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JACKFLY – Il Romanzo – Leggi la prima parte

15 Gen

A cominciare da questo post, pubblichiamo, a puntate il romanzo JACKFLY, che è possibile anche acquistare a questo link.

Nel limbo
Dovevi averla combinata davvero grossa, Giacomo La
Mosca, per gli amici Jack, per ritrovarti a trentotto anni
all’ospedale con le ossa rotte e la terra bruciata intorno. E
poi c’è anche scappato il morto, e a questo punto le cose
dovevano cambiare per forza. Ma dove avevi sbagliato?
Eppure il tuo lavoro lo sapevi fare. Altrimenti, perché ti
avrebbero sempre pagato così bene?


Milano, Banca Nazionale degli Investimenti (BNI)
Ore 15.00 del 18 febbraio 2003

Quella volta in particolare, venti mesi prima, quando eri
entrato nella sede della Banca Nazionale degli Investimenti,
in piazza Cordusio, avevi avuto la sensazione netta di star
facendo un ottimo lavoro. Ti eri messo gli occhiali scuri –
non si sa mai, in giro poteva esserci qualcuno che conoscevi –
e ti eri avviato, come un normale cliente, verso la macchinetta
sparanumeri. Avevi atteso disciplinatamente il tuo

turno finché un’impiegata ti aveva fatto accomodare su una
sedia davanti alla sua scrivania. Era una scrivania piccola e
bianca e lei una biondina, con la camicetta candida di bucato
e le dita affusolate. Tu, Jack, un omone di 100 chili per 189
centimetri d’altezza, capelli neri e dita che fanno fatica a
schiacciare i tasti del telefonino, ci stavi a malapena su quella
seggiola. Però eri riuscito a farti piccino e avevi saputo guardare
la biondina con un’aria un po’ disorientata, mentre,
dopo i soliti convenevoli, le spiegavi il perché della tua visita.
«Vede, signora, ho ricevuto un’eredità. Mia zia Felicita. Una
santa donna che non si è mai sposata e che mi ha tenuto
sulle ginocchia fino a… beh, forse neanche troppo, sono
cresciuto in fretta… È che ho perso i genitori che ero piccolo,
e mi ha tirato su lei. Si è dedicata a me. Non spendeva
niente, non usciva mai. Mi ha fatto studiare, mi ha mantenuto
all’università. Non so come abbia potuto fare tante
economie. Però ecco che ora mi ritrovo questo gruzzolo…»
«… Che vorrebbe investire, signor La Mosca.»
«Sì, appunto. Mi hanno parlato tanto bene della vostra
banca.»
«E a quanto ammonterebbe il capitale?»
D’accordo, Jack, lo sanno tutti che ti piace giocare. Ma non
mi sembra una ragione sufficiente per distruggerti. O sì? In
quel momento, avevi addirittura fatto finta di non trovare
più l’assegno. Avevi aperto la ventiquattrore, l’avevi richiusa,
avevi rovistato nelle tasche del cappotto, in quelle dei pantaloni,
mentre la biondina ti fissava con il dubbio che fossi un
pirla, un buffone. Poi ecco che, ripiegato alla peggio, dal
taschino della giacca avevi tirato fuori un assegno stropicciato
e lo avevi mostrato alla biondina.

Sulle cui guance si era diffuso un tenue rossore.
Sulle cui labbra si era palesato un lieve sorriso.
I cui occhi si erano illuminati.
«Ah, vedo che si tratta di una cifra molto interessante. In
questo caso, se mi attende un attimo, la vorrei far parlare
con il responsabile del settore private banking della nostra
agenzia.»
«Il responsabile di cosa, scusi? Sa, l’inglese lo mastico poco.»
«Oh, non ci faccia caso, ci si dà un sacco di arie con l’inglese,
ma poi le cose che contano veramente sono quelle solide,
tradizionali… È il dottor Santini, che si occupa dei clienti
privati particolarmente importanti, come lei.»
«Come me?» Avevi fatto tanto d’occhi, “sorpresissimo” di
essere trattato con tanta deferenza.
«Ma certo, dottor La Mosca. Se vuole attendermi un
istante…»
La biondina si alza e si allontana. Solo qualche minuto e
rientra, pregandoti di seguirlo. Incredibile com’è cambiata.
Non è più una biondina. È diventata una bionda. E non ti fa
più accomodare su una sedia davanti a una scrivania, ma ti
lascia sprofondare in una poltrona davanti a un tavolinetto
basso.
«Caffè? Cioccolatino?»
«Un cioccolatino, grazie.»
La scatola che la bionda ti porge è, naturalmente, di Leonidas.
Tu ne prendi due e te li metti in bocca contemporaneamente.
La bionda sorride.
In quell’istante entrano un doppiopetto grigio e un sorriso.

La bionda accenna quasi a un inchino: «Se vuole scusarmi»
dice, ed esce.
Il doppiopetto è Santini. Ha anche due occhietti penetranti,
capelli brizzolati tagliati a spazzola e ti offre un sigaro. Tu
pensi che stiano esagerando, ma accetti.
«Lo fumo dopo, se non le dispiace» dici, mentre te lo metti
nel taschino.
Santini si siede sulla poltrona di fronte alla tua senza mai
smettere di sorridere: «Quindi, abbiamo una bella cifra da
investire…»
«Beh, veramente ce l’ho io.»
«Certo, certo… Facevo per dire.»
«No, sa, mia zia mi diceva sempre di non fidarmi troppo
delle banche.»
«Macché, non dia retta. Voci, voci incontrollate. Che fanno
solo male a chi opera correttamente nel mercato. Noi siamo qui
per fare innanzi tutto il suo interesse.»
«Grazie molte. Ma mia zia diceva sempre che ciascuno il suo
interesse se lo fa meglio da sé.»
Continui a fare il tonto. Santini ti scruta.
«Lei deve pensare a noi solo come a uno strumento per soddisfare
le sue esigenze finanziarie, assicurative e previdenziali.
Come fanno, del resto, molte delle più importanti famiglie
milanesi che sono nostre clienti.»
Cambi posizione un po’ a fatica, sprofondato come sei nella
tua poltrona. «Ah, questo è molto interessante. E chi sarebbero?
Mi faccia qualche nome, magari li conosco…»
«Beh, adesso chiede un po’ troppo. Ma non abbia timore,
quando diventerà cliente le spiegherò tutto, perché ho capito
che lei è una persona interessata anche a comprendere le

dinamiche di ogni singola proposta. Mi dica, dispone di altri beni,
oltre a questi… due milioni?»
«Veramente non saprei… Credo che mia zia avesse anche
dei soldi in Svizzera. Sa, ai suoi tempi tutti portavano i soldi
in Svizzera.»
«Ma adesso non ce n’è più bisogno. Perché rischiare di avere
qualche guaio con la Guardia di Finanza? Recuperi anche
quei soldi e li porti in Italia.»
«Non potrebbe occuparsene ugualmente senza che io li trasferisca
dalla Svizzera?»
«Eh, no. So che molti lo fanno, ma è illegale. Chi lavora in
una banca italiana può curare solo patrimoni che si trovano
in Italia. Io sono il responsabile della clientela privata della
banca e mi potrò occupare direttamente di tutti i suoi investimenti
solo all’interno dei confini nazionali. Ma non si preoccupi,
lo farò benissimo.»
«Ah, questo è molto bello. Ora sono più tranquillo.»
Santini è rilassato. Avere davanti un cliente con molti soldi e
poca esperienza lo fa sentire a suo agio.
«Vuole farmi qualche domanda?»
«Ecco, se permette, vorrei sapere quanti clienti gestisce lei,
personalmente» fai tu, Jack.
«Come mai me lo chiede?»
«Beh, sa, mia zia diceva sempre che se uno ha molti clienti
vuol dire che lavora bene.»
«Giusto. Allora, ascolti: ho centottanta clienti e gestisco più
di duecento milioni di euro.»
«Accidenti. Sono un sacco di soldi! Sa che la cosa mi preoccupa?
»
«E perché mai?»

