Per cosa?»
«Sai, quando uno è a letto, malato…»
«A lottare tra la vita e la morte…»

«Beh, non esageriamo.»
«No, è che ultimamente ti vedo un po’ tendente al melodramma
e allora, sai, ti do la battuta.»
«Mi starò rammollendo?»
«Scusa, quanti anni hai?»
«Trentotto, ma che c’entra?»
«Beh, ieri leggevo su Internet che a uno della tua età restano
a malapena una decina d’anni prima del… rammollimento
perpetuo, e con quel che ti è capitato non mi stupirei se i
tempi, per te, si fossero accorciati.»
«Vaffanculo, pisquanello! Dai, ragazzino, lascia stare, che
non ho bisogno di uno che mi tiri giù il morale. Ce l’ho giù
abbastanza.»
«Vedi che avevo ragione… ce l’hai giù!» Giovanni scoppia a
ridere. «Allora, a parte gli scherzi, perché volevi ringraziarmi?
»
«Perché quando sono venuto a chiederti di aiutarmi con le email
di Imperiali mi hai sbattuto fuori. E questo mi è servito.
Vedi, nonostante tutto quello che ti era già capitato pensavo
che mi avresti detto sì e basta, che ti avrei conquistato.
Invece, anche tu mi hai risposto picche. E ho capito che le
cose bisogna conquistarsele. Ma veramente, non tanto per
dire.»
«È vero, ti ho buttato fuori. Però poi ci ho ripensato.»
«Già, come mai?»
«Te l’ho detto, no?»
«Sì, ma ridimmelo.»
«È stata mia madre a spingermi a darti una possibilità. Sai,
dopo la morte di papà abbiamo avuto davvero momenti difficili.
Quando uno si suicida, le assicurazioni fanno sempre

un sacco di storie per liquidarti e, insomma, senza i tuoi millecinquecento
euro al mese probabilmente ci avrebbero
sbattuti fuori di casa.»
«Allora hai deciso di venirmi a trovare.»
«No. Lì per lì avevo detto alla mamma che dovevamo rifiutare
i tuoi soldi. Che avrei lavorato, studiando di sera o
rinunciando agli studi.»
«Ora sei tu che fai il melodrammatico.»
«La mamma è stata categorica. Mi ha detto che non se ne
parlava neanche. Se proprio non ero disposto ad accettare il
tuo aiuto, da quel momento in poi avremmo cercato di
arrangiarci in qualche modo. A lavorare sarebbe andata lei,
avremmo potuto benissimo vendere la casa, di certo io non
avrei interrotto gli studi.»
«Un drammone a tinte fosche, non c’è che dire.»
«Dai, smettila.»

Casa La Mosca
Ore 11.00 del 12 ottobre

«Ah, Francesca, Franceschina, puoi star contenta. Sei sistemata.
Non devi più preoccuparti.»
«Ah, hai giocato al lotto per conto mio senza dirmelo e hai
vinto?»
«Meglio, molto meglio. Ho un colloquio di lavoro.»
«Vuoi dire che forse non finirò sotto i ponti e magari mi
pagherai anche gli arretrati?»
«Certo, signora. E magari ci sarà qualcosa anche per questo
pisquanello» concludi, dando una pacca sul coppino di Giovanni
impegnato al computer.

«Wow!» esclama il ragazzo, senza neanche sollevare lo
sguardo dallo schermo.
«A proposito, novità?»
«No, niente ancora, Jack. Riesco a leggere i messaggi normali
tipo questo che dice che con due promotori di Torino
si è interrotto il rapporto di lavoro perché non hanno voluto
firmare il patto di non concorrenza.»
«I migliori se ne vanno. Chi vorrebbe rimanere in una banca
che ti tiene prigioniero a vita?»
«E poi buttano la chiave, eh? Una vera Banca Alcatraz.»
«Già, proprio così. Bella definizione: Banca Alcatraz, bravo
Giovanni.»
«Mi immagino già lo spot: campo lungo, sullo sfondo l’isola
di Alcatraz, detta anche l’isola degli uccelli. Mentre la macchina
da presa si avvicina all’isola, una voce fuori campo:
“Se vuoi che i tuoi risparmi siano in una cassaforte inviolabile,
in una fortezza inespugnabile, affidali a Banca Alcatraz.
Una banca da cui niente e nessuno può fuggire. Neanche i
cassieri”.»
«Carino. Vedi ’sti ragazzi di oggi come sono brillanti? Chi lo
ferma questo qui?» dici, sorridendo con malcelato orgoglio.
«Chi mi ferma? Sono già fermo. Non vado avanti un passo.»
«Nessun progresso sui messaggi cifrati? Beh, lavora tranquillo
e non ti preoccupare. Sei comodo; Francesca, qui, ha
trasformato la casa in un ufficio che neanche in Nattan ne
avevo uno simile. E se ti serve qualcosa non hai che da chiedere.
Abbiamo tempo.»
«Sai… devo anche studiare.»
«Ah, già… Come ti sei organizzato?»
«Penso di riuscire a venire più o meno tutti i pomeriggi dopo

la scuola per un paio d’ore. Tornerò a casa un po’ più tardi.»
«La mamma cosa dice?»
«Tranquillo, alla genitrice ci ho già pensato. È tutto sotto
controllo.»
«Se lo dici tu.»
«Beh» riprende Francesca, rivolgendosi a te, «raccontami di
più di questo colloquio.»
«Niente, mi ha ricontattato un tale Cabrini, di Banca Amica.
Sembra interessato, e poi mi pare una brava persona. Tra
l’altro è un milanese puro sangue, una rarità.»
«Dici sempre che con i milanesi hai ottime relazioni» commenta
Francesca.
«Già. Forse avrò la rivincita…»
«Comunque, cosa farai con la Nattan? Ti sei già licenziato o
cosa?»
«Francesca, prima devo trovare una banca che mi faccia una
buona offerta. Ho già messo in moto le mie conoscenze per
questo.»
«Cosa avete deciso con l’avvocato?»
«Abbiamo deciso di andare in causa. Sosterremo che la
banca ha modificato unilateralmente e significativamente gli
accordi presi, e quindi ha fatto decadere l’intero contratto. È
come se mi avesse licenziato e perciò mi spettano il milione
di euro e tutti i riconoscimenti di legge, indennità di fine
rapporto e di clientela. Se il giudice non si convincesse di
questo, in subordine chiederemo che mi venga riconosciuto
il diritto a interrompere il rapporto di lavoro per giusta causa
perché le nuove condizioni di lavoro che mi ha imposto la
banca mi impediscono di lavorare. Da parte loro dovranno
spiegare come possono accusare un loro promotore di con-

correnza sleale e tenerselo ancora in banca.»
«In effetti, questo è abbastanza curioso» commenta Francesca.
«Sì, ma l’avvocato è stato chiaro. Se trovano persone pronte
a sostenere che volevo portare i promotori di Nattan in
Banca Martani sono fritto.»
«Dovrebbero trovare persone che testimoniano il falso.»
«Sembra che con i testimoni falsi si vincano e perdano le
cause.»
«Che speranze hai che, alla fine, questo Cabrini ti assuma?»
«Se non riuscirò io a commuoverlo, gli dirò di farlo almeno
per te» rispondi ridendo. «A parte gli scherzi, vedrai che ce la
faremo. Se hai il tuo parco clienti trovi sempre una banca
che ti prende. È solo una questione di tempo, che non ho.
L’avvocato mi ha informato che devo iniziare la causa entro
30 giorni dal cambiamento di condizioni, quindi entro il 22
ottobre. Poi sono fatto. Spero solo che la fretta non mi faccia
fare l’errore di trovarmi altri farabutti come quelli della
Nattan.»
«Lo spero.»

Nel limbo

Chissà se faceva bene a sperare, Francesca, eh? Che ne dici,
Jack?
Oggi come oggi, le cose non vanno per niente bene. Però, se
ripensi a ottobre, forse andavano anche peggio. Sì, certo,
Cabrini ti aveva assunto, ed eri anche riuscito a portarti dietro
qualcuno dei tuoi clienti più importanti.
Ma con tutto ciò, dinanzi a certe telefonate come quella di

Defrancesco, ti sembrava di essere in canoa sul Rio delle
Amazzoni a cento metri dalle cascate.
«Dottor Defrancesco, buongiorno, sono La Mosca, le telefon…
»
«Ah, buongiorno La Mosca, giusto lei. Ma cosa mi combina?
»
«Prego?»
«È stato fatto il processo?»
«Scusi, dottor Defrancesco, di che parla?»
«Molti suoi colleghi che sono venuti a trovarmi…»
«Continuo a non capire.»
«Come non capisce? Mi sto riferendo alla causa per truffa
che le ha intentato la Nattan.»
«Non sono affatto accusato di truffa. Come le salta in
mente?»
«Guardi, La Mosca, che io non mi scandalizzo. I miei soldi
me li ha fatti sempre rendere.»
«Dottor Defrancesco, le ripeto, non esiste nessuna causa.
Ascolti: ho cambiato banca e volevo sentire se le interessava
passare con me nella mia nuova azienda.»
«La Mosca, non esageriamo, le dico che non la giudico, ma
non sarei tranquillo ad affidarle i miei soldi dopo quel che
ho saputo.»
Quante ce ne sono state di telefonate come questa? Quelli
della Nattan mettevano in giro queste voci, prima ridendo,
poi abbassando la voce con l’aria di fare una confidenza. E
naturalmente i clienti ci credevano. Perché non avrebbero
dovuto crederci? Tu raccontavi tutto questo a Francesca e a
Giovanni e loro non sapevano che risponderti. Giovanni,
una sera, ti domandò se anche suo padre fosse stato trattato

così una volta uscito da BNI. E tu eri riuscito a trovare le
parole giuste, equilibrate: «No, Giovanni, non farti delle idee
sbagliate. Questo non è un mondo orribile come sembra.
Siamo capitati in un ambiente di mascalzoni, ma non sono
tutti così».
«Qualcuno è anche peggio» aveva rincarato la dose Francesca,
ridendo.
Già, qualcuno è anche peggio.
Come, ad esempio, lo stronzo che ti fece sospendere la carta
di credito, così, di punto in bianco, senza preavviso. Perché,
dicevano, eri insolvente. O meglio, eri a rischio di insolvenza.
Fai per pagare la benzina e il gestore del distributore ti dice
che la carta è disattivata. Che cazzo significa? La carta era
della Nattan, quindi telefoni subito per avere dei chiarimenti.
Chiedi del direttore della filiale e ti passano Salutti: «E bravo
il nostro Jack. Ti cerchi un altro impiego, e fin qui non ho
niente da ridire. Ma cercarti un avvocato…»
«Chi sei? Con chi parlo?»
«Come, non riconosci più gli amici?»
«Non quando mascherano la voce.»
«Ma dai, era uno scherzo. Sono Giorgio. Mi dicono che hai
dei problemi con la carta di credito.»
«Sì, pare che sia disattivata.»
«Eh, lo so.»
«Come lo sai? Perché cazzo mi avete disattivato la carta?»
«Perché potresti essere insolvente.»
«Ma che dici? Io, insolvente?»
«Sì, sì, sai, le cose possono cambiare. In fondo ci devi ancora
un milione di euro. Come facciamo a sapere che ce l’hai?»

«Ma che cosa dici? Io non vi devo niente. La causa non
l’avete mica vinta.»
«È solo questione di tempo.»
«Ma vaff…»
«E poi volevo dirti che abbiamo qualche problema di liquidità,
per cui devi aver pazienza con l’affitto.»
«Io non ho pazienza un cazzo. Pagate le rate di affitto o liberate
l’immobile.»
«Va bene, allora dacci lo sfratto. Ti ci vorrà a occhio e croce
un anno. Però nel frattempo le rate del mutuo come le
paghi? Ti ricordi che il mutuo ce l’hai con noi, vero? E noi,
quando vogliamo, siamo un po’ più veloci dell’ufficiale giudiziario.
Alla terza rata che non paghi è un nostro diritto iniziare
le pratiche legali per prenderti anche l’immobile. E le
tue rate sono mensili! Non trovi tutto ciò terribilmente interessante?
Non ti paghiamo l’affitto e intanto risparmiamo.
Questo ti impedisce di pagare il mutuo, quindi ci prendiamo
l’immobile e a quel punto non avremo più bisogno di
pagarti l’affitto.»
«Siete proprio diabolici. Intanto vi mando lo sfratto e per le
rate di mutuo, se non avrò i soldi venderò l’immobile alla
seconda rata buca.»
«Staremo a vedere, noi abbiamo un’ipoteca di primo grado
sull’immobile. Senti, facciamo così: mettiamoci una pietra
sopra. Tu ci mandi un fax in cui accetti di rimanere in Nattan
con la qualifica di promotore finanziario e rinunci a
intraprendere ogni azione legale…»
«Scusa che ho una telefonata che si sovrappone…» Si sente
qualche bip e poi nuovamente tu: «Sì, dimmi allora: e voi?»
«E noi ti riprendiamo e ti riattiviamo la carta.»

«Ma con chi credi di parlare? Stai cercando la guerra solo
perché l’hai sempre fatta franca.»
«Benissimo, Jack, come vuoi tu. Allora ascolta, come ti
dicevo, abbiamo un piccolo problema di liquidità e dovresti
restituirci i bonus che ti abbiamo anticipato.»
«Che significa?»
«Niente che tu non possa capire, Giacomino. Devi semplicemente
restituirci i bonus che ti abbiamo anticipato e che
maturano a fine anno.»
«Ma non posso. Sono soldi miei.»
«Lo saranno a gennaio, caro. Per adesso sono ancora nostri.
E sei pregato di restituirceli.»
«Impossibile. Ho investito tutto in azioni… Mi saranno
rimasti meno della metà dei soldi!»
«Povero Jack. Anche tu vittima della smania di investire in
borsa, eh? Ma non potevi affidarti a un buon promotore
finanziario? E va bene. Vorrà dire che ti veniamo ancora
incontro. Tu ci mandi il fax che ti ho chiesto, rinunci
all’azione legale, rimani in Nattan e noi ti lasciamo i duecentottantamila
euro.»
«Scusami, voglio essere sicuro di avere capito bene. Se non
torno a fare il promotore con voi, vi devo restituire tutti i
bonus che ho maturato e che mi avete anticipato, non mi
pagate l’affitto, non mi abilitate la carta di credito. Ho capito
bene?»
«Esatto.»
«È un ricatto, insomma?»
«No. È un diritto.»
«Ti posso restituire i duecentottantamila euro a rate.»
«Purtroppo ne abbiamo bisogno entro cinque giorni, altri-

menti ti segnaleremo alla Centrale rischi della Banca d’Italia
come insolvente e nessuna banca ti farà più credito, anzi se
hai fidi con altre banche ti chiederanno il rientro immediato.
»
«Lo sai benissimo che per restituirvi quei soldi mi devo vendere
anche il culo…»
«Sai com’è, mica si può avere tutto. Però, se ci mandi la lettera
e rimani con noi…»
«No, non voglio neanche vederti! Ma quando ti ho detto che
avevo una telefonata sotto, ho attivato il registratore incorporato
del telefonino e ti denuncerò alla Procura delle
Repubblica per estorsione. Voglio proprio vedere se la fai
franca anche stavolta.»
Click.

Nel limbo

Sai perché mi sei sempre piaciuto, Jack? Perché sei uno che
più botte prende più si rialza. Come Ercolino Semprimpiedi,
sembra quasi che le botte ti servano per darti la carica.
Volevi denunciare Salutti per estorsione. Avevi la registrazione
della telefonata, ti è sembrato naturale. Poi il tuo avvocato
penalista ti ha informato che non c’erano grossi
elementi per una denuncia. Sarebbe stato meglio che non
avessi informato Salutti del fatto che lo hai registrato. Infatti
potevi aspettare che Salutti venisse a testimoniare nella tua
causa di lavoro, e se avesse negato questa telefonata davanti
al giudice avresti presentato il nastro e l’avresti denunciato
per falsa testimonianza. Adesso hai solo un nemico in più.
Controllati.

Nei giorni successivi hai preso le cartelle dei clienti e il tuo
archivio e li hai trasferiti da casa tua in Banca Amica che fortunatamente
nel frattempo ti ha assunto. Poi, povera anima
innocente, hai cercato di coinvolgere la Consob. In fondo,
ogni promotore finanziario paga 144 euro proprio alla Consob
per poter esercitare questo lavoro: ottantamila promotori
finanziari rappresentano circa dieci milioni di euro, ti
devono ascoltare. E poi gettare fango su di te significava
anche danneggiare i tuoi clienti, i risparmiatori, no? La Nattan
influenzava le loro libere scelte – seguirti nella tua nuova
banca, mollarti, pensarci su – diffondendo informazioni
false e tendenziose. E loro, gentilissimi, certo, ti indicano
una via molto semplice. Loro non fanno nulla, però tu puoi
fare tutto: innanzi tutto, devi scrivere all’ufficio esposti, in
triplice copia, poi raccogli le prove, te le fai convalidare da
un avvocato, coinvolgi la Guardia di Finanza… e, mi raccomando,
che le prove che siano inconfutabili! E a quel punto
loro avrebbero valutato cosa fare.
Vedi che ho ragione se dico che le botte ti fanno bene? Il
buco nell’acqua con la Consob ti ha dato l’energia giusta per
andare dal tuo nuovo amministratore delegato, il buon
Roberto Cabrini, e chiedergli un anticipo sulle provvigioni.
«Un anticipo? E di che genere, scusi, La Mosca?»
«Mi servono almeno duecentomila euro.»
«Ho capito. Una robetta da nulla. Come mai, se è lecito?»
«Perché la Nattan mi ha chiesto di restituire gli anticipi sulle
provvigioni che mi avevano accordato.»
«Ah, capisco. E a quanto ammontano questi anticipi?»
«Duecentottantamila euro. Ma a gennaio me li restituiscono.
»

«Uhm… Se gli sta facendo causa non le daranno nulla fino
alla sentenza.»
«Tra dieci anni.»
«Meno. Comunque duecentottantamila euro sono una bella
somma. Prendeva begli anticipi!»
«Facevo bei risultati!»
«Sì, in un certo senso è una conferma che ho visto giusto
quando l’ho presa con me.»
«Grazie.»
«Però, lei è anche un po’ un pirla, scusi.»
«Come?»
Roberto Cabrini è un altro tutto diverso da te: piccoletto,
con un bel pancino rotondo, chiaro e con due occhietti
furbi. Il suo ufficio è antitecnologico. Il computer ce l’ha per
forza, ma è nascosto dietro un beniamino. Neanche se ne
vergognasse. Ti vede un po’ piccato e ti sorride.
«Su, non se la prenda, lei mi è molto simpatico.»
«Siccome le sono simpatico mi dà del pirla?»
«Certo, perché mi pare che non si renda molto conto della
situazione. Scusi, che cosa ha veramente combinato in Nattan
se l’hanno sbattuta fuori in quattro e quattr’otto?»
«Non mi hanno sbattuto fuori, me ne sono andato.»
«E sia. Non cambia niente. Cosa ha combinato?»
«Gliel’ho detto. Mi avevano fatto un contratto…»
«Sì, sì, d’accordo, questo lo so. Ma poi?»
«Ero in contrasto con l’amministratore delegato.»
«Mancini. Lo conosco. Capisco che non è un tipo facile, ma
ancora non mi basta. Dev’esserci sotto qualcos’altro.»
«Mah… non saprei.»
Cabrini ti scruta con i suoi occhietti furbi. «È sicuro?»

«Avevano dei prodotti che non mi piacevano.»
«Ah, questo è interessante. Insomma, lei è uno che rema
contro.»
«No, io sono uno che vuole capir bene le cose. Che prima di
vendere deve comprare. Che prima di prendere una posizione,
vorrebbe capire da che parte stare.»
«Da che parte conviene stare?»
«No, da che parte è giusto stare. E poi, di solito, la parte giusta
è anche quella conveniente.»
Il viso di Roberto Cabrini si allarga in un sorriso: «Quando
pensa di restituirmi i duecentomila?»

Nel limbo

Comunque, l’unica cosa che sei riuscito a ottenere dopo
quella telefonata alla Consob è stata una bella nuova ispezione
nel tuo nuovo ufficio in Banca Amica. Infatti, ti
ricordi, è stato il 28 ottobre. Ti avevano detto che era stata la
Consob su richiesta della Nattan a volere il controllo dei tuoi
archivi e poi avevano cominciato a rovistare nelle tue cartelle
e, guarda caso, la prima cosa che avevano trovato era una
cartelletta con su scritto, in bella vista, “ESPOSITO”.
Cazzo, Jack, bel fesso che sei. Te l’avevano aperta sotto il
naso e dentro c’era davvero di che divertirsi. Un carteggio
vero e proprio, da fare invidia a quello di San Paolo con i
Tessalonicesi. Ora, naturalmente, che tu fossi così fesso da
lasciarla lì, in bella vista, non li aveva insospettiti. Beh, in
fondo erano ispettori del controllo interno di Banca Amica,
mica agenti dell’Fbi.
Però la cosa si faceva spessa. Loro non erano agenti dell’Fbi,

e il tuo amministratore delegato non era neanche tenuto a
dubitarne. Cosa sarebbe successo di lì a poco, quando gli
ispettori avrebbero fatto rapporto a Cabrini, alla Consob, e
quando il rapporto fosse finito, per conoscenza, a Mancini?
Ti ci è voluta solo una settimana per scoprirlo.
Un giorno, tornando in ufficio dopo una visita a un cliente,
sulla scrivania hai trovato un appunto: ti cercava l’amministratore
delegato Cabrini.
Hai preso la tua valigetta e ti sei diretto verso il suo ufficio.
Ti sei chiesto dove saresti andato a recuperare gli scatoloni
per fare un nuovo trasloco. Quando avevi cercato gli scatoloni
per il trasloco da Nattan Bank a casa tua, all’Esselunga
ti avevano invitato a passare il lunedì.

Milano, Banca Amica
Ore 9.40 del 5 novembre

«Il dottor Cabrini la prega di attendere, ingegner La Mosca.»
Seduto davanti alla porta chiusa hai cominciato a contare i
minuti che ti separavano dalla tua esecuzione definitiva. A
questo punto, non ti avrebbe più assunto nessuno. Uno che
cambia due banche in pochi mesi chi vuoi che se lo prenda?
Hanno per caso aperto un lazzaretto per gli appestati? No?
E allora, bisogna che ti arrangi. Chiedi a Gotti, quello che
avevano licenziato qualche tempo fa, magari ti può subappaltare
il posto di lavavetri supplente ai semafori.
Sulla parete davanti a te, in una cornicetta molto andante, c’è
una frase di Luigi Einaudi. Sai chi è stato? Dai che lo sai…
hai 38 anni, non sei andato alla scuola delle 3I che considera
passato remoto tutto quello che è accaduto prima del

1994… È stato il secondo presidente della Repubblica Italiana.
La frase te la puoi anche imparare a memoria. Tanto
hai tempo. Cabrini ti fa fare anticamera.
“Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano
nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli,
scoraggiarli.
È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro.
Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare
credito, ispirare fiducia a clientela sempre più vasta; ampliare gli
impianti, abbellire la sede costituiscono una molla di progresso altrettanto
potente che il guadagno.
Se cosi non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che
nella propria azienda investono i loro capitali per ritrarre spesso utili
di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente
ottenere con altri impieghi”.
Che strano tipo, questo Cabrini. Mettere una citazione del
genere in una banca. Che significa? In Nattan si metterebbero
a sghignazzare. “Una molla di progresso altrettanto
potente che il guadagno”? Beh, trombare qualche bella puttanona,
avere il potere di distruggere la vita degli altri. Questo
può essere una molla altrettanto potente che il guadagno,
ma “ispirare fiducia”, ah ah ah! Certo, la fiducia devi ispirarla
nel prossimo, ma solo perché così riesci a fregarlo meglio.
Il fatto è che quando ti fidi, ti possono infinocchiare troppo
facilmente. Uno cerca i bruscolini nell’occhio dell’altro, e
non si accorge di avere una trave nel suo. Come con i promotori:
uno si fa un culo tanto, perché per legge non deve
fare questo, non deve fare quello. Per esempio non può mai

prendere soldi in contanti da un cliente. Sicché, se sei un
promotore e per caso versi i contanti che tua sorella ti ha
dato da investire e vieni beccato, ti danno cinque anni di
sospensione. E tutti dicono: «Eh, Beh, insomma, certo, cosa
vuoi, le leggi sono leggi, uno non può mica farsi i cazzi e i
comodi suoi…» Poi se invece un amministratore delegato
falsa il bilancio, froda il fisco, pazienza: è roba depenalizzata,
prescritta, lo promuovono in un’altra banca. Non ha distribuito
dividendi, anzi è andato in perdita? E, vabbè: cambiamogli
banca, mettiamolo in una struttura più grande, che
magari si trova meglio e riesce anche a far peggio. Ha
emesso bond spazzatura? Ma che bravo! Che persona creativa,
è questa la gente che ci serve, perché dobbiamo sempre
trovare risorse nuove, accrescere i profitti, specialmente
quando non ci sono. Gli strumenti per evitare ruberie e
imbrogli ci sono, le istituzioni sono sane, gli organi di controllo
sono competenti… uhm, questo è un problema, ma si
supera. In fondo, l’arte ha bisogno di ostacoli per esprimersi
al massimo. Che gusto ci sarebbe a guadagnare degli spropositi
se si potesse fare onestamente e alla luce del sole? Che
merito ci sarebbe?
La segretaria di Cabrini è alla sua scrivania. È una tipa normale,
lavora senza distrarsi. Si vede che l’hanno assunta perché
sa fare il suo mestiere. Ma a pompini come se la cava? In
Nattan Bank per avere il posto una doveva portare le referenze
del precedente datore di lavoro: «Ottima nei pompini;
il culo forse lo dà, ma solo a tratti. Livello di retribuzione
consigliato: due gradini sotto il massimo».
Beh, che c’è di male? Non vorrai mica escludere da un’onesta
selezione del personale una bella ragazza con tutte le

misure giuste solo perché sa fare i pompini e dà anche il culo
al suo principale? Ma sei razzista? Sarai mica comunista? O
finocchio? La legge mica lo vieta. Come dice Céline? In Italia
abbiamo settantamila articoli di codice: trovamene uno
che vieti di assumere ragazze perché procaci e disponibili.
Ragazzi, qua bisogna dare a tutti le stesse opportunità, poi è
chiaro che chi è più brava va più avanti. È la legge del mercato.
È più difficile fare bene un pompino o la computisteria?
Ma vogliamo scherzare? Quel che è davvero difficile (ci
vuole arte, c’è poco da dire) è liberarsi della spazzatura e riuscire
a guadagnarci. I bond spazzatura, ad esempio. Darli via
ai clienti è difficile, però ti ripulisce la banca e ti procura un
buon guadagno. Perché il profitto mica è un delitto. Oh,
scherziamo?
Dopo tre quarti d’ora che fai andare il cervello in folle e te
ne stai a osservare la metafora della tua vita futura — una
lunga fila di porte chiuse — Roberto Cabrini ti viene ad
aprire e ti fa accomodare. Poi, non perde tempo in preamboli:
«Ho ricevuto il rapporto del controllo interno. A
quanto pare si è macchiato del più orribile dei crimini per
uno nel nostro ramo: concorrenza sleale. Ha qualcosa da
dirmi?»
«Su che cosa basano questa accusa?»
«Hanno trovato uno scambio di lettere tra lei e un tale Esposito…
Sa che Mancini mi sta telefonando già da qualche
giorno? Mi suggerisce di licenziarla, perché uno che è stato
infedele una volta può esserlo sempre. Lei cosa mi dice?»
Che merde, hai pensato. Si sono anche inventati le prove
fasulle. Ma hai stretto i denti.

«Dottor Cabrini, sono una persona onesta e non temo nulla.
Tra me ed Esposito non c’è stata nessuna corrispondenza.
Se l’hanno trovata, probabilmente l’hanno anche fabbricata.
Esposito l’ho visto una sola volta per capire che cosa offriva
la sua banca. È Mancini che vuole distruggermi. Mi stanno
facendo un guerra totale e non so neanche perché.»
«Non è vero che non lo sa. Gliel’ho già fatta questa
domanda, e alla fine una risposta l’abbiamo trovata,
ricorda?»
«Sì, ha ragione. Ma se il problema era che non vendevo la
loro spazzatura, ora si sono liberati di me. Perché si accaniscono?
»
«Anche a me sembra strano. Secondo me, lei qualcosa sulla
coscienza ce l’ha.»
Jack, lo sai che gli innocenti sono sempre quelli senza alibi?
Quelli che se la fanno sotto in dogana? Quelli che crollano
agli interrogatori? Ma sono anche quelli che, a un certo
punto, si alzano in piedi e con orgoglio esclamano: «No,
dottor Cabrini, si sbaglia. Non ho nulla sulla coscienza. Ma
lei non deve credermi sulla parola: mi faccia tenere sotto
osservazione. E se scoprirà qualcosa, allora faccia quel che
crede giusto».
«Mancini continua a chiedermi la sua testa. Cosa devo fare?»
«Questo non posso dirglielo io, dottor Cabrini.»
«No? Allora senta cosa faccio.» Cabrini solleva il ricevitore,
inserisce il vivavoce e telefona a Mancini.
«Pronto, ciao Mancini. Sono Cabrini.»
«Ah, mi telefoni per dirmi che hai licenziato La Mosca?»
«No. Non ancora. Però lo terrò sotto controllo.»
«Come lo terrai sotto controllo? Che significa? Abbiamo le

prove che faceva concorrenza sleale e le hai viste anche tu.
Che vuoi di più? Cabrini, guarda che fai un errore. Gente
come La Mosca bisogna cacciarla al più presto, prima che
infetti anche gli altri.»
«Di questo non preoccuparti. Vigilerò.»
«Macché vigilare e vigilare. Cabrini, quello ti farà fesso sotto
i tuoi stessi occhi e neanche te ne accorgerai.»
«Mi stai dando del fesso, per caso?»
«Ti sto dicendo che lo devi sbatter fuori. Altrimenti,
guarda…»
«… altrimenti cosa?»
«Altrimenti non bado a spese. Ti prendo tutti i migliori promotori,
a costo di pagarli il cinquanta per cento in più.»
«Cos’è, una minaccia? Che storia è? Prima ti preoccupa
tanto la salute della mia banca e ora mi dici che vuoi rubarle
gli uomini migliori? Sembra quasi che ci sia qualcosa di personale
tra voi due.»
«Non permetterti sai, Cabrini. Tra me e quel pezzo di merda
non può esserci nient’altro che il disprezzo.»
Jack, ti vedo che fremi già da un po’, vorresti intervenire
nella discussione, ma quando fai per strappare il ricevitore
dalle mani di Cabrini, quest’ultimo, con un cenno, ti ordina
di tornare a sedere e di rimanertene zitto. «Caspita, meno
male che non c’era niente di personale. Beh, comunque non
cambio idea. Terrò sotto controllo La Mosca, ma per adesso
non ci penso neanche a licenziarlo.»
«Va bene, te ne pentirai.»
«Se ti riferisci ai danni che potrebbe procurarmi La Mosca, ti
assicuro che lo bloccherò ben prima. Se invece sei proprio
tu che potresti farmene pentire, ti avverto che anche se vuoi

prendermi tutti i promotori, io non farò nulla per ostacolarti.
Qui in Banca Amica ognuno può andarsene quando
vuole. Noi non facciamo firmare contratti capestro.»
Mancini interrompe bruscamente la comunicazione. Tu e
Cabrini vi guardate. Sei commosso: «Grazie, dottor Cabrini.
Le sono obbligato».
«Lasci stare, Jack. L’importante è che non me ne faccia pentire.
»
Non l’avresti fatto, no, però avresti continuato a cercare di
farla pagare alla Nattan, anche se l’avvocato Pracchi di
sicuro e probabilmente anche Cabrini ti consigliavano di
mollare.