«Perché i miei due milioni, a questo punto, diventano briciole
per lei.»
«Ma si figuri! Pensi che siamo attrezzati per assistere clienti
con patrimoni anche più piccoli del suo.»
«Ah, allora lo ammette che il mio patrimonio è piccolo!»
«Ma no, ma…»
«Santini, non importa, lei mi piace. Anche se disprezza un
po’ i miei soldi, vedrò di fidarmi di lei. Però posso farle
ancora qualche domanda?»
«Sì, certo. Comunque, guardi che possiamo darle un prospetto
informativo…»
«No, no. Non voglio un prospetto. Voglio sapere se lei si
trova bene qui, in questa banca.»
«Ma sa che lei fa proprio delle domande bizzarre?»
«Crede? È che seguo sempre i consigli di mia zia. E lei mi
diceva sempre che se proprio devi fidarti di qualcuno, devi
almeno essere sicuro che non ti pianti in asso. Dev’essere
perché aveva avuto un grande amore, poi lui l’aveva lasciata
proprio alla vigilia delle nozze e lei ne era rimasta segnata.
Allora, sa, visto che sto per affidare i miei soldi alla sua
banca tramite lei, non vorrei proprio che lei se ne andasse
lasciandomi allo scoperto.»
«Certo che sua zia era davvero una persona in gamba.
Comunque, la rassicuro. Mi trovo molto bene in BNI. È
un’ottima banca.»
«E se dovesse andarsene, dovrebbe pagare una penale?»
Santini si alza dalla sua poltrona. Adesso è vistosamente a
disagio.
«Ma scusi, lei chi è? Che razza di domande fa? Non mi è mai
capitata una cosa del genere… Comunque, no, non ho vin-

coli. Non dovrei pagare nessuna penale. Qui sto benissimo,
ma potrei andarmene quando voglio senza pagare nulla.»
E tu, Jack, a questo punto ti sei alzato e gli hai teso la mano.
«Allora cominci a pensarci seriamente, dottor Santini. Sono
Giacomo La Mosca, area manager della Nattan Bank, e
dopo questa conversazione ho il piacere di comunicarle che
sono molto interessato ad averla nella mia squadra di promotori
finanziari.»

Nel limbo

Decisamente, il mondo non è dei fessi, anche se come te
hanno una laurea in ingegneria nucleare e fanno i promotori
finanziari, o magari i cacciatori di promotori finanziari. Il mondo
non è dei fessi, perché i fessi finiscono male, e hanno pure
torto. È così semplice, evidente, matematico. Hai capito,
Jack? Hai avuto quello che ti meritavi. Perché avrebbero
dovuto risparmiarti? Perché non avrebbero dovuto cacciarti?
Nessuno è insostituibile, specie i rompicoglioni.
Ma quando è iniziata veramente questa storia? Quel giorno
alla Banca Nazionale degli Investimenti o l’anno dopo, alla
riunione con gli area manager della Nattan Bank, quando
l’amministratore delegato ti aveva fulminato con gli occhi e
aveva detto qualcosa nell’orecchio a quell’avvocato, quello
Sturli? Oppure qualche ora prima, quando avevi salvato il
culo a Edoardo Corradi, e lui, poi, tanto per ringraziarti,
avrebbe anche cercato di fregarti i clienti?

Un anno dopo
Milano, filiale Nattan Bank
Ore 8.05 del 18 febbraio 2004
«Jack, sono nei guai!»
Chi parla è Edoardo Corradi, uno dei promotori finanziari
della tua squadra.
«Andiamo bene, di prima mattina senza neanche aver preso
un caffè. Cos’è successo?»
«Un casino. Ieri telefona un cliente e mi chiede di comprargli
settecentomila euro di Bio Niscagi. Dice che si trova imbottigliato
nel traffico sulla tangenziale est, ma entro l’una mi
avrebbe inviato via fax l’ordine firmato.»
«Che roba è la Bio Niscagi?»
«Un titolo “bio” quotato sul nuovo mercato.»
«Sul Numtel italiano?»
«Sì, la società è piccola e ancora non vende neanche un prodotto,
ma ci sono grandi prospettive.»
«Mai sentito. E il cliente chi è?»
«Si chiama Franco Bitto.»
«Bitto, Bitto… come il formaggio… È quello che ha lavorato
in un’azienda informatica e che ora è in pensione?»
«Lui!»
«Gli piace operare sul nuovo mercato… Ma ci capisce?»
«Mah, aveva avuto una soffiata. E poi, sai, tre giorni fa sui
giornali c’era scritto che il 2004 sarà l’anno dei titoli bio,
quindi il parco buoi ci si butta a pesce.»
«Più che buoi mi sembrano asini. Vabbè. E tu che hai fatto?»
«Ho passato l’ordine immediatamente.»
«E…?»

«E in chiusura perdevano il 18%.»
«Bella soffiata!»
«Alle quattro del pomeriggio Bitto non aveva ancora mandato
l’ordine di acquisto delle Niscagi e così l’ho chiamato.»
«Avresti dovuto fartelo inviare prima.»
«Infatti. Lui ha negato tutto. Ha detto di non aver mai dato
l’ordine e che non mi avrebbe mandato nulla. Anzi, ha anche
minacciato di rivolgersi alla Consob.»
«L’asino che vuol fare il lupo.»
«Che facciamo?»
«È un bel guaio. Se questa storia arriva davvero alla Consob,
tu sei sospeso, poi scattano le indagini con chissà quali conseguenze.
Lo sai anche tu che è vietatissimo acquistare titoli
senza avere l’ordine scritto del cliente.»
«Lo so, però lo facciamo sempre. Lui mi ha telefonato alle
8.30 proprio perchè gli comprassi il titolo in apertura alle
9.00. Le altre volte era andato sempre tutto bene!»
«Sì, ma le altre volte non aveva perso centoventiseimila euro
in una seduta. Vediamo… Lui nega di aver dato l’ordine e,
ovviamente, non ti manda il fax di conferma dell’acquisto.»
«No, ovviamente.»
«Dunque, Bitto, Franco Bitto, buon cliente… Da quanti
anni sta con noi?»
«Quattro.»
«Quanti soldi ha dato alla banca?»
«Un milione e mezzo di euro.»
«E bravo il nostro Bitto. Fa lo stronzo, ma non vorrei davvero
perdere un cliente da un milione e mezzo di euro, neanche
per la tua bella faccia. Fammici pensare. Ti chiamo se mi
viene un’idea.»