Casa La Mosca
Ore 21.30 del 9 novembre

Il programma della serata è la visione di un buon film, un
bicchiere di spumante e qualche partita a scacchi su Internet.
Te lo meriti. Invece ricevi una visita inaspettata.
«Chi è?»
«Come chi è… Sono Edoardo, il tuo collega. Quello a cui
hai salvato il culo tante volte. Posso salire?»
Guarda un po’ chi si rivede. Sei contento, sarà un piacevole
diversivo. In fondo una serata in casa va bene, ma è anche
un po’ una rottura, specialmente per uno che è abituato a
uscire tutte le sere. Quindi, se la puoi dividere con qualche
amico, va molto meglio.
«Ciao, Edo. Che ci fai qui?»
«Beh, sono venuto a trovare un mio amicone!»
«Mi fa piacere. Vieni, accomodati.»

È proprio lui, Edoardo Corradi, il tuo ex collega. Che sale su
con una scatola dei tuoi cioccolatini preferiti, i Leonidas.
«Grazie! Li apriamo subito?» proponi.
«Puoi mangiarli, no?»
«Certo, mica ho il diabete.»
«Però! Stai benone!»
«Beh, diciamo che me la sono cavata.»
«Ma cosa ti è successo esattamente? Sai, se ne sono sentite
tante in giro…»
«Niente di cui valga la pena parlare, Edoardo. Voi, invece,
come ve la passate in Nattan?»
«Cosa vuoi che ti dica, il solito: mangi molta merda, caghi
pochi soldi. E tu? So che sei andato in Banca Amica. Come
ti trovi?»
«Ma tu come fai a saperlo?»
«Me lo ha detto Giorgio.»
«Ah… Gente di tutt’altra pasta. Almeno fino a prova contraria.
»
«Eh, già. Questa è una delle prime cose che ti insegnano al
corso di sopravvivenza aziendale: fidarsi sì, ma solo fino a
prova contraria. Comunque, ti devo delle scuse.»
«Ah! E come mai? Per avermi chiamato e sapere come
stavo?»
«Sì, no… In effetti non ti ho chiamato… È perché ho avuto
il telefono fuori uso per una settimana intera. Guarda, c’è
stato da impazzire… pensa che ho dovuto continuare a fare
anche le telefonate private dall’ufficio.»
«E non era il caso di telefonare proprio a me dall’ufficio,
vero?»
«Ecco, appunto, l’hai detto. Ma volevo chiederti scusa per

un’altra cosa.»
«Sentiamo.»
«Allora, ti ricordi il caso Bitto? Quel tipo che non voleva firmare
l’ordine d’acquisto per le Niscagi?»
«Sì, certo. È stato uno dei casi brillantemente risolti
dall’avvocato Satanasso.»
«Appunto. Beh, devo dirti che in fondo, solo in fondo però,
un po’ di ragione ce l’aveva anche lui. Bitto, all’inizio, non
voleva investire proprio nelle Niscagi. Sì, avevo capito che
gli interessava il comparto, ma in generale. Le Niscagi sono
stato io a proporgliele. Anzi, un po’ a imporgliele.»
Improvvisamente, ti senti a disagio.
«E me lo dici adesso? Ma l’ordine, almeno, l’aveva fatto o
neanche quello?»
«No, no… sì… Lui voleva investire quella somma quella
mattina, ma le Niscagi in particolare gliele avevo appioppate
io. Ecco perché nicchiava. Io ero stato vago, lui ambiguo e
quindi…»
«E quindi mi hai fatto fare la figura dell’aguzzino.»
«Ma dai! Lo sai, in Nattan erano già tutti impazziti per queste
Niscagi e ci hanno fatto tutti una pressione bestiale per
venderle.»
Ora fai finta di niente, Jack. Non ti incazzare, o meglio,
incazzati, ma non darlo a vedere. Vedi un po’ se riesci a ottenere
qualche informazione.
«Sì… Beh, ti capisco. Se ne parla anche in Banca Amica. Ma
la frenesia della Nattan per questa azienda è inspiegabile.
Come se ci fosse sotto qualcosa.»
«Ma no, non credo. Certo è che il prossimo bond lo piazzano
dal Lussemburgo.»

«Ah, già. Così non si stampa neanche il prospetto informativo.
»
«Questo significa che non ce n’è bisogno. È un bond talmente
sicuro, talmente eccellente che si presenta da sé.»
«Questo è quello che racconti ai tuoi clienti?»
Corradi sorride, con quell’aria furba che non gli dona
affatto. «Ma io non lo propongo ai miei clienti. Un bond
senza prospetto può andare nelle gestioni speciali e quindi
gli interessati sono solo gli investitori istituzionali.»
«Come il povero Bitto, eh?»
«Vedo che ci intendiamo, Jack. Non per niente sei sempre un
maestro.»
Già, Jack, sei sempre un maestro. Un maestro delle piccole
cose, un maestro spesso frainteso, ancora più spesso tradito,
ma un maestro. E anche Corradi te lo sei tirato su tu. Anche
se, quanto a stronzaggine, sembra ti abbia superato alla
grande.
«E allora, brindiamo alle Niscagi! A proposito, a quanto
ammonta l’emissione?»
«Beh, non è un segreto, Jack. 300 milioni di euro.»
«Fischia! Neanche la Deutsche Bank riuscirebbe a rastrellare
tutti questi soldi. Come pensa di riuscirci la Nattanuccia?»
«Mah, Mancini continua a dire che sarà un gioco da ragazzi.
In realtà, noi facciamo fatica. Comunque, ci stanno puntando
molto, al punto che hanno deciso di ridistribuire le
azioni.»
«Come?»
«Sì, sai le azioni che avevano congelato prima dell’estate?
Beh, ci hanno ripensato. E ci hanno comunicato che la proprietà
della banca riserva il 15% al management e il 10% ai

migliori promotori finanziari se il 31 dicembre il titolo varrà
più di 12 euro. Sai, il giorno che hanno comunicato questa
notizia il titolo era a 11,45, oggi vale 13,10 e mancano meno
di due mesi al 31.»
«Sarebbe come dire che il management e gli area manager si
spartiranno oltre 20 milioni di euro, se il titolo Nattan varrà
più di 12 euro» commenti.
«Già!»
«E tu perché gongoli, Edoardo? Mica fai parte del management…
e non sei neanche area manager.»
«Ancora per poco, Jack. Perché la vera notizia bomba non te
l’ho ancora data. Aspetta che verso un po’ di vino anche a te,
che brindiamo.»
«Brindiamo? E a cosa?»
«Sai che prenderò il tuo posto? Sì, diventerò area manager.
Sarai contento, spero. E siccome sono tuo amico, ti voglio
fare una confidenza: la Nattan non ha intenzione di lasciarti
portar via un solo cliente. Li vuole dare tutti a me. E per far
questo è disposta a usare tutti i mezzi, leciti e illeciti. Io,
francamente, non lo so cosa hai fatto a Mancini. Ora, se tu
mi assicuri che non farai resistenza, non cercherai di portarti
via i clienti, e magari mi darai anche una mano a tenerli, io ti
posso passare una percentuale, piccola intendiamoci, su
ognuno di loro. Così tu non correresti altri rischi e poi
potresti star tranquillo che, con me, i tuoi ex clienti sarebbero
in buone mani.»
Come ti senti ora, Jack? Certo, lo sapevi già che quel verme
avrebbe preso il tuo posto, ma ora sentirgli dire che si sta
asciugando il cazzo nella tua salvietta ti dà proprio fastidio.
Che merde! Non solo ti hanno cacciato ma addirittura man-

dano un galoppino a chiederti di piegarti in avanti per fartelo
mettere in quel posto più comodamente.
Resti per qualche istante lì, seduto sul divano, il busto in
avanti, le braccia poggiate sulle cosce. E tutta la tua vita ti
scorre davanti in un istante. Quindi ti alzi, prendi il bicchiere
dalla mano di Corradi e lo posi sul tavolo, afferri la scatola di
cioccolatini, la richiudi, gliela metti sotto braccio e: «Edoardo,
vai a fare in culo, va bene?»
«Ma Jack, cosa intendi dire?»
«Fuori da casa mia immediatamente, stronzo!»
«Ma…»
«Via!»
Edoardo si muove con una certa riluttanza. Allora tu lo
spingi verso la porta senza tante cerimonie, gli metti in
mano cappotto e sciarpa. Il coperchio della scatola di cioccolatini
si socchiude, ma Edoardo, con un gesto goffo, riesce
a tenerlo sotto l’ascella mentre cerca di non perdere il
controllo delle cose che gli hai messo in mano.
«Jack, non capisci che ti sto offrendo un’occasione? Guarda
che i clienti li perderai lo stesso.»
«Fuori!»
«Ma Jack!» Ora Edoardo è sul pianerottolo. Rosso e congestionato.
«Jack, guarda che la pagherai. La banca è un macigno.
Ti schiaccerà.»
Gli chiami l’ascensore e mentre lo spingi dentro sibili: «Ah
sì, la banca è un macigno? Allora, da oggi io sarò un martello
pneumatico. E vaffanculo a tutti».
Dall’ascensore senti provenire lo scroscio dei cioccolatini
che cadono e la voce di Edoardo che impreca.

Il giorno dopo
Ore 8 del 10 novembre

La mattina dopo, Jack, ti sei svegliato come un altro uomo.
Ti sei preparato una colazione pantagruelica, come se
dovessi accumulare energie per la scalata del K2 senza respiratori
e senza campo base. E ora, davanti a te, hai un foglio
A4 su cui stai segnando le cose da fare:
– Francesca cercherà i numeri di telefono di tutti i clienti
della tua area presi dall’ultimo tabulato della Nattan in
tuo possesso.
– Giovanni, invece, dall’albo nazionale prenderà i nomi
dei promotori finanziari che operano in Lombardia, con
l’indicazione della banca dove lavorano: in questo modo
ne conoscerai anche l’e-mail aziendale.
– Francesca chiamerà tutti i clienti della Nattan e ti fisserà
un incontro.
– Giovanni manderà per e-mail l’elenco di tutti i clienti
della Nattan a tutti i promotori finanziari in Lombardia.

Nel limbo

Hai iniziato a convincere i primi clienti a seguirti. Così hai
presentato a Nattan Bank le prime richieste dei primi trasferimenti
di denaro verso Banca Amica. Ma Salutti non li ha
fatti immediatamente eseguire e ha chiamato personalmente
i clienti più importanti, proponendogli condizioni talmente
favorevoli, da essere quasi a perdere per la banca, pur di trattenerli.

Per quelli invece che hanno voluto, comunque, seguirti, la
Nattan ha trattenuto, prima del trasferimento, dai mille ai
diecimila euro a titolo di spese di trasferimento, a seconda
dell’importanza del cliente.
Per questo hai chiamato pure la polizia, che però, oltre a verbalizzare
cosa accadeva, non ha potuto far nulla per far eseguire
correttamente gli ordini di trasferimento alla Nattan.
Ma lo sai che nessuno può mettersi contro una realtà troppo
più grande di lui? Perché peggiorare le cose? E perché le
cose peggiorino, è sufficiente che si creino nuove tentazioni,
lusinghe, seduzioni sottili, scoperte. Come quando, un
giorno, arriva Giovanni con aria trionfante e ti mostra un
foglio con su scritte, a mano, poche parole: “Egregi area
manager, vi informiamo che da lunedì è operativa la Nattan Suisse a
Lugano, una nostra nuova consociata”.
«Embè? Che roba è?» chiedi tu.
«Come che roba è? È il primo messaggio decrittato dalla
posta di Imperiali» risponde Giovanni.
«Ah! Racconta, racconta.»
«Non sto a spiegarti come sono riuscito a decifrarla, tanto
non lo capiresti. Ti basti sapere, però, che appena sono riuscito
a dare il comando “stampa” la e-mail si è autodistrutta.
Per fortuna ne avevo fatto una copia a mano. Per adesso ho
solo questa perché, anche se usano sempre lo stesso sistema
di cifratura, cambiano continuamente le chiavi. Probabilmente
hanno dato una tabella cartacea a tutti gli area manager.
Infatti per l’ultima cifra della password chiedono cosa
corrisponde all’incrocio di un numero con una lettera.
Come a battaglia navale. Certo, se avessi la scheda di Imperiali
sarebbe tutto facile perché, per adesso, devo trovare

tutte le volte la combinazione. Ma penso di riuscire a trovare
il pattern nel giro di due giorni.»
«Caspita, un ottimo lavoro» fai tu, prendendo il foglio con
due dita, come se temessi che anche la carta si possa autodistruggere.
«L’unica cosa che non capisco è perché tanta
riservatezza per una notizia che tutti potrebbero leggere sui
giornali.»
«Non lo so» risponde Giovanni, «io te l’ho decifrata. Capirla
tocca a te.»
«D’accordo, ma hai qualche idea?»
«Boh. Forse le parole vogliono dire un’altra cosa. Tipo “È
aperta la nuova sede operativa a Lugano” vuol dire “È partito
il nuovo carico di eroina per Bologna”…»
«Uhm… questa mi sembrerebbe troppo grossa. Non metto
più la mano sul fuoco per nessuno, ma Imperiali, in fin dei
conti, non mi pare il tipo del narcotrafficante.»
«Allora vuol dire proprio quel che c’è scritto. E la cosa interessante
sta proprio nel fatto che la comunichino.»
«Non capisco.»
«Beh, ammettiamo che io e te stiamo preparando il furto
della Gioconda e che io sia un tuo complice. Se ti scrivo “Le
comunichiamo che il famoso dipinto di Leonardo La Gioconda
lascerà il 15 di questo mese il Louvre per una tournée
nei maggiori musei del mondo”, cosa può significare? O che
effettivamente La Gioconda sta per partire e può essere
l’occasione per fare il colpo o per rimandarlo. Oppure che il
colpo è fissato per il giorno 15. Insomma, sta a te capire
quel che ti scrivo, ma quel che scrivo è vero in sé, non c’è
bisogno di decifrazione.»
«Caspita, la sai lunga tu.»

«Grazie. Il fatto è semplicemente che sono un ragazzo e tu
sei un babbo. Elasticità, freschezza, intuitività: ecco cosa ti
manca.»
«Ehi, vacci piano! Piuttosto, se le cose stanno così… devo
pensarci. In fondo, a un promotore finanziario non
dovrebbe importare molto se aprono una filiale in Svizzera.
Per legge i promotori possono operare solo in Italia.»
«Beh, allora non so…»
«Dovrei parlarne con qualcuno…»
«Perché non telefoni alla tua ragazza?»
«Alla mia ex ragazza, vorrai dire.»
«Perché, vi siete lasciati?»
«È una storia lunga» replichi tu, ripensando alla cena e
all’anello che ti è rimasto in tasca.
«Però è un avvocato, e mi sembra anche una sveglia.»
«Sveglia è sveglia… ma non è un avvocato, è un’avvocata.»
«E che vuol dire?»
«Vuol dire che lei l’avvocato lo fa da donna e non da uomo,
e che il termine deriva dal latino, e ha un femminile normalissimo…
insomma è una roba complicata che capisce solo
lei… Comunque, non so se è il caso di chiamarla. Magari mi
sbatte il telefono in faccia, non vuole parlare con me.»
«O magari non aspetta altro.»

Casa La Mosca
Ore 12.00 del 26 novembre

«Pronto, Céline, ehm, ciao, sono…»
«Lo stronzo?» ti risponde lei.
«Beh, veramente prima mi chiamavi groscialù!»

Dall’altra parte del ricevitore senti una risatina divertita:
«No, no: gros jaloux, gelosone. È diverso, e poi erano altri
tempi. Allora eri geloso di me, oggi non te ne importa più
niente».
«Sì che me ne importa.»
«E allora perché fai di tutto per non farmelo credere?»
«Perché è un periodo in cui la mia vita è un casino, e non ci
capisco più niente neanche io.»
«Almeno questo lo ammetti. Diciamo che può essere un
passo avanti.»
«Diciamo che ti amo.»
«…»
«Pronto, sei ancora lì?»
«Sì, sì… ma ti confesso che mi hai preso alla sprovvista.»
«Allora tieniti forte, che te ne dico un’altra.»
«Sentiamo.»
«No, no… ora che ci penso preferisco parlartene quando ci
vediamo.»
«Ma ci vediamo, allora?»
«Tu che dici?»
«Beh, io direi di sì… solo che sono in partenza.»
«E per dove?»
«Ehi, ciccio, nun t’allarga’!»
«Scusa.»
«No, dai, scherzavo. Sono via una settimana per un congresso.
Vado a Menaggio.»
«E parti…»
«Oggi.»
«D’accordo. Però hai tempo dieci minuti che ti racconto una
cosa su cui voglio un tuo parere?»

«Un parere? Uhm… può essere. Come paghi?»
«Come al solito. In natura.»
«Non so se basta.»

Nel limbo

È stato bello parlare con Céline. Anche se è stata l’ultima
volta. Quando hai finito di raccontarle tutto della nuova
ispezione nel tuo ufficio, del boicottaggio della Nattan nei
tuoi confronti, della conversazione tra Mancini e Cabrini,
della e-mail crittografata di Imperiali, lei ti ha detto una cosa
che non ti è piaciuta: «Jack, ti avevo avvertito che leggere la
posta del tuo collega era pericoloso».
Cosa voleva dire?

Provinciale sud di Milano
Ore 9.00 del 27 novembre

Ehi, Jack, rispondi: c’è qualcosa di più bello di un sabato
mattina di novembre, un sabato di sole, di quiete, quando
uno sa di aver fatto il proprio dovere, di aver lavorato sodo
durante la settimana? Tu come tutti i sabati andrai a fare una
corsetta al parco.
Certo, Céline non c’è, ma pazienza. La cosa importante,
intanto, è avere riallacciato i rapporti. Sì, è stato un periodo
difficile, di incomprensioni, di scontri, ma tu le hai detto che
la ami, e lei ti ama, lo sai, lo hai percepito dalla sua voce. In
fondo è stato anche meglio che non vi siate visti subito. Una
settimana di attesa, per pregustare l’incontro, per assaporare
il dolce sapore del desiderio, non è male. Tanto per dire una

banalità, di quelle che ti piacciono: in un mondo in cui tutto
va consumato al più presto, dallo yogurt ai matrimoni, riscoprire
un po’ il piacere dell’attesa non è da tutti.
E allora va bene, benissimo, con Céline vi vedrete la settimana
prossima. O magari le fai un’improvvisata e vai a trovarla
al congresso. Che non è mica lontano, in fin dei conti.
Menaggio è a due ore da Milano. Beh, hai tutto il tempo per
pensarci. Intanto le mandi un sms. E ti sbilanci: “Ti Amo.
Groscialù”.
Dopo la corsetta prendi la macchina e parti. Hai trovato uno
studio di registrazione, grazie a un amico di un amico di un
amico di un tuo cliente, che si è offerto di riversare in dvd
tutte le bobine superotto che ti sono rimaste da quando eri
piccolo. È una cosa a cui pensavi da tanto tempo. Quelle
bobine, che ogni tanto riguardi, sono l’unico ricordo tangibile
di un’infanzia che non sai neanche se definire felice o
maledetta. L’unico ricordo dei tuoi genitori. Filmati che tuo
padre aveva iniziato a girare negli Stati Uniti e che poi aveva
continuato anche in Italia. Hai sempre avuto paura di perderli.
Uno strappo, un incidente… il proiettore poteva bruciarli,
la celluloide stessa pare si consumi con il tempo. Era
da mesi che pensavi di riversarli su un supporto più sicuro.
Oggi è il gran giorno. Hai stipato tutte le bobine in uno scatolone
di cartone, l’hai poggiato sul sedile di fianco, come se
fosse un passeggero di riguardo, e sei partito. Direzione
Paullo, un paesino a sud-est di Milano. Guidi piano, tranquillamente,
sulla statale semideserta. I milanesi dormono di
sabato mattina presto, ma tu ti sei sempre svegliato presto e
ora, alle nove e mezzo, ti senti come una specie di marziano.
L’automobile fila come un missile. Tu pensi che in fondo

tutto si sistemerà. Deve sistemarsi. Per forza. Non hai fatto
niente di male. Non hai fatto nulla per meritarti quel che ti è
successo. Anzi, hai sempre cercato di fare del tuo meglio.
Céline ti ha capito. Ora hai trovato anche qualcun altro che
crede in te e nelle tue capacità, Roberto Cabrini. Per una
volta c’è una persona che si schiera dalla tua parte, che
prende apertamente le tue difese. E questo è bello. Ah, ma
attento, è qui che si svolta a destra. Oh, non c’è proprio nessuno.
No, aspetta, c’è una macchina in mezzo alla strada.
Cosa sarà successo? Un uomo si sbraccia e ti fa cenno di fermare.
Tu vedi che le macchine sono due, dev’essere un incidente,
perché hanno le portiere aperte, e dentro, al posto del
conducente, c’è una persona con il corpo abbandonato sul
volante. Non sai se fermarti, se ne sentono tante, ma chissà
se sono riusciti a chiamare i soccorsi. E poi devi rallentare
per forza, perché non c’è quasi spazio per passare. L’uomo
si avvicina alla macchina e fa cenno di volerti parlare. Tu
abbassi il finestrino.
E lui ti afferra la testa con violenza e te la sbatte contro il
lato della portiera. Quindi la apre e ti trascina fuori. Ti ci
vuole parecchio prima di cercare di abbozzare una reazione,
e nel frattempo senti che qualcosa ti immobilizza il braccio
destro, mentre un colpo all’altezza delle reni ti mozza il
respiro. Sei a terra, sull’asfalto. Ti bruciano i sassolini sulla
guancia, ti stanno trascinando per le gambe a pancia sotto.
Vorresti opporti, ma i colpi arrivano da tutte le parti. Perché
tanto dolore?
«Non ho niente con me… Prendete l’orologio, il portafogli!»
urli.
Ti sembra di sentirli sghignazzare. Ma quanti sono?

Poi senti una voce, lontana, che grida: «Ehi, e qui dentro
cos’hai?» Ti voltano e vedi volare qualcosa verso di te. È una
delle tue bobine. «No, lasciate stare quella roba, maledetti!»
Grave errore far capire che cosa ti sta a cuore, sempre! Stai
per alzarti, stai per scrollarti di dosso quella marmaglia. No,
le bobine devono lasciarle stare. Sei in piedi e davanti a te c’è
uno schifoso che ride, con lo scatolone dei tuoi filmini ai
piedi. Stai per saltargli addosso, quando basta un colpo e ti
ritrovi per terra. E ricominciano a menarti, mentre lo schifoso
ti guarda, sempre ridendo, con un accendino acceso in
mano. Lo accosta a una bobina che si incendia immediatamente.
Vorresti alzarti ancora, ma ti schiacciano a terra. Non
senti più niente, solo un’angoscia acuta, il cuore che ti si
spezza, mentre il cartone si incendia. E l’alito di sigaretta
dello schifoso che ti viene vicino e ti sussurra: «Attento: vedi
cosa succede a chi non si fa i fatti suoi?»

Nel limbo

Così sei finito all’ospedale. Due costole rotte, gli occhi neri,
un paio di molari lasciati sull’asfalto, botte varie, escoriazioni.
In fondo ti hanno trattato bene. Ti potevano spappolare
la milza, spaccare le gambe, sfregiarti. Ti potevano
tagliare una mano. Intanto però ti hanno fregato la macchina.
E naturalmente ti hanno bruciato le bobine. È gente che ci
sa fare, evidentemente. Sa come colpire e dove. Come spezzare
la resistenza anche senza spezzare le ossa. Come instillare
la paura.
Forse è proprio paura quella che senti oggi, mentre France-

sca ti sta aiutando a preparare la valigia per tornare a casa.
Cosa succederà adesso? Certo, Cabrini ti ha telefonato per
dirti di tornare in banca appena puoi. Ma non è mai venuto a
trovarti. Un caso? Forse non è prassi della banca che i dirigenti
vadano a trovare in ospedale i promotori, anche se si
chiamano Jack La Mosca. O specialmente se si chiamano Jack
La Mosca.
Ma poi, che significa «Vedi cosa succede a chi non si fa i fatti
suoi»? Come fai a essere sicuro che non ti stai facendo i fatti
degli altri? Hanno saputo delle e-mail che ricevi da Imperiali?
Può essere che Edoardo Corradi sia arrivato a tanto
per fare bella figura con la banca? Può essere che invece sia
stato Mancini? Cosa c’è sotto? E se invece…
Toc-toc.
«Ciao Jack.»
«Ciao Mirko. Dov’è Esposito?»
«Di là. Ho fatto come avevi detto. Appena uscito dal suo circolo
l’ho narcotizzato, caricato in macchina e portato qua.
Continua a dire che c’è stato uno scambio di persona. Ehi,
ma questa rivoltella da dove spunta fuori?»
«È quella che ha ucciso mio padre.»
«Non intenderai usarla, spero. Non farai sul serio.»
«È arrivato il momento di fare sul serio, ma davvero.»
«Dai, non dire cazzate.»
«Portami da lui.»
Ed eccotelo davanti.
«Jack…? Jack…? Jack…!?» mormora Esposito.
«Stai bello dritto contro il muro, tira su la testa.»

«Jack, mi stai soffocando… cosa vuoi da me? Mi hanno
costretto! Jack… basta!»
«E stai fermo un po’!»
«Jack… non avevo scelta. Mi capisci? Non ne sapevo niente.
La dichiarazione l’ha scritta Sturli… io l’ho solo controfirmata.
Jack… perdonami! No! Non voglio morire…
Noooo!»
«Apri la bocca, voglio vedere se la canna della pistola…»
«Oghh, usf… ggruibb…»
«… sì, sì, c’entra proprio bene.»
«Urhgssss… sgronf…»
Lo lasci respirare un attimo.
«Jack, lasciami andare!»
«Quanta fretta. Hai da fare?»
«Certo che ho da fare, che ti credi? Io sono uno che lavora.»
«Ah, sicché tu lavori. E oggi hai lavorato?»
«No, Jack… oggi no! C’è stato un incendio.»
«Ho sentito qualcosa alla radio prima di venirti a salutare.
Cosa è successo?»
«Un attentato.»
«Come un attentato? Si parlava di un cortocircuito.»
«È quello che abbiamo comunicato alla stampa. Invece pensiamo
siano stati terroristi.»
«Accidenti. Siete diventati importanti. E come mai la tua
banca è entrata nel mirino dei terroristi?»
«Non lo so. Ma è stato un attentato.»
«E non potrebbero essere stati i vostri clienti?»
«I clienti? Ma che dici, Jack…»
«Quelli che fregate tutti i giorni. Magari si sono riuniti in un
comitato. C’è stato qualche ferito, qualche morto?»

«No… nessuno. Te l’ho detto sarà stato…»
«Io.»
«Co…come?»
«Ascolta. Le telecamere fuori della banca sono attive dalle
7.00 alle 22.00, vero?»
«Vero.»
«E i sistemi di sicurezza non proteggono dall’intrusione di
materiale infiammabile da sotto le porte.»
«Beh, quello che preoccupa sono le rapine di giorno.»
«Sai, sono bastati 4 litri di benzina… li ho fatti filtrare sotto
la porta… Quando i gas della benzina hanno saturato il
locale, mi è bastata una scintilla per incendiare tutto rimanendo
fuori della banca.»
«Ma…»
«Che spettacolo! Te lo sei perso, sai. Anche senza flash,
guarda come sono venute bene le foto.»
«Sei pazzo.»
«Le ho mandate anche al caporedattore del giornale finanziario
che ti arriva in abbonamento in banca. Si vede pure la
tanica di benzina. E il giornale radio non ne ha detto nulla.
Non è incredibile?»
«E ti stupisci, Jack? Con tutto quello che investe la Nattan in
pubblicità, hanno preferito scrivere quel che gli conveniva.»
«Hai ragione. La Nattan può tutto, possiede tutto, anche te.»
«Sì, è così…»
«Ma allora danneggiando te posso finalmente danneggiare
qualche proprietà della Nattan.»
«Dai, Jack, abbiamo esagerato. Ma io non volevo!»
«Sai che non ho mai ammazzato nessuno…»
«Non iniziare con me, allora!»

«Non riesco a immaginare come ti ridurrebbe la faccia la mia
rivoltella a questa distanza.»
«Non farlo!»
«Niente da fare. Ti devo ammazzare, mi capisci? Voi avete
ucciso me. Occhio per occhio. E poi, ora, sai troppe cose.»
«Io non c’entro, sono stati loro…»
«Addio, promotore finanziario.»
«Noooo…! Jaaaack…!»
Click!
«Piaciuto lo scherzetto?»
«Sei un figlio di puttana, Jack! Lasciami andare!»
«Va bene. Chi mi ha fatto picchiare?»
«Non lo so, davvero.»
«Ultima possibilità. Dimmi chi è stato a dirvi delle e-mail
che ricevo da Roma.»
«Se te lo dico poi mi lasci vivere?»
«Tu comincia a dirmelo.»
«L’avvocato Daccò.»
«Céline?»
«Sì, Céline Daccò. Ha detto tutto a Sturli.»
«Ma perché l’ha fatto?»
«Jack, tutti abbiamo esagerato, lo ammetto, ma siamo stati
costretti a farlo. Ti prego, non mi uccidere!»
«Sei interista o milanista?»
«Perché lo vuoi sapere?»
«Perché dipende dalla squadra a cui tieni, se ti ammazzo o
no.»
«Juventus! Tifo Juventus, sempre tifato Juventus!»
«Non mi piace che mi prendi in giro, sai.»
«Jack, farò tutto quello che mi chiedi! Tutto quello che vuoi!»

«Ecco… così. Spalle a terra e mani legate dietro la schiena.
Ora posso parlarti.»
«Ahi… mi fai male!»
«Ascolta, infame. Tu domani ti dimetti dalla Nattan Bank e
cambi lavoro. Intesi?»
«Intesi.»
«E mi denuncerai?»
«No, Jack, stai tranquillo!»
«Sto tranquillo, sì. Se mi denunci o fai qualunque altra stronzata
lo verrò a sapere e allora Mirko metterà una carica
esplosiva nella tua auto, sufficiente quel tanto che basta per
non ucciderti ma per tranciarti le gambe e lasciarti invalido
per tutta la vita.»
«No, non lo farò! Non ti denuncerò, lo giuro!»
«Pensi che il giuramento di un infame valga qualcosa? Ehi,
passami quella borsa!»
«Oh… Jack! Cazzo, stai attento o qui saltiamo tutti!» ti
avverte Mirko.
«Giusto. Aspettami fuori di qui, Mirko, non si sa mai. Torniamo
a noi, Esposito. Hai mai visto queste cipolle?»
«Sì… a Natale ne sono piene le bancarelle…»
«Però così grossa non l’hai mai vista, vero? Infatti me la
sono fatta fare su misura.»
«E a che ti serve?»
«Se scoppiasse farebbe saltare le pareti di questa stanza…
oltre a ridurti i coglioni in poltiglia. Ma di che mi preoccupo?
Tu i coglioni non ce li hai mai avuti.»
«Smettila! Cosa vuoi farmi?»
«Sai, è collegata a un interruttore al mercurio, tipo quelli che
fanno scattare gli allarmi delle auto quando muovi la mac-

china.»
«Ma…»
«Guarda, è semplice. Ti fisso l’interruttore collegato alla
cipolla all’altezza della cintura dei pantaloni con del nastro
adesivo.»
«No! Perché mi fai questo? Lasciami andare!»
«Eh, eh… non fare il monello. Niente movimenti bruschi.
Stai calmo e più tardi chiamerò la polizia. Verranno gli artificieri
e sarà uno scherzo per loro disinnescarla.»
«No, non voglio! Non ce la faccio più!»
«Te l’ho detto, non devi muoverti. E se te la devi fare
addosso, non spingere troppo… Se il mercurio si sposta,
scoppi in tre secondi… Oh, no, hai già cominciato… che
schifo!»
«No…»
«Un consiglio: ora stai buono, e in futuro vedi di non capitarmi
più tra i piedi.»
«Bastar…!»
«Sssttt… sottovoce, sennò scoppia!»
Raggiungi Mirko che ti guarda sorpreso.
«Jack, cosa facciamo? Non vorrai mica lasciarlo vivere? Hai
fatto il mio nome.»
«Sono un promotore finanziario, non un assassino. Voglio
fare solo un po’ di pulizia nel mercato.»
«Comunque non riuscirà a stare fermo per molto.»
«Ma non scoppierà.»
«Perché?»
«Perché nella bomba c’è solo farina doppio zero.»
«Cosa?»