E l’idea ti è venuta poco dopo, Jack. Ti è bastata mezz’ora, e
non avevi neanche preso un caffè.
«Edo, vieni nel mio ufficio!»
Corradi in un baleno ti raggiunge.
«Uhm… Nel contratto c’è scritto che ci riserviamo il diritto
di registrare le telefonate. Spero che tu non abbia mai detto
al tuo cliente che in realtà noi le telefonate non le registriamo,
no?»
«No, penso di no.»
«Allora facciamo il primo tentativo: prendi questo telefono,
chiama il cliente e passamelo. Io intanto inserisco il vivavoce.
»
«D’accordo… Pronto… Buongiorno signor Bitto, sono
Corradi.»
«Ah, è lei, Corradi. Mi auguro che abbia trovato la soluzione
al disastro che mi ha combinato. Cosa le è saltato in mente
di comprare quelle azioni senza la mia autorizzazione? Io le
ho affidato i miei soldi per farli fruttare, non per farglieli
buttare dalla finestra.»
«Io ho fatto quello che mi ha detto, signor Bitto.»
«Io non ho mai dato nessun ordine su Bio Niscagi.»
«Mi spiace, evidentemente non se ne ricorda.»
«Senta, Corradi, adesso mi ha stufato. Annulli l’ordine o sarò
costretto a scrivere alla Consob!»
«Aspetti che le passo una persona che vuole parlarle.»
«Me la passi e vediamo di risolvere in fretta questa faccenda.
»
«Buongiorno signor Bitto, sono Ignazio Satanasso, il legale
della banca. Il nostro promotore mi ha informato dei fatti.
Deve trattarsi di uno spiacevole malinteso, perché non capi-

sco come faccia a non ricordarsi di aver dato l’ordine, dato
che io ho risentito la telefonata due minuti fa e tutto mi è
sembrato chiarissimo.»
«Cosa intende dire?»
«Lo sa che noi registriamo tutte le telefonate, no?»
«No, non lo sapevo.»
«C’è scritto nelle condizioni generali del contratto di conto
corrente. Anche questa la stiamo registrando. Vuole sentire?
Ascolti: … non capisco come faccia a non ricordarsi di aver dato
l’ordine, dato che io ho risentito la telefonata due minuti fa e tutto mi è
sembrato chiarissimo.»
«Ma…»
«Gliel’ho detto, signor Bitto: registriamo tutte le telefonate.
Ha capito, allora? Cerchi di ricordarsi meglio, è importante.»
«Avvocato, ma…»
«Sa che l’altro giorno abbiamo denunciato alla Procura della
Repubblica di Milano, per tentata estorsione, un nostro
cliente che si era impuntato su una faccenda del genere?
Guardi, una cosa sgradevolissima. Personalmente, sono
convinto che anche lui si fosse dimenticato. Ma sa com’è, la
banca deve pur cautelarsi.»
«Sì, però…»
«Signor Bitto, lei ci pensi bene: se le torna la memoria chiami
direttamente il dottor Corradi, se invece le serve un buon
avvocato penalista, per far fronte alla denuncia, mi chiami
pure. Noi siamo sempre a disposizione dei nostri clienti.
Vedrò di farle avere qualche buon nome. La saluto.»
Ora, Jack, riattacchi e strizzi l’occhio a Corradi. Giusto in
tempo, visto che l’ufficio si sta animando e arrivano gli altri
colleghi: certe cose è meglio farle con discrezione.

«Edo, se richiama entro qualche minuto è fatta e corri a farti
firmare il modulo. Altrimenti tenteremo qualcos’altro.
Intanto, andiamo a prenderci un caffè.»
«Certo, avvocato Ignazio Satanasso.»
A quel punto vi alzate, ma siete ancora sulla soglia quando
squilla il telefono di Corradi. Che guarda sul display ed
esclama: «Caspita, è Bitto!»
«Mi raccomando, stai al gioco.»
«Pronto? Sì, sono io, dottor Bitto. Come? Ah, si è ricordato?
Ma sì, certo, sono cose che capitano… No, no, si figuri.
Vengo subito a casa sua con il modulo d’acquisto da firmare.
»
Corradi riattacca. E tu, Jack, gli batti la mano sulla spalla:
«L’agnello ha mangiato il lupo, eh? Il caffè, a questo punto,
lo offri tu».
Ti senti bene, in quel momento, Jack La Mosca. Sì, per una
volta l’agnello aveva mangiato il lupo. Ma era solo un asino
travestito da lupo.
In realtà gli agnelli, nel tuo lavoro, non hanno vita lunga.

Nel limbo

Il fatto è che quando uno è un inguaribile ottimista prima o
poi finisce per pagarla. Eppure, chi ben comincia è a metà
dell’opera, diceva la zia, e tu, Jack, ci avevi sempre creduto.
La mattina in cui Mancini ti aveva fulminato con lo sguardo
era cominciata proprio bene. Prima c’era stata la faccenda di
Corradi, che si era risolta senza intoppi. Poi avevi visto
Alberto Gotti, e anche lì ti era sembrato che le cose fossero
andate bene. Eppure, ripensandoci meglio, se non fossi stato

così accecato dalla tua stessa soddisfazione, avresti dovuto
accorgerti che c’era come un cattivo presentimento nell’aria.
Ma del resto chi si accorge mai di queste cose?

Milano, filiale Nattan Bank
Ore 9.16 del 18 febbraio 2004

«Guarda chi si vede! Alberto, Alberto Gotti da Perugia. E
già: oggi c’è la riunione degli area manager di tutto il Paese.»
«Sì, lasciamo perdere… Cazzo, che ufficio supertecnologico!
Ma chi te lo paga, Jack?»
«Che ti frega di chi me lo paga? Dimmi se ti piace, invece.»
«Certo che mi piace. E tutti questi computer. Cos’è ’sto bottone?
»
«Ehi, ehi. Buono, questa è roba che costa, mica è la PlayStation.
»
«Lo sai che sei un po’ ingrassato, Jack? Le cose ti vanno
bene.»
Sorridi. È vero, le cose ti vanno bene. Ora hai comprato un
sacco di gadget per il tuo ufficio, e ti piace farli vedere agli
amici.
«Guarda qui che roba. Nello schermo alla tua sinistra ho in
tempo reale gli andamenti di tutti i titoli europei che ho
acquistato per i clienti, nello schermo centrale i titoli americani
e in quello alla tua destra quelli acquistati in Asia.»
«Della serie: come buttare i soldi dalla finestra.»
«Oh, senti, Alberto! A me questo lavoro piace. Mi impegna
quattordici ore al giorno, se ci devo investire dei soldi non ci
penso due volte.»
«Anche a me piaceva il lavoro. Ma quando uno arriva a cin-

quantacinque anni pare che non possa più permetterselo.»
«Che vuoi dire?»
«Voglio dire che mi hanno licenziato.»
Ecco. A quel punto, Jack, avresti dovuto sentire una fitta, un
campanello, un brivido. E invece non hai sentito niente.
Anzi, da qualche parte nella tua testa hai pensato: “Eccone
un altro che si è fatto fregare. Mica come me, che non mi
faccio fregare mai”.
Ti sei messo a sedere e hai invitato Alberto a fare altrettanto.
«Come, ti hanno licenziato? Che significa?»
«Significa che dopo vent’anni hanno trovato un pretesto per
darmi un calcio nel culo e sbattermi fuori.»
«Ma come hanno potuto? In fondo, hai un contratto.»
«Appunto, è a termini di contratto che mi hanno dato il benservito.
Sai che ho sempre collaborato anche con una società
di leasing, no?»
«Sì, l’ho sempre saputo. Lo sapevano tutti.»
«Beh, loro hanno fatto finta di scoprirlo solo ora. Mi sono
trovato in ufficio la visita inattesa degli ispettori del controllo
interno della banca che sono andati subito a beccare i
moduli dei contratti di leasing dell’altra società. Figurati, a
parte i moduli, c’era di tutto nel mio ufficio: dépliant, proposte
su carta intestata, gigantografie della società di leasing…»
«Mi sembra normale esporre i prodotti che si propongono,
no?»
«Sì, ma il giorno dopo ricevo un telegramma con la comunicazione
che la Nattan interrompe il mio contratto di lavoro
per giusta causa e mi accusa di concorrenza sleale.»
«Che figli di…»
«Mi hanno anche informato che se avessi fatto storie avreb-