«Se starà fermo, lunedì la scolaresca chiamerà gli artificieri e
tutt’al più moriranno di puzza di merda…»
«E se invece si muove…»
«Penso che comunque la lezione gli sia bastata.»
«Già.»
«E adesso che si fa?»
«Devo andare a trovare un’avvocata che mi deve spiegare
molte cose.»
«Jack Jack… cos’hai?» ti fa Francesca.
«Dove sono?»
«In ospedale! Dove pensavi?»
«Ma allora è stato un sogno…»
«Cosa?»
«No, niente. È un po’ di tempo che ho degli incubi…»
«Dai, oggi si esce!»
Ti tornano in mente quelli che ti hanno pestato. Ti avrebbero
potuto ammazzare e se continui la tua guerra non puoi
escludere che tornino. Hai paura. Ma di cosa esattamente,
Jack? Mentre stai per vestirti senti un improvviso desiderio
di sdraiarti sul letto per un po’, come se ti stesse per sopraffare
un’infinita stanchezza. Hai paura di trovare la casa
smantellata? Di entrare in ufficio e di non vedere più la tua
scrivania? Oppure hai paura che sia stata proprio Céline a
tradirti?
Ancora ieri hai chiesto a Francesca e a Giovanni se non avevano
saputo niente, se erano riusciti a rintracciarla. Domani
cosa farai? Passerai da casa sua o no?
O magari, prima andrai a trovare Esposito. Sì, quell’infame.

Ti sdrai sul letto, senti ancora male. Te l’aveva detto Mirko
che la prima cosa da fare era andare a trovare lui, altro che
farti forwardare la posta di Imperiali… E te l’aveva detto
anche Céline. Era l’unica cosa su cui finora si sono trovati
d’accordo, quei due…
«Vorrei parlare con l’ingegner La Mosca» fa una voce alle tue
spalle.
«Sono io» rispondi tu, e con i calzini che stavi per infilare
nella valigia in mano ti volti.
Dapprima non la riconosci. Vedi solo un paio di occhialoni
da sole e una testa dai capelli corti rosso fuoco. Poi senti un
profumo che non puoi dimenticare. E capisci che è lei.
Lei, che si toglie gli occhiali e ti lancia uno sguardo e un sorriso
dove c’è tutto, se ce lo vuoi leggere.
È Francesca a reagire per prima: «Céline, ma sei proprio tu!»
«Certo che sono io. Quasi non mi riconoscevate, eh?» Céline
si avvicina a Francesca, l’abbraccia e la bacia. Con la coda
dell’occhio ti sbircia. E tu non sai che cosa fare.
Esci dal limbo o no?

Fuori dal limbo.
Ospedale Fatebenefratelli
Ore 17.00 del 3 dicembre

«Come ti sei conciata?» Glielo dici continuando a fare la valigia,
affettando un totale disinteresse.
«Io? Non sto bene o non ti piaccio?» ti chiede Céline.
«Non mi piaci.»
«Carino. Eppure sono vestita con lo stile delle sciacquette

che frequenti al Pianeta Donna. Dovrei piacerti.»
«Non dire stronzate.»
«Non sembri contento di vedermi.»
«Infatti, non lo sono per niente.»
«Io invece sì. Mi sei mancato.»
«Non si direbbe. Non sei mai venuta a trovarmi. Ma, a dire il
vero, dopo quello che hai combinato, non mi stupisce.»
Siete di fronte, tu e lei. Come due lottatori che si studiano
prima dell’ingaggio. Come due duellanti un istante prima di
estrarre il revolver. Francesca pensa a mettersi al riparo:
«Ragazzi, vado a farmi dare le indicazioni per la terapia dal
medico di guardia. Vi lascio, tanto chissà quante cose avrete
da dirvi. L’unica cosa di cui ti prego, Céline, è che se proprio
devi dargliele, vacci piano che è ancora tutto rotto».
«Grazie Francesca, non preoccuparti. Ci vediamo tra cinque
minuti» sibili tu.
Ora siete soli tu e Céline, che ti chiede: «Stai bene, ora?»
«Come vedi, mi dimettono. I tuoi amici non hanno voluto
infierire.»
Céline, che stava per venirti vicino, si blocca. «Perché dici
questa cosa?»
«E me lo chiedi? Un giorno ti telefono raccontandoti i miei
dubbi sulla Nattan e il giorno dopo mi massacrano di botte.
Quindi sparisci e non c’è modo di rintracciarti. Non sei a
casa, non rispondi al cellulare. Se tu non sai fare due più due,
ti ricordo che io in matematica sono sempre stato un asso.»
«Sono stata via. Ho avuto il congresso. Te l’avevo detto.»
«Ah già, il congresso. Una settimana di congresso…»
«Mi sei mancato.»
Il volto di Céline si apre in un sorriso e le sue braccia si allar-

gano in un abbraccio. Ma tu ti allontani bruscamente. «Ehi,
ma allora sei serio. Pensi davvero che io c’entri qualcosa con
questa storia?»
«Perché, non c’entri?»
«No, Jack, non c’entro. E non è come pensi.»
«Ah, no? E dovrei crederti sulla parola?»
Céline si siede su una sedia, accavalla le gambe, lasciando
scoperta parte delle cosce e provocandoti un accesso di
desiderio condito con una punta di gelosia infernale. Quindi
da una minuscola borsetta estrae un lettore Mp3 con tanto
di auricolari doppi e te lo porge senza dire una parola.
«Cos’è? Cosa devo fare?» chiedi.
Lei, sempre sorridente, ti fa cenno con l’indice davanti alle
labbra di tacere. Poi, mentre trasforma quel gesto in un
bacio che ti lancia con la punta delle dita, ti invita silenziosamente
a metterti gli auricolari, se li mette a sua volta e avvia
il riproduttore.
Ciao Jack, amore mio,
oggi ho deciso di stupirti con effetti speciali. Spero che la cosa, alla fine,
ti faccia piacere. E più che altro che ti serva. So che in questo momento
sei disorientato e forse, dato che ti conosco bene e so che razza di scimmione
irascibile sei, sono abbastanza certa che il tuo smarrimento si sta
già trasformando in incazzatura.
Ma prima di ultimare la metamorfosi, lasciami cinque minuti.
Innanzi tutto perché questo riproduttore? Perché quello che ho da dirti
non voglio venga udito da altri. Ho qualche motivo di pensare che tu
sia controllato, ci può essere un microfono che ascolta e registra le tue
conversazioni. In questo modo quel che ti sto dicendo lo puoi sentire
solo tu. Furba, eh?

Dopo la tua telefonata, quel venerdì, il giorno prima di partire per
Menaggio, ero molto felice. Ma anche preoccupata. Avevo come un presentimento
e una domanda continuava a frullarmi in testa. Non riuscivo
a capire perché si accanivano su di te. Ammettiamo sapessero che
ti facevi forwardare la posta di Imperiali, perché, contrariamente a quel
che pensi tu, non c’è praticamente nessuna operazione informatica che
non lasci traccia. Ma perché non ti avevano denunciato? E, se proprio
non volevano denunciarti, perché non si erano limitati a inibirti
l’accesso alla mailbox di Imperiali?
La mattina dopo, mentre viaggiavo per Menaggio, continuavo a rimuginare.
Pensavo a Esposito, a Mancini, a Salutti. E poi mi chiedevo:
ma questo avvocato, questo Sturli, chi è? Francamente non lo conoscevo,
nonostante faccia anch’io l’avvocata. Ma sai, non ci si conosce tutti, e
poi lui è specializzato in diritto del lavoro… Comunque, mi sono
detta, qualche ricerca al mio ritorno la voglio proprio fare.
Intanto, però, ripensando a questa storia di Lugano, di quest’agenzia
che la Nattan ha aperto in Svizzera, mi è venuto in mente che avrei
potuto fare qualcosa per te. Menaggio non è lontana da Lugano. Basta
valicare la Val d’Intelvi e si è arrivati. Per cui ho pensato che quel
sabato mattina potevo passare prima da quest’agenzia e poi arrivare al
convegno in tempo per il cocktail di benvenuto.
Non immaginavo che, proprio mentre attraversavo la frontiera, tu
venivi aggredito, e non l’ho saputo che dopo una settimana.
Ma andiamo con ordine.
Arrivata a Lugano, ci ho messo un po’ a trovare l’agenzia. Nessuno
sembrava avere idea di dove fosse. Ma la cosa, lì per lì, non mi ha sorpresa
particolarmente. Era comunque un’agenzia nuova, appena
aperta: comprensibile che non fosse ancora molto conosciuta. Un po’ di
più mi ha sorpreso scoprire alla fine, dopo molte ricerche, dove si trovava.
La via non era una di quelle del centro bancario. E non si tro-

vava neppure in una zona residenziale, di quelle sulla collina vista
lago. Ho dovuto spingermi fin dietro la stazione, all’altezza dello scalo
merci, trovare con fatica un vecchio stabile degli anni Cinquanta, e
quindi salire con un montacarichi al secondo piano di una specie di
magazzino fatiscente.
Il secondo piano era decisamente meglio del resto dello stabile. Un corridoio
pulito e luminoso, con una moquette piuttosto spessa, pareti color
panna e una serie di porte in mogano con targhe e targhette in ottone.
Mi metto a cercare quella con la scritta “Nattan Bank” ma non c’è
niente da fare. Ci sono tante targhette, ma non c’è scritto niente su nessuna.
Sto quasi per arrendermi quando si apre l’ultima porta e ne esce
un tipo grasso, senza giacca, che prima mi scruta con un certo allarme,
poi mi pare che voglia spogliarmi con gli occhi, e infine mi chiede cosa
voglio. Io gli rispondo che sto cercando la sede di Lugano della Nattan
Suisse e lui, allora, sorride e mi dice di accomodarmi che mi stava
aspettando. Mentre entro, do un’occhiata alla targhetta della porta.
Ma non c’è scritto Nattan. C’è un altro nome. Aspetta che me lo sono
segnato. Ah, eccolo: CBT SA.
Che la sede di una banca fosse così strana e fuori mano e che mi stessero
aspettando, era tutto assolutamente bizzarro e aveva dell’incredibile.
E adesso mi immagino la faccia che farai e quel che stai pensando:
ma dove vai tutta sola? È pericoloso, cos’avresti fatto se quel tale si
fosse rivelato un maniaco sessuale? Chissà dove sei finita, come ti
hanno infinocchiato… Ma ti assicuro che gli stessi pensieri li ho avuti
anch’io. Solo che ormai ero in ballo e così sono entrata e mi sono
seduta. Quindi il tale mi si è presentato. Beh, non ci crederai: era Salvatore
Esposito. Mi fa: “La manda il dottor Salutti?”. Io, ovviamente,
rispondo: “Sì, certo”. Evidentemente, penso, mi ha preso per un’altra.
Dopo i convenevoli di rito mi informa che Salutti gli aveva già detto che
avevo soldi in Italia e soldi in Svizzera. Comincia a spiegarmi che ai

clienti molto importanti come me vogliono offrire la possibilità di investire
direttamente anche all’estero, cosa che è molto conveniente e che
permette di evitare le pastoie, le lungaggini e i taglieggiamenti della
burocrazia italiana, che noi investitori siamo l’anima dell’economia e
che in Italia ci vogliono tarpare le ali, che le tasse le pagheremmo più
che volentieri se di quei soldi facessero buon uso, ma che sapendo già che
li sperpereranno facciamo benissimo a cercare di eluderle e bla bla
bla…
Figurati io, mi conosci bene e sai quanto mi fanno incazzare certi
discorsi… friggevo. Ma mi sono tenuta tranquilla e ho continuato a
sorridere e ad annuire: “Certo, certo…”. Poi fa: “Quanto pensava di
investire?”. E mentre io mi chiedevo se fosse meglio dirgli centomila
euro, perché centocinquantamila mi sembravano troppi (tanto non ce li
ho comunque), lui mi dice: “Ah, aspetti, vedo qui l’appunto del dottor
Salutti: cinque milioni di euro. Ma allora, ascolti, le do un’opzione
ulteriore”. E intanto mi guarda come se me la volesse far pagare in
natura questa opzione. Penso: “Adesso questo maiale si sbottona la
patta e mi chiede un pompino per ogni mille euro che mi fa risparmiare.
E io che faccio?”. Ehi, non fare quella faccia, gros jaloux! Non si può
neanche scherzare con te… Comunque, sai, ormai ero in gioco e dovevo
giocare, quindi accavallo le gambe, gli sfodero un gran sorriso e gli faccio:
“Mi dica, mi dica, mi interessa…”. E allora lui, abbassando la
voce come se dovesse farmi una confidenza, mi sussurra: “Alla Nattan
Suisse le commissioni sono un po’ care. Invece io e Salutti lavoriamo
qui in Svizzera anche per altre banche che offrono condizioni di gran
lunga migliori”.
“Ah, davvero? Non sapevo che un dirigente di una banca italiana
potesse lavorare contemporaneamente con altre banche e all’estero”.
Lui, allora, come per cambiare discorso, mi fa: “Ma non le ho offerto
nulla! Mi scusi, signora… Un caffè, un drink? Un istante che chiamo

il bar”.
Decido per il caffè, lui chiama il bar, io mio chiedo quante ore ci metteranno
a portarlo visto che la zona mi sembra abbandonata da Dio e
dagli uomini, e gli faccio capire che, comunque, mi aspetto una risposta.
Lui si siede e, sempre con quell’aria confidenziale che se c’è una cosa
che mi dà ai nervi è proprio quella, mi dice: «A dire il vero non si
potrebbe. Ma le sembra giusto che un cliente che in Italia, in Nattan
Bank ha un buon rapporto con me, qui in Svizzera debba essere
seguito da uno svizzero solo perché la Consob non vuole? O in Nattan
Suisse con commissioni elevatissime? In Italia fanno di tutto per renderti
la vita difficile e per tarpare le ali alla libera iniziativa». E io gli
rispondo: “Sì, ma mi faccia capire: lei mi sta proponendo una banca
diversa dalla Nattan Suisse qui in Svizzera, e in più è anche dipendente
della Nattan Bank in Italia?”.
“Sì, ma Salutti le ha spiegato tutto o no?”
“Tutto cosa?” gli faccio.
Calma, Jack. So esattamente cosa stai facendo in questo momento
anche se ti vedrò solo tra qualche giorno. Fremi, non riesci a star fermo,
ti verrebbe voglia di prendere la macchina, l’aereo o l’elicottero, armarti
di bazooka e di andare a rompergli la faccia. Ma invece ti conviene
stare calmo. Perché ancora non sai il meglio.
Insomma, Esposito mi racconta un po’ di cose.
“Per quanto riguarda la Svizzera io come anche Salutti non raccogliamo
nulla su Nattan Suisse. Per la Svizzera preferiamo lavorare in
CBT perché ho molti amici in questo istituto. Con la CBT posso
gestire i suoi soldi in qualsiasi istituto lei li abbia depositati: UBS,
Credit Suisse, Nattan Bank. Per cui lei, signora, non deve neanche
spostare il capitale”.
Mi spiega che in qualsiasi banca svizzera io abbia i soldi, firmando un
mandato a gestire alla CBT SA, la CBT potrà operare per conto mio