bero segnalato i fatti alla Consob.»
«Certo, la Consob. Oggi è il giorno della Consob…»
«Cioè?»
«Niente, proprio stamattina un cliente ha cercato di fregare
un mio promotore minacciandolo di deferirlo alla Consob.
La tirano sempre fuori quando fa comodo. Comunque, del
tuo licenziamento non avevo saputo niente. Quand’è successo?
»
«Una settimana fa.»
«Mah, probabilmente ne parleranno oggi alla riunione. Non
possono far passare la cosa sotto silenzio. E tu cosa farai?»
«A cinquantacinque anni? Niente, andrò in giro a offrirmi
come lavavetri ai semafori e non mi vorrà nessuno.»
«Dai, non dire cazzate. Uno con la tua esperienza. Sei un
bravo promotore finanziario.»
«Ah, certo, con la mia esperienza, ma senza clienti, senza
appoggi, senza colleghi che possono seguirmi, senza niente
di niente.»
«Come senza clienti?»
«Giusto un mese fa mi hanno obbligato a firmare un patto
di non concorrenza in cambio di cinquemila euro.»
«Cioè? Cos’hai firmato esattamente?»
«Nel caso di interruzione del rapporto di lavoro con la Nattan
per un motivo qualsiasi, mi sono impegnato a non contattare
né i clienti né i promotori finanziari della banca per
due anni, altrimenti dovrò pagare una penale di trecentomila
euro. E capisci che, per dargli trecentomila euro, ne devo
guadagnare seicentomila…»
«Che trappola!»
«Esatto, Jack. Sono le trappole di quel figlio di puttana di

Sturli. Lo conosci, vero?»
«Ne ho solo sentito parlare.»
«È un porco.»
«Pensi di fargli causa?»
«Oh, Jack, tu oggi vai proprio a ruota libera! Ti rendi conto
di chi avrei contro? Tutta la potenza finanziaria della Nattan
e lo studio legale Sturli. Mi spazzerebbero via. Tanto più
che, formalmente, hanno ragione.»
«Ma che ragione e ragione! Lo sapevano benissimo che tu
trattavi quei leasing, e poi non c’è vera concorrenza, perché
comunque la Nattan non offre leasing ai suoi clienti.»
«Jack, lascia perdere. Se cerchi di consolarmi, è tempo perso.
So benissimo che sono finito. Non posso tirarmi dietro i
clienti né i promotori. Non riuscirò a fare un beato cazzo.»
«Ti arrendi senza combattere.»
«In più, se gli facessi causa, farei un favore a Sturli, che
vedrebbe aumentarsi la parcella.»
«Non dovevi firmare quel patto di non concorrenza.»
«Adesso lo so.»
«Alberto, ti ho già detto che sei un bravo promotore finanziario,
vero?»
«Sì, un attimo fa.»
«Ho mentito!»

Nel limbo

Ricorda, Jack, per i titoli dei tuoi clienti fissa sempre un
prezzo minimo. La massima perdita sostenibile. Lo stop loss.
Se il titolo cala e raggiunge quel prezzo, basta, non devi
andare oltre. Non puoi più sperare che si risollevi. Devi ven-

dere e basta. Tu l’hai sempre rispettato lo stop loss dei titoli
dei tuoi clienti, ma ce l’avevi il tuo prezzo minimo prefissato?
Il tuo stop loss? O te ne sei dimenticato? Quando hai
visto che le stavi prendendo, perché non hai mollato il
colpo? Non si gioca così alla roulette? Non sai che il modo
migliore per perdere tutto è sperare di risollevarsi?
Adesso che ci ripensi, la storia di Alberto Gotti ti sembra
profetica. Ma allora ci avevi riso su. A te non t’avrebbero
mai sbattuto fuori, vero?

Pochi minuti dopo

«Che forza che sei, Francesca! La migliore segretaria
all’ombra della Borsa di Milano. Mi chiedo come farei senza
di te.»
«Se lo vuoi sapere, Jack, me lo chiedo anch’io. Ma dato che
di aumenti qui non se ne vedono, ho smesso di chiedermelo.
Preferisco non farmi male da sola.»
«Dai, di che ti lagni? L’ultimo aumento l’hai avuto il 4
novembre del…»
«… 1918? In effetti è stata proprio una vittoria.»
Francesca è bella, bei denti regolari, occhi allegri. Ha due
figli. E ha te. «Non preoccuparti, Jack. L’importante è che tu
sia ricco e felice, pieno di donne e di soldi. Anche se noi
dovessimo finire sotto i ponti, che importa? Piuttosto, cos’è
successo con Alberto? L’ho visto molto tirato.»
«Niente. L’hanno sbattuto fuori. Doveva aspettarselo…
Cinquantacinque anni, cara mia: cominciano a cercare il
modo di non pagarti la pensione. Altre novità?»
«Nessuna. Il materiale per la riunione è pronto. Puoi andare

quando vuoi.»
«Allora vado subito. Queste riunioni sono uno strazio, tanto
vale finirla al più presto.»
Mentre ti dirigi verso la sala riunioni, incontri Claudio Elli,
uno dei migliori promotori dell’ufficio. Prima di conoscerti
aveva lavorato sempre in ottime realtà di private banking. Ti piaceva
fargli l’esamino, e glielo fai anche stavolta: «Allora dottor
Elli, come andranno i mercati?»
«Guardi, ingegner La Mosca, se vuole una previsione sincera
non la chieda a me. Sbagliano le più grandi case di investimento
e vuole che non sbagli io?»
«Buona risposta. Un punto. Ma io dicevo così, volevo la sua
opinione in generale. Come si comporta in questo
momento?»
«Vuole sapere quello che dovrei fare o quello che faccio?»
«Perché? Non fa quello che dovrebbe?»
«Dipende. Secondo lei, che cosa dovrei fare?»
Il dottor Elli è un uomo placido, somiglia un po’ a Renato
Pozzetto: cicciottello, simpatico, ben vestito, un po’ stempiato,
sempre in ordine e tranquillo. Ti sono sempre piaciuti
i tipi diversi da te, Jack. Specialmente se sono simpatici. E
allora lo provochi: «Cosa dovrebbe fare? Quello che faccio
io. Un po’ di azionario e un po’ di obbligazionario. Condivida
i rischi con il cliente e gli proponga sempre prodotti di
qualità. Conosce la regola d’oro: tutelare prima gli interessi
del cliente, poi i suoi e poi quelli della banca».
È qui che Elli scoppia a ridere: «La Mosca, mi vuole prendere
in giro? Se faccio così muoio di fame prima che la
banca mi butti fuori. Ha visto l’ultimo prodotto che la banca
spinge a vendere con la nuova campagna di marketing “Fai

clienti gli amici”?»
«Il Galaxy?»
«Proprio quello. Mentre la concorrenza offre il 3,8% su
conto corrente, loro vengono fuori con l’1% di rendimento
minimo garantito per i prossimi cinque anni.»
«E lei vende il Galaxy, dottor Elli?»
«Certo che lo vendo. E venderò anche le Niscagi, quando ci
daranno i bond da piazzare.»
«Niscagi? Si prevede un collocamento?»
«Così dicono.»
«Ah, d’accordo: vende Galaxy, venderà le Niscagi, vuole
proprio perdere gli amici, eh?»
«Ascolti, La Mosca. Non so se mi provoca o se certe cose le
pensa davvero. Lei forse si può permettere di fare il cavaliere
senza macchia e senza paura perché fa questo lavoro da
vent’anni e ha un portafoglio clienti che posso solo sognare.
Io invece ho fatto il bancario per vent’anni, ora faccio il promotore
finanziario da tre mesi e per raggiungere lo stipendio
che guadagnavo in banca devo farne di provvigioni…»
«E allora?»
«Allora al servizio e agli amici ci penserò dopo. Ora devo
pensare a chiudere contratti.»
«Ehi, lei è proprio senza scrupoli, eh? Non sapevo che fosse
un tipo del genere, quando l’ho reclutata.»
«Lo sapeva, lo sapeva.»