nella mia banca, senza stare a spostare denaro. Lui e Salutti, sicuramente
all’insaputa di Mancini, facevano questo per offrire un servizio
migliore ai clienti importanti. Se invece fossi diventata cliente in Nattan
Suisse io avrei dovuto spostare i soldi presso la banca e sarei stata
trattata come tutti gli altri clienti che in questo momento sono pieni di
un titolo di una società che a lui invece non piace. La Niscagi.
“D’accordo, dottor Esposito. Ma mi tolga una curiosità: la Nattan
Suisse dove ha i locali?”
“In questo edificio. Al piano superiore c’è la Nattan Suisse e la
Niscagi. Sono stati i nostri amici della CBT SA a trovarci un immobile
strategicamente vicino a loro». risponde Esposito. “In Italia,
invece” continua, “non deve fare altro che aprire un conto di una
gestione cosiddetta speciale in Nattan Bank…”.
Mi informa che aprendo questa gestione speciale nessuno metterà mano
sui miei soldi. Solo lui.
In questo modo avrò un unico referente, a gestirmi i soldi in Italia e
all’estero. “Vede” mi fa, “in questo modo lei ha meno intermediari,
quindi meno commissioni, e di conseguenza maggiori guadagni. E se
poi vuole spostare tutto all’estero, con la CBT, tanto meglio, c’è una
società specializzata con cui posso metterla in contatto: porta i soldi da
e per l’estero facendo pagare una commissione dell’1%”.
“D’accordo” gli faccio, “ci penserò”. Non ti dico quanto ci resta male a
non vedermi tirar fuori l’assegno, ma comunque fa buon viso a cattivo
gioco e me ne vado. Torno al mio congresso e continuo a pensarci. La
domenica cerco di chiamarti, ma non ti trovo né a casa né sul cellulare.
Ora so che eri all’ospedale, ma lì per lì ho pensato semplicemente che te
ne volessi stare tranquillo, non certo che ti avessero conciato in questo
modo. Comunque, al congresso conosco un tipo molto interessante… sì,
sì, interessante, perché? Pensi di essere interessante solo tu? Beh,
insomma, conosco questo tipo interessante, un avvocato esperto in pro-

blemi di sicurezza informatica, e gli chiedo, così, pour parler, se secondo
lui si può mettere facilmente un cellulare sotto controllo senza manipolarlo.
“È semplicissimo” mi risponde lui e mi spiega anche come si fa.
Non ci ho capito niente, ma possiamo sempre recuperarlo. Ha insistito
tantissimo per darmi tutti i suoi indirizzi e i suoi recapiti telefonici e
informatici in tutto il globo terracqueo.
Lunedì mattina faccio il mio intervento. Lunedì pomeriggio decido di
fare un salto a Milano. Qualcosa mi hai insegnato anche tu in questi
anni: ad esempio che spacciarsi per qualcun altro è più facile di quel che
sembra. Basta crederci.
Quindi, sono andata a una di quelle macchinette automatiche che ci
sono in stazione centrale e mi sono fatta fare un bigliettino da visita,
della Wells Fargo Bank… Ti ricordi quella volta che me ne avevi parlato?
Divento, quindi, una cacciatrice di teste per conto della Fargo in
procinto di sbarcare in Italia e in cerca di dirigenti eccellenti (figurati se
quegli ingordi non mi hanno ricevuto all’istante!). Incontro Giorgio
Salutti.
Sai, hai fatto bene a non presentarmi mai ai tuoi colleghi. Anche se mi
hanno visto di sfuggita in passato, nessuno si è ricordato di me e ho
fatto il mio lavoro benissimo.
Chiacchieriamo un po’, lui non fa altro che lisciarsi le penne e fare la
coda. È chiaramente il tipo che, se lo fai parlare, parla volentieri.
Basta fargli le domande giuste: “Il problema fondamentale in Italia è
la difficoltà di superare certe pastoie burocratiche e alcuni limiti
legali… Da questo punto di vista, sa, noi stiamo cercando persone
esperte e sicuramente integerrime, ma anche un po’ spregiudicate”.
Che schifezze mi hai insegnato, Jack. Come dire tutto e il contrario di
tutto. “Certo, l’onestà e il rigore gestionale è la prima delle nostre priorità,
e per questo siamo profondamente interessati a cercare sempre
nuove strade per unire rigore e profitto”… Cosa vuol dire questo se

non, semplicemente, che stiamo cercando escamotage sicuri per aggirare
la legge e frodare il fisco? D’accordo, non sei tu ad avermele insegnate…
In fondo l’avvocato sono io! Comunque, Salutti ci ha messo un
secondo netto a mangiare la foglia (come diventano ingenui, davanti a
un paio di cosce, anche quelli che si credono furbi!) e mi fa: “Da questo
punto di vista, dottoressa Arslan” (ti piace il nome? È qualcosa a
metà tra l’inventrice del Gerovital e l’autrice di Emmanuelle) “troverete
in me un dirigente capace e perfettamente sintonizzato sulle vostre
esigenze”.
“Mi dica di più” lo incalzo.
“Ad esempio, posso dirle che abbiamo trovato, con le gestioni speciali, il
sistema di fornire ai clienti i prodotti che danno più profitti alla banca
e senza che ne sappiano nulla. I promotori con le gestioni speciali non
devono farsi firmare nulla dai clienti, ma possono dare l’ordine di comprare
per loro quello che vogliono, che poi sarà quello che vuole la
banca, altrimenti li cacciamo”.
“Ah, interessante. Quindi quello che non vendete fate in modo che il
cliente se lo ritrovi nelle gestioni speciali, con le responsabilità sulle
spalle del promotore finanziario?”
“Esatto. Ad esempio, collocheremo un altro bond. I clienti hanno già
nei loro dossier questo titolo. Inutile tentare di dargliene ancora. Lo facciamo
comprare dai loro promotori con le gestioni speciali, a loro insaputa”.
“Bum!” faccio io, provocatoriamente, e nel frattempo mi sporgo in
avanti lasciandogli dare un’occhiata alla scollatura. “E che bond
sarebbe?”
Lui ci pensa su un attimo, non sapendo se dirmelo o no (una punta di
coscienza professionale, da qualche parte, gli dev’essere rimasta). E poi
mi fa: “È un bond della Niscagi, che collocheremo sul mercato a gennaio”.

“Interessante. Me lo consiglia?”
“Certo che glielo consiglio. Tutti in Nattan ne siamo più che convinti”.
Al che mi viene in mente che potevo raccogliere qualche informazione
anche su di te e insinuo: “Ma proprio tutti?”
E lì vedo che gonfia ulteriormente il petto: “Tutti. È una condicio
sine qua non in Nattan aderire pienamente alle decisioni del management.
E, infatti, ho dovuto cacciare un area manager proprio perché
voleva fare di testa sua e deviava anche gli altri”.
“Davvero?”
“Tra l’altro era intrattabile e violento. Non è accettabile che uno remi
contro la sua banca. Ma siamo riusciti a farlo fuori. E senza pagargli
nulla”.
“Bravissimo” gli faccio, “e come avete fatto?”
Lui, finalmente, si fa un po’ più prudente. Ma non riesce a star zitto
del tutto e: “Beh, lo sa anche meglio di me visto che lavora per gli americani.
Se ti voglio far fuori un sistema lo trovo”.
Poi sono tornata a Menaggio, in tempo per il risotto con il pesce persico.
Nei giorni successivi, sono stata impegnata a completare il mio lavoro
di detective. Ti ho telefonato ma il tuo cellulare era sempre staccato…
quindi, per qualche giorno mi sono messa l’anima in pace, pensando
che probabilmente eri fuori o stavi riposando. Ho incontrato gli area
manager di ogni singola area del Paese, Edoardo Corradi a Milano,
Silvano Parodi a Genova, Totuccio Prestigiacomo a Palermo, Augusto
Imperiali a Roma, Gennaro Cocuzza a Napoli, Carletto Rodari a
Torino, Stefano Mazzoni a Bologna, Giuseppe Polimeni a Reggio
Calabria, e tutti, felicissimi di incontrarmi, mi hanno detto la stessa
cosa. La filiale di Lugano della Nattan serviva per trasferire capitali
di clienti italiani dall’Italia alla Svizzera, e con le gestioni speciali
erano costretti a vendere i titoli che voleva la banca, le Niscagi. C’è
anche stata una riunione a Lugano con tutti gli area manager di Nat-

tan Bank, il management di Nattan Bank e il management di Nattan
Suisse. Quindi tutti sanno e tutti sarebbero stati obbligati a
segnalare queste irregolarità di comportamenti e di gestione alla Consob.
Ma non sembra che a qualcuno gliene freghi della Consob.
Vabbè, questo è tutto. Tutte le interviste le ho registrate su Mp3,
quindi le abbiamo e per di più in un formato chiarissimo e indistruttibile.
Di ritorno a Milano non ho trovato nessun messaggio tuo sulla segreteria.
Il tuo cellulare era ancora staccato. Così ho cominciato ad avere
qualche dubbio. Ho chiamato Francesca che mi ha raccontato il fatto.
Mi sono messa la parrucca, casomai qualcuno della Nattan ti fosse
venuto a trovare in ospedale, ed eccomi qui.
Quanto al pestaggio, ecco, secondo me, come sono andate le cose. Qualcuno
della Nattan ti controllava i telefoni e quando ha capito che avevi
decrittato i messaggi di Imperiali e che stavi per reagire, ha pensato di
darti una lezione per convincerti a stare al posto tuo.
Ecco, la registrazione è finita. Céline, strizzandoti l’occhio, si
fa ridare da te l’auricolare, si toglie il suo, rimette tutto in
borsetta e ti guarda. «Che te ne pare?»
Ora tocca a te a parlare e vorresti dire un sacco di cose, ma
lei ti fa cenno che è meglio vedersi da qualche altra parte.
Però una cosa puoi dirgliela: «Céline… oh, Céline… Come
ho potuto pensare male di te? Tu hai rischiato la vita e io…»
«Sssttt» fa lei e ti chiude la bocca con un bacio. Com’è dolce.
Chissà perché, in quel momento, ti torna in mente la celebre
storia zen: “Un uomo che camminava per un campo si
imbatté in una tigre. Si mise a correre tallonato dalla tigre.
Giunto a un precipizio si afferrò alla radice di una vite selvatica
e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava

dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù dove, in fondo
all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la
vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono
a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto
a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una
mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!”1
Ora Céline si alza. Anche tu ti alzi e sei davanti a lei. C’è
ancora un leggero imbarazzo in te. Vorresti stringerla,
baciarla, fare l’amore subito, lì, nella camera dell’ospedale,
ma allo stesso tempo è come se qualcosa ti trattenesse, come
se lei fosse una donna nuova, una persona che ancora non
conosci, che non hai ancora conquistato. Vi sorridete senza
sapere esattamente né se è il caso di parlare né che cosa dire.
«Jack, adesso vado. Tu devi ancora finire di prepararti e io
devo andare in studio. Come torni a casa? Prendi un taxi?»
«No, dovrebbe venire a prendermi…» allunghi lo sguardo
oltre le sue spalle e vedi sopraggiungere Mirko, «… un mio
amico. Eccolo per l’appunto. Te lo presento.»
Mirko, mentre si avvicina, ti vede in piedi e vestito e sfodera
un sorriso soddisfatto. Poi si accorge che c’è anche una
donna con te e la sua espressione si tinge di curiosità.
«Céline, lui è Mirko, un vecchio amico che ho incontrato qui
in ospedale per caso. Mirko, lei è Céline, la mia ragazza.»
«Ah, la famosa Céline!» esclama Mirko, tendendo la mano.
«Famosa? E perché?» gli chiede incuriosita Céline.
«Perché Jack parla sempre di te.»
«Spero bene.»

«Beh, diciamo che ora che ti conosco di persona, ho la sensazione
che sia un po’ confuso.»
«Cosa intendi dire?»
«Niente, naturalmente… solo che mi ero fatto un’immagine
un po’ diversa. Jack, sei pronto?»
«Sì, mi manca poco. E Francesca?»
«Francesca l’ho incrociata venendo. È pronta anche lei, ha
ritirato la cartella clinica e ci aspetta nell’atrio» risponde
Mirko.
Céline è rimasta un po’ interdetta. Quell’approccio di Mirko
deve averla colta di sorpresa. Tu, come al solito, sei troppo
distratto per accorgertene. Ora non vuoi altro che uscire da
quell’ospedale e tornare a casa. Quando sollevi lo sguardo
dalla valigia, Celine è già andata. Mirko incrocia il tuo
sguardo perplesso e ti chiede: «Ma non mi avevi detto che
era bruna?»
«Già» replichi. «Le cose cambiano.»

Casa di Jack La Mosca
Ore 14.00 del 4 dicembre

«Beh, allora ragazzi, che si fa?» chiede Alessandra.
«Intanto, tira fuori la torta, se c’è, e se non c’è qualcuno vada
a comprarne una, e poi ne parliamo» risponde Céline.
«Giusto, bisogna festeggiare. Non si esce dall’ospedale tutti i
giorni» osserva Mirko.
«Beh, meno male» esclami tu.
«Perché, avresti preferito rimanere ricoverato?» e questo è
Giovanni.
«Buonanotte! Ha parlato Giovanni “Potato Spirit” Santini»

controbatti.
«Comunque, la torta l’abbiamo già» esclama Francesca,
entrando nella sala da pranzo di casa tua con una sachertorte
con tanto di candelina azzurra. «L’abbiamo presa da Cova.
Abbiamo fatto un mutuo, ma ce la caveremo.»
«Ehi, ragazzi, attenti che non è detto che da oggi in poi ci
faranno credito facilmente. Notizie da Banca Amica?» chiedi
tu.
«Sì. Cabrini ha fatto telefonare dalla sua segretaria e ha
lasciato detto che non vuole più neanche vedere la tua fotografia
» risponde Francesca.
«Come? Cosa hai detto?» ribattete all’unisono tu, Céline,
Alessandra «Coscialunga» Durante, Giovanni e Mirko.
«Ma no, scherzo, dai! Su, mangiamo la torta» dice e tranquillizza
il gruppo. «E brindiamo.»
E brindate. Poi, tutti insieme vi mettete a fare il punto della
situazione. Ma prima, tu chiedi a Mirko: «Hai controllato se
c’è qualche cimice in giro?»
«Sì, oggi pomeriggio con Giovanni ho rovistato tutta la casa.
Sei pulito.»
Giovanni fa un cenno di assenso. E poi comincia Céline:
«Innanzi tutto, mi pare che Esposito ce l’abbiamo in pugno.
Mirko ha appurato che non ne sa niente, e questo significa
che la Nattan si è costruita le prove a tavolino. Questo, indirettamente,
ce l’ha confermato anche Giorgio Salutti. Ma
anche se Esposito sapesse qualcosa della manovra contro di
te e volesse testimoniarti contro, che credibilità può avere un
testimone che esporta illegalmente i capitali all’estero per
conto di una banca italiana, e una volta in Svizzera fa concorrenza
sleale alla sua stessa banca deviandole i clienti su