Nel limbo

Chi l’ha inventato questo modo di dire, “reclutare”? Come
se avesse a che fare con un esercito. L’hai inventato tu, Jack,

o c’era già quando hai cominciato? La recluta deve giurare
sulla Bibbia che difenderà per sempre gli interessi della
banca o quelli del cliente? Di che armi sono dotate le
reclute? Mitragliatori, carri armati, contratti capestro,
pugnali, bombe atomiche, veleno? Contro chi combattono
le reclute? Chi è il nemico? La concorrenza, i mercati, la
sventura, il cliente?
Tu, ufficialmente, preferisci la definizione “ricerca, selezione
e acquisizione di promotori eccellenti dalla concorrenza”.
Insomma, meglio andare in giro a rubar promotori finanziari
alla concorrenza che una guerra vera e propria.
E poi, cos’è successo? A un certo punto c’è scappato il
morto. Tu ti sei rammollito, i soldatini hanno cominciato a
disertare, il generale ha chiesto la tua testa, ti hanno sfilato
da sotto il culo il carro armato e ora vai in giro col
moschetto modello 91 a sparare ai piccioni con un bel bersaglio
su ogni chiappa.
Bravo, complimenti, bel risultato.

Milano, sede Nattan Bank
Ore 10.15 del 18 febbraio

Quando sei entrato in sala riunioni, insieme alla solita folla
dei migliori promotori finanziari, dei migliori reclutatori e area
manager, e ai massimi vertici operativi della Nattan Bank, hai
notato subito qualcosa di strano. Marco “Facciadimerda”
Mancini era al suo solito posto, al centro del tavolo di
mogano, con il completo color mogano, i capelli tinti color
mogano. Ma non era solo. Al suo fianco c’era un Tal dei Tali,
e dire che a te, quel Tal dei Tali, non sia piaciuto subito

sarebbe troppo poco. Ecco, in quel momento qualcosa hai
sentito, dentro. Ma anche quella volta non ci hai fatto caso: se
ti metti a far caso a queste cose, stai fresco.
La riunione era cominciata come tutte, con Mancini a fare la
tiritera, su come siamo bravi e come siamo belli. Su come
siamo diventati grandi, grazie al reclutamento fatto dagli
area manager, e su come vogliamo diventare ancora più
grandi. E con questo voleva dire che bisognava darci dentro
con la raccolta di denaro fresco, così si chiamano i soldi che
apportano i clienti, ma significava anche continuare a strappare
promotori alla concorrenza. Soprattutto quelli con tanti
clienti. Mancini ha le idee chiare: vuole aumentare le masse
gestite dalla banca, incrementarne le quote di mercato. Ecco
perché la parola passa al Tal dei Tali, l’avvocato Sturli, dello
Studio legale Sturli&Sturli, e a un tratto la questione cambia
decisamente aspetto.
L’avvocato Sturli è bianco, vestito di bianco e ha quella
purezza diafana dei nordici che i mediterranei come te, Jack,
a volte invidiano.
L’avvocato Sturli presenta i nuovi contratti che la Nattan
Bank proporrà ai suoi promotori finanziari. Niente di speciale:
tra vincoli, penali, codicilli e richiami, chi comincia a
lavorare per la Nattan le rimarrà legato fino alla tomba. O
meglio, finché non deciderà di disfarsene. Il motto della
Nattan è chiaro: noi non vogliamo che gli altri ci facciano
quello che noi facciamo a loro. Non vogliamo che la gente ci
molli a metà dell’opera.
L’avvocato Sturli è diafano e puro come il male.
Questo pensi tu che pure non sei un santo. Ma che fino a
questo punto non pensavi si potesse arrivare.
Insomma, era tutto molto semplice, come al solito. La Nat-

tan garantiva le provvigioni più elevate. In cambio ti metteva
la catena al collo e la palla al piede per i successivi vent’anni.
O finché non avesse deciso di liberarsi di te. Gli area manager
lì per lì ci rimasero secchi. Poi, la riunione cominciò a
farsi interessante quando Carletto Rodari alzò la mano: «Ma
scusate, da quando siamo entrati in Europa tutte le altre
banche hanno eliminato questo tipo di patti e voi li reintroducete?
»
Sturli non era tipo da rispondere di scartina. Lo guardò fisso
e sibilò: «Esattamente. Voglio proprio vedere chi sarà quel
promotore che vorrà correre il rischio di far causa alla banca
dopo aver accettato il contratto».
«E pensate che qualcuno accetterà?» intervenne Giuseppe
Polimeni, uno della vecchia guardia.
Al posto dell’avvocato prese la parola Mancini, che non era
tipo da star zitto per due interventi di seguito.
«Crede che quando uno si troverà davanti la proposta di
guadagnare molto di più starà a guardare i codicilli?»
«Io credo di sì.» Neanche tu, Jack, sei mai stato tipo da starsene
zitto.
«Ah, davvero, ingegner La Mosca? Bene, può essere che
qualcuno storca il naso. E allora?»
«Allora penso che diventerà più difficile convincere i promotori
della concorrenza a passare da noi.»
«Ma lei, come al solito, ci riuscirà benissimo» ribatté Mancini.
«Può darsi, ma farò più fatica, e mi chiedo se ne varrà la
pena. Anzi, per l’esattezza non me lo chiedo, glielo chiedo.»
L’avvocato Sturli si voltò a guardare Mancini, che, con la
mano, gli fece cenno di aspettare.
«Ingegnere, il nostro obiettivo rimane quello di quotare la

Nattan in borsa a settembre e di riservare un pacchetto di
azioni della banca ai migliori promotori finanziari.»
«La promessa è interessante, dottor Mancini, ma un po’
vaga. Invece, il lavoro che stiamo facendo è molto concreto.
»
«Molto concreto, ingegnere, non direi» intervenne l’avvocato
Sturli. «Mi risulta che la sua area venda meno di tutte il
Galaxy!»
Che tipo di serpente era, questo Sturli? Meglio far finta di
nulla, per adesso, Jack. Non solo di non aver sentito la sua
battuta, ma addirittura che quel tale non esista. Quindi,
tenendo fisso lo sguardo su Mancini e ignorando il suo correlatore,
hai replicato: «Dottor Mancini, lei sa che io propongo
ai miei clienti solo i prodotti in cui credo. La faccia è
la mia e fino a ora…»
«Fino a ora pensavo che un area manager dovesse vendere
quel che la banca gli propone, senza starci troppo a pensare.
» Il Mancini del bastone. «Comunque, La Mosca, si fida
di noi o no?» Il Mancini della carota.
E allora anche tu ti sei fatto più conciliante.
«Io so bene che posso fidarmi di voi. Quel che non so è fino
a quando riuscirò a tenere buoni i miei uomini. Sappiamo
tutti che il mercato è sempre più difficile, ma noi continuiamo
a proporci gli stessi obiettivi che c’erano prima della
crisi dei mercati, e con gli stessi prodotti. Intorno a me vedo
gente che non dorme più, non mangia più, non fa altro che
girare in cerca di clienti, e non ne trova. Gente che sta per
esplodere. O per mollare. Se almeno potessi raccontar loro
qualcosa di più concreto…»
«Gli dica che il nostro obiettivo è di quotare in borsa Nattan
al più presto e di riservare ai migliori azioni di cui, poi,