un’altra?»
«Beh, certo non molta. A meno che non neghi tutto.»
«A questo punto entrano in gioco le nostre registrazioni
digitali» replica Céline, cercando con lo sguardo il consenso
di Mirko e di Alessandra.
«E così, se si andasse in giudizio, Esposito dovrebbe giustificare
il suo modo creativo di operare davanti a un giudice e se
testimoniasse il falso complicherebbe la sua situazione» conclude
Giovanni.
«Sì, ma anche Salutti avrebbe da spiegare molte cose» replichi
tu.
«A cosa ti riferisci in particolare?» chiede Alessandra.
«Un dirigente bancario dovrebbe controllare l’operato dei
promotori finanziari e invece Salutti organizza una riunione
in Svizzera con tutti gli area manager e li invita a portare
clienti in Nattan Suisse.»
«Eh, già.»
«Inoltre, come pensate che saranno pagati i promotori
finanziari che portano i clienti in Nattan Suisse?» continui.
«Come?» chiede Giovanni.
«Ovviamente in nero su conti cifrati. Salutti ha dato la possibilità
a tutti i promotori finanziari di Nattan Bank di eludere
il fisco. Bel modo di controllarli…»
«Certo, e per di più Salutti con Esposito sembra si siano
messi d’accordo per portare i loro clienti in banche diverse
dal gruppo Nattan, o perché sono pagati meglio o per avere
qualcosa fuori dal controllo di Mancini e quindi essere meno
ricattabili» osserva Céline.
«Che casino!» esclama Giovanni.
«Questa si chiama gestione infedele… o se trovi un pubblico

ministero che si impegna molto potrebbe anche configurarsi
l’associazione a delinquere semplice» osserva Céline.
«Quindi, almeno per quel che riguarda la causa di lavoro, mi
sembra che siamo in una botte di ferro» commenta Francesca,
con un sorriso che cerca la conferma degli altri.
«Ne siamo proprio sicuri?» questo è Mirko.
«Perché, cosa c’è che non ti quadra?» gli chiedi tu.
«Non mi quadra che non si fa picchiare uno per una questione
del genere. Una banca non si sporca le mani per così
poco» obietta Mirko.
«Eh, non è detto» si affretta a intervenire Céline che, c’è
poco da fare, non nutre proprio alcuna simpatia per Mirko e
non fa nulla per nasconderlo. «Non dimenticare che se per
caso Jack vincesse la causa, ciò potrebbe scatenare una reazione
a catena tra i promotori. Indurli, magari, a chiedere
mandati ad hoc o a rifiutare di firmare o a impugnare i contratti
capestro che la Nattan gli ha fatto firmare in
quest’ultimo periodo.»
«Insomma, secondo te, la Nattan prima decide di silurare
Jack contando sul fatto che lui non si ribellerà come, in
effetti, non si ribella la maggior parte dei promotori silurati.
Poi, quando vede che, invece, Jack passa alla controffensiva,
stabilisce una punizione più tangibile e lo fa picchiare.»
«Sì, più o meno questo. Voi che ne pensate?»
«A me sembra plausibile» commenta Giovanni.
«Anche a me» intervieni tu, «però allo stesso tempo penso
anch’io, come Mirko, che ci sia dell’altro.»
«E cioè?»
«Le Niscagi.»
«Niscagi?» chiede Giovanni, improvvisamente interessato.

«Ne parlava mio padre…»
«E cosa diceva?» gli chiede Alessandra.
«Diceva che era anche per causa loro se alla Nattan gli avevano
fatto terra bruciata intorno.»
«Questo conferma l’impressione che ho avuto facendo qualche
indagine sull’argomento» interviene Alessandra.
«Già. C’è qualcosa di strano in questa faccenda» riprende
Céline. «Non dimentichiamo, tra l’altro, che a Lugano la
sede della Nattan Suisse e quella della Niscagi si trovano
nello stesso edificio.»
«Non vuol dire molto. La Nattan ha aperto da poco, ci sta
che condivida gli spazi, anche per ragioni economiche» commenti
tu.
«Con un’azienda di cui sta curando il piazzamento di un prestito
obbligazionario?»
«A maggior ragione. Se ci sono buoni rapporti, magari quelli
della Nattan sono riusciti anche ad avere un canone di
favore per l’affitto» osservi.
«Poi, magari, se non va bene il piazzamento, li cacciano pure
come hanno cacciato te dal tuo ufficio» dice Francesca.
«Ti prego, non rivanghiamo momenti dolorosi.»
«Comunque» scuote la testa Mirko, «io l’ho già detto a Jack e
lo ripeto: secondo me è meglio lasciar perdere. C’è qualcosa
di losco in tutto questo e mi pare che i rischi siano maggiori
degli eventuali benefici. In fin dei conti un lavoro l’hai trovato.
»
«Sì, però hai visto che la Nattan ha già cercato di farmi
fuori.»
«No, io non la leggerei in questi termini. Secondo me era
una specie di ultimo avvertimento. E poi, mi pare di aver

capito che Cabrini si fida comunque di te. Dato che, come
abbiamo visto, non hanno molto in mano, secondo me se
molli il colpo anche loro la pianteranno.»
«E i soldi che mi devono?»
«Quanto ti devono?»
«I duecentottantamila euro che mi hanno richiesto indietro…
»
«Beh, quelli te li ridanno di sicuro.»
«E tutte le provvigioni che ho maturato, i danni che ho
subito…»
«Ascolta, Jack, ti parlo da amico e da persona che ha una
certa esperienza in queste cose. Ci sta anche che tu perda
qualcosa se riesci in questo modo a recuperare la tranquillità.
Capisco che è un danno, ma non ti cambia la vita. Invece ho
la sensazione che, se continuerai a fargli la guerra, la vita
potresti trovarti a rischiarla.»
«Vuoi dire, insomma, che non c’è giustizia a questo
mondo?»
«Prima della giustizia ci dev’essere la prudenza» incalza
Mirko.
«Come se la giustizia e la prudenza fossero cose diverse.»
«Lo sono» interviene Alessandra. «Anzi, a volte non sono
solo diverse, sono opposte. Tu che ne dici, Céline, che fai
l’avvocato?»
«L’avvocata, prego. In parte hai ragione. In Italia abbiamo
settantamila articoli di codice per dire: non ammazzare, non
rubare, non fare agli altri quello che non vorresti che gli altri
facessero a te. In effetti, non ci si può aspettare che le cose
vadano molto spedite.»
«Sì, però è ingiusto!» salta su Giovanni. «Anche perché, in

questo modo, per capirci qualcosa, uno deve per forza rivolgersi
a un avvocato. E questo vi fa comodo, eh?»
«Più che altro, fa comodo ai ricchi che vogliono fare i furbi.
Sanno che se uno è povero farà più fatica a ribellarsi alle loro
vessazioni.»
«Sì, ma fa comodo anche a voi avvocati» insiste Giovanni.
«Ehi, non mi toccate la mia Céline, eh? Che si approfitta
della pubblica credulità posso dirlo solo io» intervieni tu,
ridendo e abbracciando Céline. «La verità» continui, «è che
quando un farabutto comincia a disturbare la tua esistenza,
lo fa anche perché sa di poter approfittare della lentezza
della giustizia, del fatto che la giustizia è cara, che i condoni
e le prescrizioni sono all’ordine del giorno e che difficilmente
qualcuno farà qualcosa. Anche voi giornalisti, per
dirla tutta, avete le vostre responsabilità» concludi, rivolgendoti
ad Alessandra.
«Ecco, ci mancavamo anche noi» replica quest’ultima. «E
secondo te, cosa dovremmo fare più di quanto facciamo?»
«Non so, dovreste fare campagne di smerdatura dei farabutti…
»
«Campagne di smerdatura dei farabutti?» ripete Francesca.
«Sì, esatto. Smerdatura e impiccagione. I giornalisti dovrebbero
creare delle black list dei dirigenti bancari disonesti e metterle
in giro. Così, almeno, quelli che giocano sporco non te
li ritrovi, dopo tre mesi, in qualche altra posizione, magari
dove possono fare anche più danni. Loro invece fanno
cosine cosmetiche…»
«Ehi, che discorsi grossi» fa Giovanni. «E secondo voi, tutto
questo dovrebbe portare Jack a rinunciare o a insistere?»
«A rinunciare!» dichiarano convinti Mirko e Francesca.

«A insistere!» esclamano contemporaneamente Céline e
Alessandra.
Giovanni tira fuori dei fogli che distribuisce agli amici. «Io
intanto ho scritto l’elenco dei danni che hai subito, Jack.»
Elenco dei danni subiti da Jack
.. Perdita del lavoro senza preavviso e senza
risarcimento.
.. Perdita dell’ufficio senza preavviso e senza
risarcimento.
.. Mancato pagamento dell’affitto.
.. Restituzione immediata forzata dei bonus.
.. Segnalazione alla Centrale rischi.
.. Sospensione della carta di credito.
.. Diffamazione presso i clienti.
.. Perdita dei clienti senza risarcimento.
.. Agguato e pestaggio.
.. Distruzione delle bobine superotto.
«Ti hanno fatto molto male, Jack» commenta Giovanni. «E
non sto neanche a metterci il suicidio di mio padre.»
«Caspita, Giovanni» esclama Céline. «Viste così le cose,
fanno davvero impressione. Non credete che ci sia un limite
alla tolleranza di un uomo e che questo limite la Nattan
l’abbia già sorpassato da tempo? Secondo voi non ci sono
ragioni sufficienti per contrattaccare?»
«A me sembrano ragioni sufficienti per mollare» replica
Mirko. «Hanno dimostrato di poterti fare molto male, Jack, e
fino a ora tu non hai potuto far nulla contro di loro, tranne
che portargli via qualche cliente.»

«Beh, diciamo che loro me ne hanno date tante, ma io gliene
ho dette tante» commenti tu, Jack, con un sorriso amaro.
Non ti facevo così ironico.
Alessandra a quel punto si alza, va a versarsi un altro po’ di
spumante e viene a sedersi proprio di fronte a te, a fianco di
Mirko. Ti guarda negli occhi e dopo averne sorseggiato un
goccio attacca: «La Nattan è percepita come una banca dinamica.
La si dà in crescita decisa nel medio periodo. I dirigenti
che la guidano, e mi riferisco principalmente a Mancini
e a Salutti, sono considerati decisamente abili, e sottovoce si
dice anche che non abbiano molti scrupoli. Di Mancini tutti
sottolineano che è interista, come se fosse sorprendente. Un
collega giornalista di economia mi ha detto che per uno che
ha al suo attivo tante operazioni finanziarie “creative” essere
interista, e quindi perdente, è piuttosto strano. Pare che negli
anni Ottanta Mancini si trovasse alla Banca Colucci. Anche
in quel periodo, se ricordate, ci fu un boom della borsa e lui
sembra sia riuscito a guadagnare molto… molto più del normale.
Sullo studio Sturli ho raccolto poco. È abbastanza
affermato nella consulenza legale. Si occupa di tutto, dal
civile al penale. Ma soprattutto è rinomato per le parcelle
che presenta ai clienti. Non credo ci sia niente di particolare,
salvo che Sturli è stato compagno di università di
Salutti».
«Beh, questo almeno spiega perché si conoscono» interviene
Céline. «Non pensavo che Salutti fosse avvocato. Tu lo
sapevi, Jack?»
«Non è avvocato, infatti» rispondi tu. «Non è nemmeno laureato.
»
Alessandra ci pensa su un istante: «Probabilmente avrà fatto

un paio d’anni di legge e poi ha mollato».
«Infatti» confermi tu.
«Comunque, passando alla Bio Niscagi, ho scoperto qualcosa
di interessante. È una società che fa ricerca per curare il
cancro al colon. Hanno un prodotto denominato CINGISA.
Lo hanno somministrato ad alcuni pazienti e se i
risultati saranno buoni chiederanno immediatamente alle
autorità competenti il rilascio dell’autorizzazione necessaria
alla commercializzazione del farmaco. Il titolo sta andando
benino ma, se i risultati saranno interessanti, che salga del
400% o anche più sarà normale. Hanno iniziato la sperimentazione
sulle persone ma solo nel 2006 sarà eventualmente
messo sul mercato.»
«Quindi fino ad allora hanno bisogno di soldi per finanziare
la ricerca» dici tu.
«La ricerca però costa e i finanziamenti dello Stato sono
sempre meno. Hanno bisogno di soldi ma sono sicuri di
rientrare di tutti gli investimenti. Ecco perché vogliono lanciare
una sottoscrizione di obbligazioni. Tra Nattan e
Niscagi non ho trovato collegamenti, salvo che c’è un tale
Sapone che fa parte del consiglio d’amministrazione di
entrambe le società.»
E qui succede qualcosa di strano. Tu salti su: «Sapone?»
esclami.
«Perché, ti dice qualcosa?» ti chiede Alessandra, ti chiedono
gli altri all’unisono.
«No» rispondi tu, meditabondo. Poi ci ripensi un istante. «O
forse sì, qualcosa mi ricorda. Aspetta.»
Ti alzi e vai alla libreria. Nei tuoi occhi si legge una specie di
dubbio, che esprimi ad alta voce: «Naturalmente bisogna

vedere se riesco a trovarli…»
«Che cosa?»
«Mah, certi ritagli di giornale che raccolgo e conservo.
Aspetta… ah, eccoli!»
Tiri fuori una cartelletta di cartone plastificato e ti metti a
scartabellare. «Questo Sapone è stato implicato sin dagli
anni Ottanta in una serie di operazioni finanziarie piuttosto
dubbie. Tipo che si faceva firmare dei mandati per gestire i
soldi dei clienti nelle diverse banche in Svizzera. Soldi che
poi… puff… sparivano. Ci fu uno scandalo che ricordo
abbastanza bene: per anni la sua finanziaria aveva fatto
vedere rendiconti positivi agli investitori che avevano mantenuto
i soldi nelle loro banche svizzere. Lui aveva solo il
mandato a gestire.»
«Come Esposito?» chiede Giovanni.
«La struttura è simile ma Esposito è molto più stupido.»
«E allora cosa successe?»
«Un giorno un loro cliente andò, invece che alla finanziaria,
in banca per fare un prelevamento diretto e gli dissero che lì
non aveva nulla. “Come nulla?” fece questo. “Nulla, lei non
ha niente in questa banca” gli confermarono. Insomma, praticamente
la finanziaria di Sapone aveva mandato rendiconti
fasulli. Il cliente sporse denuncia che fu ripresa dalla stampa
e allora furono molti i clienti che si precipitarono nelle loro
banche, ma era troppo tardi.»
«Aspetta… come si chiamava la finanziaria?» ti chiede Giovanni.
«Ecco qui: AGIS INC. Poi ci sono stati anche casi che oggi
chiameremmo di “finanza creativa”. Molte sue aziende sono
finite in cronaca giudiziaria per falso in bilancio, truffa,

ma…»
«Ma?» chiede Alessandra, che probabilmente negli anni
Ottanta non faceva ancora la giornalista, ma la cubista, sebbene
a quei tempi i cubi non esistessero ancora.
«Ma lui personalmente è sempre stato prosciolto. Dev’essere
un tipo particolare, molto schivo, nessuno è mai riuscito a
fotografarlo, e molto attento nel tenersi fuori dai guai che
combina. In realtà, poi, si sospetta che sia stato sempre prosciolto
perché…»
«Perché ungeva i giudici?»
«No, la cosa è più interessante.»
«Dimmi…»
«Perché pare che, in realtà, sia sempre stato un gran benefattore.
È riuscito sempre a dimostrare che i profitti delle sue
aziende andavano in gran parte a finanziare progetti per le
aree depresse e sottosviluppate del Mezzogiorno e anche di
altre zone del mondo. Insomma, una cosa abbastanza inusuale.
Pare addirittura… ecco il ritaglio che mi aveva colpito,
risale all’89: “… tutte le società che si è riusciti a far risalire a
Sapone hanno, nel loro statuto, il vincolo di devolvere una
parte consistente del loro fatturato in beneficenza o, comunque,
in opere sociali la cui identificazione viene proposta,
anno per anno, dal consiglio di amministrazione all’assemblea
dei soci”.»
«Caspita, interessante!» commenta Mirko. «E, secondo te,
potrebbe aver messo questa clausola negli statuti per indurre
i giudici a chiudere un occhio?»
«Non lo so. Magari ha fatto grandi cose. Magari, invece,
come dici tu, già prevedeva di fare cose poco chiare e ha
pensato di pararsi il culo in questo modo.»