potranno disporre come vorranno.»
«Si tratterà di azioni o di stock option?»
«Ma che domande mi fa? Sembra che non sia anche lei del
mestiere.»
«D’accordo. E che percentuale azionaria ci verrà riservata?
Con quale criterio distribuirete le azioni? E a che prezzo?»
«Ehi ehi ehi… La Mosca, ci stiamo lavorando. Cos’è questa
fretta? Mica deve ritirarle domani!»
«Certo! Devo investirle in una scommessa che ho fatto sul
campionato dell’Inter. Se va in serie B, vinco 100 a 1.»
Tutti scoppiano a ridere. Si sapeva che Mancini era un interista
sfegatato, l’unica concessione alla sfiga in un uomo che
voleva dare di sé la costante impressione del vincente. La
risata è liberatoria. Spezza la tensione. Persino Sturli piega il
labbro in una specie di sorriso da cobra.
Hai riso anche tu, Jack, naturalmente, e Mancini ha pensato
di averti in pugno.
Sturli non vuole proprio finirla e aggiunge: «C’è di più. Alla
clientela con almeno trentamila euro la banca offrirà dal
mese prossimo un tasso di conto corrente del 6%».
«Allora saranno molti i clienti che terranno i soldi sul conto
corrente!» esclama Innocenti.
«Eh, no. Il 6% è solo sui primi 5000 euro.»
«Che significa?»
«Mi spiego meglio. Per esempio: un cliente da 30.000 euro
ha il 6% solo sui primi 5000 euro. In cambio di questo vantaggio
che gli diamo, se trasferirà i suoi soldi in un’altra
banca nei prossimi cinque anni pagherà il 3% di penale sulla
somma trasferita.»
«Ma rischiamo di perdere tutti i clienti che non accettano
queste condizioni!» osserva Imperiali.

«Stia tranquillo, Imperiali, la banca nei prossimi giorni è
obbligata a mandare una comunicazione ai clienti per informarli
del cambio delle condizioni di conto corrente, con ben
evidenziato il dato del 6%. Il cliente può accettare o meno.
Se non risponde vuol dire che accetta le nuove condizioni.
Statisticamente, sappiamo tutti che la maggioranza della
clientela non risponderà, per pigrizia o semplicemente perché
non aprirà la comunicazione in tempo.»
L’aula è ammutolita. Alcuni sono contenti che Sturli abbia
trovato loro il modo di garantirsi la clientela per i prossimi
anni, altri sono sconcertati perché capiscono che saranno
prigionieri di Nattan a vita con tutti i loro clienti.
Il tuo pensiero, Jack, corre per trovare una soluzione silenziosa
ma efficace. Chiamerai tutti i clienti e gli dirai di non
accettare le nuove condizioni. In questo modo sarete
entrambi liberi di cambiare banca. Ma c’è ancora una faccenda
di cui sembra non voglia parlare nessuno, e tu non sei
nato per prendere al volo le occasioni di stare zitto: «Scusi se
torno sull’argomento stock option, ma immagino che il fatto
che, un domani, non distribuiate le azioni non verrà considerata
una “giusta causa” per rescindere il contratto con voi».
È allora che Sturli scatta in avanti e quasi grida: «Cosa vuole
insinuare? Lei e i suoi colleghi siete pagati molto bene e con
regolarità. I patti li abbiamo sempre rispettati. Non possiamo
accettare un atteggiamento di questo genere».
L’attacco ti fa piacere. Se Sturli perde le staffe, vuol dire che
tu ci hai visto giusto. «Caro avvocato, qui nessuno fa l’elemosina.
Siamo pagati in proporzione ai profitti che garantiamo
alla banca. E abbiamo tutto il diritto di intervenire.»
«Intervenire? Perché? Cosa c’è che non va?»
Non rispondi direttamente a lui. Gli hai già dato fin troppa

corda. Ti rivolgi di nuovo a Mancini.
«Lo sa anche lei, Mancini. Dovremmo avere prodotti
migliori, strutture più efficienti. Dovremmo fare della consulenza,
del private banking, e invece non facciamo altro che
vendere fondi. E poi c’è la storia di Alberto Gotti. Lavorava
in Nattan da vent’anni ed è stato licenziato…»
Fu allora che Mancini ti guardò storto. Questione di un
istante. Ti lanciò con gli occhi un proiettile esplosivo dritto
nel cervello, poi sorrise, guardò l’orologio: «Signori, questo
non è il momento di fare un’analisi delle scelte occupazionali
e delle strategie globali del gruppo. Del resto, so che siete
molto impegnati e non voglio farvi perdere altro tempo.
L’appuntamento, per chi vorrà restare con noi, è per il mese
prossimo. Lei, ingegner La Mosca, pensa di esserci?»

Nel limbo

Sei un grosso uccellone, Jack, e anche tu stai facendo la fine
del dodo: ti stai estinguendo. E dire che eri tanto bravo a
valutare il sentiment – che parola del cazzo – del mercato, la
situazione politica, la congiuntura economica, le previsioni a
medio e a lungo termine, e poi ti sei fatto mettere nel sacco
da un Mancini qualunque. Interista, per di più. E quel sacco
l’hanno chiuso e scaraventato nel fiume con annodata una
bella palla di piombo da una tonnellata. Ciao, Jack, buon
bagno!

filiale Nattan Bank
Ore 9.30 del 5 marzo

Poi, con il tuo primo morto, Jack, la tua vita ha cominciato a

cambiare: hai capito che le cose non potevano più restare
identiche a prima. Perché tu un morto non l’avevi mai visto.
E da così vicino, per di più.
Erano passate due settimane dalla volta in cui Mancini ti
aveva fulminato con lo sguardo, e non era successo più nulla
di rilevante, tranne qualche calo in borsa, qualche presa di
beneficio, qualche scopata, qualche mangiata, qualche risata.
Si continuava a sentir dire di questo collocamento Niscagi,
ma ancora non si vedeva niente.
Poi un giorno Santini entra nel tuo ufficio e non ha alcuna
voglia di farti i convenevoli.
«Sa cosa succederà il mese prossimo, ingegner La Mosca?»
«Il mese prossimo? Arriva la bella stagione e facciamo i
primi week-end al mare?»
«No. Il mese prossimo non percepirò più lo stipendio. Gli
anticipi sulle provvigioni li ho già spesi, soldi da parte non
ne ho perché ho investito tutto nella casa e mi troverò con il
culo per terra. Ha qualcosa da dirmi?»
Attento, Jack, a come rispondi. Santini ti vuol mettere in
mezzo.
«Innanzi tutto, perché dice “il mese prossimo”? Il periodo
per cui la banca le garantisce un fisso non è di dodici mesi?»
«Fa il tonto, ingegnere? Dodici mesi dappertutto, ma non
alla Nattan. Non più.»
Già, è vero. Santini ha ragione. Come avevi fatto a dimenticarlo?
Cerchi di recuperare: «Non ho i suoi dati di produzione
aggiornati. Quanti clienti ha portato in questi sei mesi,
Santini?»
«Vuole sapere che cosa sono riuscito a combinare in questi
sei mesi? Nulla. Niente di niente. BNI non ha mollato un

cliente che sia uno, tutti i miei ex colleghi mi hanno fatto
una guerra che non le dico. La Nattan non mi ha procurato
nessun contatto. Lei se ne è bellamente fregato. E ora, che
cosa mi propone? Ha ancora l’assegno della zia? Ma guardi
che stavolta mi serve davvero! Avrei dovuto capirlo che un
rapporto di lavoro che comincia con una burla non può
andare a finire bene.»
«Dottor Santini, ascolti: deve avere pazienza. Le cose si
sistemeranno.»
«Dice? E come? Mi fa un prestito lei? Cinquemila? Dieci?
Ah, grazie, la ringrazio molto. E per il mese prossimo?»
Santini si siede davanti alla tua scrivania e ti guarda con aria
di sfida.
«Dottor Santini, si calmi. Non è prestandole dei soldi che le
risolvo i problemi. Bisogna farle chiudere qualche contratto.
Potrei passarle i contatti che chiamano al numero verde
oppure riassegnarle dei clienti. Non è possibile che il grande
Santini non sia più capace di chiudere un contratto.
Dev’essere per forza questione di tempo.»
«Certo, di tempo che non ho. Quanto pensa che ci metterà
la banca a requisirmi la casa dopo che avrò bucato la prima
rata del mutuo?»
«Con che banca ha il mutuo?»
«E me lo chiede? Con la BNI.»
«Allora ci metteranno molto poco.»
«Lo vede?»
«Senta, manteniamo la calma. Nulla è perduto. Dobbiamo
soltanto organizzarci. Sono convinto che se ne parliamo con
calma una soluzione la troviamo. Anche per i problemi a
breve.»

«Lei dice? D’accordo, voglio crederle. Venga stasera a cena a
casa mia che ne parliamo con calma, come suggerisce lei. Tra
l’altro, mia moglie e mio figlio la vogliono conoscere.»
Stasera, a casa di Santini? Sarebbe la prima volta che fai una
cosa del genere, andare a casa di un collega, conoscere la sua
famiglia. Dio, che disagio. Ma Santini ti fissa con uno
sguardo molto avvilito. Tu, Jack, li ha già visti questi sguardi,
sono quelli di chi ha paura e sta per mollare. Se molla Santini,
cosa succederà al tuo gruppo?
«D’accordo, verrò volentieri. Porto il dolce.»

Nel limbo

Naturalmente, la vita è una coperta troppo corta. Tenere
buono Santini, tamponare il lavoro, controllare Mancini,
amare la fidanzata. Come fai?
A qualcosa devi rinunciare, ma a Santini no, in questo
momento è troppo pericoloso. Céline capirà. E poi, non
preoccuparti. Anche Céline ha tante cose da fare. Forse
anche lei ti trascura. Però, vedi le donne come sono? Tu la
trascuri perché lavori. Lei lavora perché tu la trascuri.
Ma tu non crederci, non pensarci, vai avanti per la tua strada.
Quella sera le hai dato il bidone. Dovevi andare da Santini,
c’era poco da discutere.
Stasera, lei non c’è.
Quanto tempo è passato da allora?
Quanto ti manca Céline?

Milano, Bar Rossi
Ore 13.15 del 5 marzo

«Come mai hai fatto tardi, Jack?»
«Scusami, Céline. Prima la riunione mensile degli area manager.
Poi sono stato da un dirigente della Banca Martani, un
tale Esposito, per dirgli che volevo trasferirmi da loro.»
«Solita commedia?»
«Esatto, ho finto di volermi trasferire da loro per sentire che
cosa proponevano.»
«E cosa proponevano?»
«Come soldi, meno di Nattan. Ma almeno loro non cercano
di appiopparti un contratto capestro. Ho fatto tardi perché
non mi mollava più. È un barzellettaro, un battutista. Non
posso dire mi sia piaciuto troppo, però una carina l’ha
detta.»
«Sentiamo.»
«Al parco buoi, fai pagare più che puoi, nel parco gallinette,
arraffa le uova e molla le marchette.»
«Bella scemenza. Non la sapevo.»
«Infatti, non devi saperla, amore mio. Tu sei una ragazza
seria, e seria mi devi rimanere. Anche se fai un lavoro che a
mia zia buonanima non sarebbe piaciuto.»
«Perché? Che c’è di male a fare l’avvocata?»
«L’hai appena detto. Non fai l’avvocato, fai l’avvocata. Come
puoi pensare di piacere alla buonanima?»
L’aperitivo è fresco, ci voleva. Ne bevete un lungo sorso. Poi
riprendete a punzecchiarvi. È rilassante, dopo una giornata
di lavoro, lavorare ancora di cervello, ma a vuoto, senza
ansia.

«Ah, è per questo che non mi sposi!»
«Ma no, che c’entra. È che quando ti vedo perdo un po’ il
controllo e mi viene subito voglia di fare le cosacce. Poi però
subentra come un blocco psicologico. Mi passa tutta la
voglia se penso di andare a letto con un’avvocata…»
Il sorriso di Céline Daccò si fa più insinuante. Il bar è pieno,
il momento è quello, infernale, dell’happy hour meridiana. Ma
per fortuna il vostro tavolino è in mezzo a una correntina
d’aria «… che ci farà venire il raffreddore».
«Pazienza. Io non ci rinuncio.»
Céline prende una fragola e te la fa oscillare dinanzi alla
bocca.
«Insomma, però il controllo un po’ lo perdi, eh?»
«Devo ammetterlo.»
«E perché?»
«Perché mi piaci.» Cerchi di afferrare la fragola con le labbra,
senza riuscirci.
«E basta?»
Il gioco della fragola continua.
«E anche perché…»
«Perché?»
«Perché… ti amo.»
E bravo, Jack, l’hai detto. Sollevi la mano e con un gesto
rapido afferri il polso di Céline, lo baci e poi addenti la fragola.
Quindi aggiungi: «Forse».
Céline si tira indietro leggermente piccata: «Beh, non posso
pretendere troppo. Comunque, vedo che stai imparando».
Con la cannuccia beve un sorso di aperitivo. Le sue mani
cercano le sigarette nella borsetta. Ne accende una. Tu le
lanci un’occhiataccia di rimprovero, ma lei ti sorride, dolcis-

sima: «Ne vuoi una anche tu, amore? Giusto per rilassarsi».
Tu ti avvicini a lei e le sussurri nell’orecchio: «Beh, se proprio
vuoi rilassarti, ti lecco la cosina. Di sicuro è più sano».
Céline scoppia a ridere. «Lo faresti davvero?»
«Perché, non lo faccio sempre?»
«No, intendo dire qui…»
«Certo. Vado?» E ti sollevi dalla sedia con tutta l’intenzione
di inginocchiarti tra le sue gambe.
«No, no, sei matto?» Cerca di fermarti con le mani, ma tu fai
forza con il corpo. «Dai, smettila, che sono stanca. Ho avuto
una mattinata di quelle… Anzi, volevo chiederti un parere.»
Tu ti ricomponi. In fondo, ammettilo, non ti saresti messo a
leccargliela proprio in mezzo al bar… «Spara.»
«Oggi è venuta in studio una signora. Vuole divorziare dal
marito, che è un industrialotto di non so quale paese di questi
che finiscono tutti in “ate”… Agrate, Bollate, Carugate…
»
«Cazzate, Stronzate…»
«Ecco, appunto. Il problema è che non sa come fare perché
suo marito non vuole concederglielo, dato che, dice, sarebbe
un trauma per i loro due bambini.»
«La famiglia e il benessere dei figli prima di tutto…» commenti
con aria sentenziosa.
«Sì, ma per questo lei deve sopportare le amanti che il
marito le porta in casa?»
«Beh, mi sembra giusto.»
«Jack, attento o ti arriva uno di questi bicchieri in testa. E
vedi che sono pesanti.»
«No, dai, scusa. Continua.»
«Lei ha detto che non ci sta e che vuole il divorzio a tutti i