«E quali sono queste società?» chiede ancora Giovanni.
«Beh, qui non lo dice…» osservi tu.
«Beh, abbiamo la AGIS INC., la NISCAGI…» dice Celine.
«Allora» fa Giovanni, «non notate niente?»
«Che cosa dovremmo notare, a Giova’…? Nun ce fa’ ’sti
indovinelli» interviene Alessandra, scherzosa, e avvicinandosi
provocatoriamente al ragazzino, il quale arrossisce violentemente.
«Prima di tutto la Nattan è palindroma.»
«Cioè?»
«Puoi leggerla da sinistra o da destra e otterrai sempre NATTAN.
»
«E cosa vuol dire?» chiedete all’unisono.
«Non lo so. Ma c’è di più. I nomi sono tutti formati con le
stesse lettere.»
Giovanni prende un foglietto, e li scrive tutti in colonna.
AGIS INC
NISCAGI
CINGISA
Improvvisamente sbianchi. Poi, però, recuperi immediatamente
il controllo. E commenti: «È vero. Sarà un vezzo».
«Cos’hai?» ti chiede Céline, che ha notato qualcosa di strano
in te.
«Nulla.»
«Ne sei proprio sicuro?»
«Sì, certo.»
«Perché mi è sembrato che trasalissi…»
«No, ti sbagli» tagli corto.

«Beh, ma mi pare un vezzo innocente» riprende Alessandra.
«Comunque, questo Sapone…»
«Sarà un lavatore di denaro sporco» ride interrompendola
Giovanni.
«… possiede la maggioranza della Bio Niscagi, che da quel
che ho capito è un’azienda sana, intraprendente ma, come
spesso succede alle strutture ipermoderne, è fortemente
indebitata. I nuovi bond servono certo per finanziare la
ricerca, ma c’è chi sussurra che servano anche per rimborsare
altre obbligazioni in scadenza.»
«Ma scusa, Jack» interviene Francesca, «dai prospetti informativi
uno riesce a farsi un’idea di queste situazioni?»
«A meno che non siano falsificati… e falsificarli non è facilissimo.
Ma il prossimo bond Niscagi è però emesso in Lussemburgo
e per questo non è necessario il prospetto. Ma
attenzione, perché se non c’è il prospetto il bond può essere
comprato solo da banche e fondi comuni. La Nattan Bank li
fa acquistare ai suoi promotori finanziari attraverso le
gestioni speciali, così ufficialmente li compra la banca e
senza nemmeno far firmare nulla al cliente. In pratica, con le
gestioni speciali possono comprare tutti i bond Niscagi che
vogliono.»
«Senza rischi che qualcuno possa cantarsela» dice Francesca.
«La Nattan con le gestioni speciali fa fare il gestore ai promotori,
ma in realtà impone loro di acquistare i bond
Niscagi. Se la Consob dovesse accorgersi di questa situazione,
radierebbe i promotori finanziari, ma la banca si salverebbe.
Hai capito il gioco?» domandi.
«Certo. La banca colloca bond rischiosi, o addirittura scoperti,
ma li fa comprare ai clienti mediante i suoi promotori.

Così, se tutto va bene, i promotori hanno qualcosa in più,
ma la banca guadagna moltissimo. Se dovesse andar male, ci
vanno di mezzo i promotori e la banca se ne tira fuori con le
mani pulite.»
«Che associazione per delinquere!» esclama Francesca, servendosi
un’altra fetta di sacher.
Céline, dandole una piccola gomitata, aggiunge: «Ti angoscia
molto? È per questo che ti mangi un’altra fetta di torta?»
«Eh, lascia perdere, quando sono in ansia non faccio altro
che mangiare.»
«Però io sono sempre stato molto restio a piazzare questo
tipo di emissioni. Le ho sempre sconsigliate ai miei clienti»
intervieni.
«Ah…» esclama Céline.
«Cosa?» domandi tu.
«Capisco perché alla Nattan allora hanno cercato di tenerti
all’oscuro del collocamento. Sapevano che avresti remato
contro.»
«Già. Hanno cercato sin dall’inizio di tenermi fuori. E-mail
che non mi sono mai arrivate e che invece arrivavano ai miei
colleghi… Certo è che io, di gestioni speciali, non ne ho mai
volute. Troppo rischioso. Se ti becca il controllo interno ti fa
fuori in un secondo, e poi vagli a spiegare che è stata la
banca a obbligarti…»
«Comunque» riprende Céline, «se riesco a immaginare quale
possa essere il vantaggio di Bio Niscagi nel cercare di piazzare
un bond se ha un bisogno spasmodico di soldi, mi
sfugge l’interesse della Nattan a fare da garante in un’operazione
tanto rischiosa.»
«Profitti, tanti. Super ricavi dalle gestioni speciali, commis-

sioni di collocamento dei bond Niscagi, commissioni di
negoziazione. Basta?» replichi.
«Ma poi perché la Niscagi si serve proprio della Nattan
Bank, con tutte le banche che ci sono in Italia?»
«Questo è quello a cui non so darti una risposta» dici tu.
«Se fossi in te, cercherei di non approfondirlo…» ribatte
Mirko.
«Ma si può sapere perché insisti con questo tono?» La voce
di Céline si è fatta improvvisamente aspra e la sua espressione
aggressiva. «Perché ci tieni tanto a non dare fastidio
alla Nattan? A me, più che amico di Jack sembri l’amico del
giaguaro.»
«Tu, piuttosto, perché insisti a voler rovinare Jack? Cosa c’è
sotto?» replica Mirko, ed è come una frustata.
«Cosa c’è sotto? Io amo il mio uomo e voglio che abbia giustizia.
Tu, invece, che rapporti hai con la Nattan?»
«Ehi, Céline» intervieni tu, «ma come ti permetti! Mirko è un
mio amico. E mi fido di lui.»
«E fai male.»
«Lo vedremo. Io me ne vado, Jack. Tu pensa un po’ alle cose
che ti ho detto, e poi ne riparliamo… a quattr’occhi.»
Mirko si alza e fa per andarsene. Tu cerchi di fermarlo, ma
lui non si ferma. «Lascia perdere, Jack. Preferisco andare a
fare un giretto, così mi scarico le palle.» E se ne va sbattendo
la porta.
Seguono cinque, dico cinque secondi di silenzio. Poi Francesca
si alza. «Ehi, ragazzi, una spremuta?»
«Sì, certo, una spremuta di palle» esclami tu.
«Comunque» riprende Alessandra, «io trovo che Mirko non
abbia tutti i torti. Ci dev’essere in ballo qualcosa di grosso.

L’ho percepito nettamente. E quando si muovono certi interessi,
l’idea di stare alla larga non è da disprezzare.
Quindi…»
«Quindi consigli anche tu di lasciar perdere.»
«Non esattamente. Io consiglio di fare qualcosa, ma con
molta prudenza. L’idea che mi sono fatta è questa. La Nattan
è entrata in questo affare delle Niscagi per guadagnarci
molti soldi. I dirigenti hanno sgamato Jack e hanno capito
sin dall’inizio che lui avrebbe remato contro quindi, dato che
la cosa sembra piuttosto importante, hanno deciso prima di
tenerlo ai margini, e poi, visto che il nostro ai margini non
ha mai voluto saper di stare, di silurarlo.»
«Fin qui ci siamo.»
«Del resto, una tattica del genere stavano mettendola in pratica
anche con mio padre» interviene Giovanni.
«Solo che lui non aveva modo di opporsi, dato che era
appena entrato e non disponeva né di un portafoglio clienti
né di una base economica su cui poggiarsi» commenta Alessandra.
«Già. Con mio padre gli è andata fin troppo bene.»
«Però con Jack hanno fatto male i conti» riprende Alessandra.
«Perché per silurarlo hanno dovuto mettere in piedi
un’accusa posticcia che potrebbe rivoltarglisi contro. A questo
punto, quando si sono resi conto che Jack avrebbe continuato
a rompere le scatole, e addirittura è riuscito a carpire
informazioni riservate da Imperiali, prima hanno cercato di
minacciarlo, e poi l’hanno menato.»
«E poi?»
«E poi… credo non ci siano limiti a quello che potrebbero
fare. Gli strumenti per farlo fuori senza che nessuno sospetti

di loro ce li hanno e, secondo me, se Jack continuerà a
impicciarsi dei fatti loro, potrebbero farci seriamente un
pensierino.»
«Ma non è vero che nessuno sospetterebbe di loro» ribatte
Francesca. «Ci siamo noi.»
«Già, ma vista dall’esterno, da un commissario di polizia a
cui la raccontassimo, tutta questa faccenda sembrerebbe una
fantasia senza capo né coda.»
«Beh, magari proprio senza capo né coda no…» azzarda
Francesca.
«Sì, d’accordo, però abbastanza.»
Siete tutti concentrati su Alessandra che sta parlando, in
piedi, davanti al divanetto dove siete seduti tu e Giovanni,
mentre le poltroncine sono occupate da Céline e Francesca.
Ognuno di voi la osserva con occhi diversi, pensando a cose
diverse. Tu e Giovanni vi perdete spesso nelle sue gambe,
oltre che nelle sue parole. Céline, ogni tanto, distoglie lo
sguardo e fissa gli occhi su di te, che troppe volte non te ne
accorgi. Francesca scuote la testa, come se ne avesse viste
già troppe di scene come questa.
«E allora, Alessandra, cosa proponi a Jack? Di mollare il
colpo e di scappare all’estero cercando di far perdere le
tracce? E tu che fai? Ti aggreghi a lui?» chiede Céline, con
un sorriso che neanche un serpente corallo in sovrapproduzione
di veleno letale…
Tu, Jack, subodori un nuovo scontro. Possibile che Céline se
la stia prendendo con tutti? Cos’ha? È come se fosse a disagio.
Come se qualcosa la infastidisse. Francesca si sporge
verso di lei e le prende la mano strizzandole l’occhio.
Alessandra beve un sorso di aranciata e riprende: «No, di

mollare ora no. Magari, per dopo, di prepararsi un periodo
di vacanze fuori mano, ai Caraibi ad esempio. Per adesso,
Jack, ti propongo di tornare innanzi tutto in Banca Amica e
vedere come vanno le cose laggiù. Poi di chiamare Salutti e
di parlargli chiaro, ma non troppo».
«Spiegati meglio.»
«Io andrei da loro e gli direi: “Avete schiacciato una grossa
merda a mandarmi via poggiandovi su accuse e testimoni
falsi. Non solo Esposito non ha niente contro di me, ma io
so che si tratta di un testimone poco attendibile. Ovvio che
non mi interessa tornare a lavorare con voi, ma ai miei
diritti, scusate, ci tengo. Ci vorranno due anni, ce ne vorranno
dieci, ma alla fine mi daranno ragione. Sono disposto
ad anticipare quel che serve, tanto sono sicuro che sono tutti
soldi che riavrò indietro. Se, invece, preferite non andare
incontro a tutte queste spese, io voglio solo quel che mi
dovete: le mie indennità di legge e la penale per gli accordi
che non avete mantenuto”. Dopodiché starei a vedere cosa
mi rispondono.»
«E se non accettano?» chiedi tu, che, fino a questo
momento, sei stato in silenzio ad ascoltare.
«Se non accettano, allora punti al rialzo. Ma solo allora. Perché
devi fargli capire che vuoi solo quel che ti spetta, che
non sei un furbo, ma un giusto.»
«Punto al rialzo? E come?»
«Gli fai capire che sai per certo che c’è qualcosa che non va
in certe operazioni. Che non sei stato con le mani in mano e
hai raccolto le tue informazioni e, quindi, le userai in giudizio.
»
«Sembra un ricatto.»

«No, non lo è. Lo sarebbe se tu gli chiedessi qualcosa in
cambio. Ma in realtà non gli chiedi niente. Li informi, semplicemente,
su quello che farai, su come reagirai a una certa
iniziativa che potrebbero prendere. Tu che ne dici, Céline?»
Ah, eccola la tattica di Alessandra Coscialunga. Cerca di farsi
amica la rivale. Céline non risponde subito. Ci pensa un po’
su, poi mormora: «Bisogna essere molto prudenti. Quella è
gente che sa il fatto suo».
«Beh, se è per questo, perché non ci vai anche tu, Céline, con
Jack?» interviene Francesca. «Gli daresti il giusto appoggio
legale e lo potresti consigliare sulle cose da dire o da non
dire. Potrebbe essere un’idea, no? Tu che ne dici, Alessandra?
»
«Uhm…» Sia tu sia Céline osservate Alessandra con molta
attenzione. Ognuno di voi ha ottime ragioni per chiedersi
che cosa risponderà. Ed ecco che Alessandra, meditabonda,
comincia: «Potrebbe essere un’ottima idea, solo che…»
«… che ti hanno già vista, Céline, ti hanno già vista» interviene
Giovanni. «Ti riconosceranno: ti hanno visto quando
ti sei presentata come cacciatrice di teste della banca americana.
»
«Già, questo è un problema» sibila Céline, con disappunto.
«E chi l’ha detto?» riprende Alessandra. «Ehi, un attimo:
invece potrebbe essere proprio la mossa giusta.»
«In che senso?» chiede Céline.
«Nel senso che potresti essere una prova silenziosa e persuasiva.
»
«Hai ragione, Alessandra. Pensa, Jack: io sono lì con te, tu mi
presenti come tua avvocata e loro mi riconoscono, capiscono
che so tutto di loro, delle cose poco pulite che mi

hanno confessato nel colloquio. Non avrai neanche più
bisogno di fargli grossi discorsi. Mangeranno subito la
foglia.»
«Uhm… Però dobbiamo anche tutelarci» puntualizzi tu.
«Certo, ma questo non è difficile. Giovanni, tu farai una
copia delle registrazioni che ha fatto Céline e delle e-mail di
Imperiali. Una la terrò io e una tu… anche tu ce l’hai la cassaforte,
no, Céline? Se mi succede qualcosa potrete dire alla
polizia dove sono le registrazioni.»
«Manca la registrazione che ha fatto Mirko a Esposito» dice
Giovanni.
«Ah, già. Aspetta che gli telefono» fai tu, Jack, ma Céline e
Alessandra ti stoppano quasi all’unisono: «No, aspetta».
«Non c’è fretta» continua Céline. «La registrazione di Mirko
ci potrà servire in seguito. Per adesso, io lascerei stare e non
gli racconterei nulla nemmeno di oggi.»
«Concordo» fa Alessandra.
E a questo punto tu ti guardi intorno e non capisci se sei
stato così sfortunato a essere stato cacciato dalla Nattan o
se, invece, è già una gran bella fortuna avere tante persone
che ti vogliono bene e che pensano a te.
Già, ma siamo proprio sicuri che tutti, proprio tutti ti
vogliano bene?
Intanto Giovanni ti chiama da parte: «Jack, volevo dirti che
non riceviamo più le e-mail della Nattan».
«Cosa?»
«Sì, nessuna e-mail da Imperiali già dagli ultimi giorni in cui
eri in ospedale.»
Cominci a fare una veloce analisi sulle persone che sanno
delle e-mail di Imperiali: Céline, Alessandra, Mirko e France-

sca. «Cosa può essere successo?»
«Basta che Imperiali non accenda il computer, magari è in
ferie, o potrebbe essere anche che abbia cambiato il computer
o che si è accorto che la sua posta veniva deviata.»
«Sì… sarà uno di questi il motivo. Faremo a meno delle email
di Imperiali!»

Fine della seconda parte, arrivederci presto per la terza ed ultima parte…  

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2 commenti

Pubblicato da su gennaio 24, 2012 in Il Progetto Jackfly

 

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2 risposte a “JACKFLY – Il Romanzo – Leggi la seconda parte

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