costi, ma lui ha ribattuto che, per quel che gliene importa, lei
può fare quel che vuole, solo che se divorzia non avrà un
centesimo.»
«Ma non hai detto che è un industriale? Magari lo conosco.»
«Può essere. Non ci crederai, ma si chiama Brambilla.»
«Ma dai! Allora esistono davvero i Brambilla, non si erano
estinti del tutto! No, non lo conosco. Ma vedrai che avrà più
debiti che soldi.»
«No, non è questo. È che di intestato a se stesso non ha
nulla. Si è spossessato di tutto, soldi, immobili, anche la casa,
trasferendo tutto in un cosiddetto trust residente alle Isole
del Canale.»
«Ah, ma allora abbiamo a che fare con uno furbo…»
«Lo è o crede di esserlo?»
«Beh, bisogna vedere. La moglie com’è? E l’amante?»
«Smettila, insomma! Da quel che ho capito, se la moglie
dovesse chiedere il divorzio questo trust ha incarico di vendere
anche la casa dove abitano e di donare il ricavato a una
società terza. Ma è possibile?»
«Beh, tutto è possibile» rispondi tu. La questione non ti interessa
affatto. Preferiresti stare da qualche parte a leccarle
davvero la cosina, ma pensa che casino succederebbe se solo
lei lo sospettasse… «Il trust è uno strumento molto flessibile,
ideale per proteggere il proprio patrimonio rimanendo
nell’ombra.»
«Dai, spiegamelo. Abbiamo ancora un po’ di tempo, e poi
dobbiamo prendere accordi per stasera. Ti va?»
«Certo. Dunque, i soggetti in un trust sono il settlor, cioè
Brambilla, che trasferisce a titolo definitivo tutto il suo patrimonio
al cosiddetto trustee, che sarà una persona di fiducia

oppure anche una banca che amministrerà questo patrimonio
a favore e nell’interesse di alcuni beneficiari, indicati
dallo stesso Brambilla.»
«E ne cede completamente la proprietà?»
«Già. Il settlor perde la titolarità del patrimonio.»
«Ma perché uno dovrebbe essere così pazzo da donare tutte
le sue proprietà in un trust?»
«Anche il semplice fatto di non farle avere alla moglie può
essere una motivazione più che sufficiente.»
«Non diciamo cavolate. Qui si tratta di milioni di euro!»
«Appunto. Brambilla, perdendo ogni titolarità del patrimonio,
si è messo al sicuro da ogni ulteriore vicenda patrimoniale
che potrebbe coinvolgerlo. In caso di fallimento o di
azioni legali da parte di terzi, nessuno potrà rivalersi sul
patrimonio del trust.»
«E non si può fare nulla?»
«Si può chiedere sicuramente l’inefficacia del trust se hai le
prove che Brambilla lo ha realizzato a danno di creditori o di
sua moglie, rimanendo beneficiario indirettamente attraverso
una società terza.»
«Insomma, Brambilla ha beneficiato se stesso.»
«E la moglie è restata a bocca asciutta» ridi tu, e sollevi il bicchiere:
«Alla salute del cumendatùr Brambilla! Lui sì che la
sa lunga!»
In quel momento ti arriva un cubetto di ghiaccio nell’occhio.
«Eccheccazzo, mi vuoi accecare?!»
«Te lo sei voluto. Maschio sciovinista.»
«Ehi, stai diventando violenta, sai?»
«Non hai visto ancora niente. Piuttosto, dammi un consiglio,
cosa si può fare in un caso come questo?»

Improvvisamente, il gioco tra voi due si è fatto più pesante.
C’è dell’elettricità nell’aria, e non è più l’eccitazione del
momento. È voglia di litigare. Vi guardate fissi negli occhi.
Ma alla fine sei tu a stemperare.
«Cosa si può fare? Sai, anch’io non credo che il sciùr Brambilla
abbia voluto fare della beneficenza con il suo trust.
Bisognerebbe capire chi sono i suoi beneficiari e vedere chi
c’è dietro di loro. Hai qualche dato da fornirmi? Magari una
ricerca la faccio. Ho collaborato alla realizzazione di un trust
per due miei clienti avvalendomi di uno studio legale specializzato
in pianificazione fiscale internazionale. Qualcosa
posso fare.»
Céline ti sorride, si china e dalla ventiquattrore tira fuori una
cartelletta. «Ecco, questo è quel che mi ha dato la moglie.
Non so se è sufficiente.»
«Vedremo di farcelo bastare» replichi tu, e ti avvicini al suo
viso. Chiudi gli occhi, aspiri il suo profumo, gusti il sapore
fresco delle sue labbra e della sua lingua.
Quando vi staccate, ti sembra che tutto si sia risistemato.
Guardi l’orologio. Sono quasi le tre. Ora di tornare in ufficio.
Bene, anche perché se ti alzi subito non ci sarà tempo
per dire o fare qualcosa di sbagliato.
Ma c’è ancora da chiedere il conto. Tu ti alzeresti per andare
a pagare al banco, ma Céline ti fa cenno di aspettare.
«Dai, offro io, visto che ti sei offerto spontaneamente per la
consulenza» ti fa sorridendo, e fa cenno al cameriere.
Finalmente un presentimento ce l’hai. Il presentimento che
se il cameriere non arriva al più presto, succederà qualcosa
che romperà di nuovo l’idillio.
E infatti: «Allora, stasera siamo da Susanna?» fa Céline,

distrattamente.
«Ecco, appunto. C’è un piccolo problema. Stasera ho un
impegno.»
Céline si blocca, le mani che cercavano il portafogli nella
borsetta si irrigidiscono. Solleva lo sguardo, gelida. «Ah,
bene, che novità! E cosa c’è stavolta? La call conference con
il Giappone? O gli spaghetti di mezzanotte con gli investitori
del Polesine?»
«Céline, ti prego. È una cosa seria. Ti ricordi di Santini?»
«Senti, non mi ricordo di Santini e non mi interessa neanche.
Avevamo detto che saremmo usciti insieme stasera, che
saremmo andati da Susanna. È una vita che continua a invitarci,
e noi diamo sempre buca.»
«Ma è importante…»
Céline ha ripreso in mano le sigarette. Ne accende una e
l’aspira appena. È chiaro che fa fatica a controllarsi.
«Santini sarà anche importante, lo capisco. Ma sono importante
anch’io. Almeno, per me stessa lo sono. Per te?»
«Certo che lo sei.»
«Bene, allora comportati di conseguenza, perché così non si
può proprio andare avanti. Io lavoro, tu lavori, tutti lavoriamo,
d’accordo. Ma a me interessa avere un uomo, poter
contare su un uomo, poter uscire in compagnia di un uomo.
Sai quand’è stata l’ultima volta che siamo usciti insieme la
sera?»
«Una settimana fa?»
«Lasciamo perdere, dai.»
«No, dimmelo. Due settimane fa?»
«Te l’ho detto, lascia perdere, sennò mi fai incavolare e
basta.»

«Anche tu hai un sacco di cose da fare…»
«Sì, ma io a un certo punto stacco. Saranno le sette, saranno
le nove, ma a un certo punto stacco. E se tu ci fossi,
potremmo fare qualcosa insieme. Invece passo le serate a
mangiare pistacchi davanti alla televisione. Oppure a uscire
da sola, come se fossi single. Ma già: io sono single.»
«Ascolta, mangio con Santini, facciamo due chiacchiere e
poi, verso le undici, mezzanotte, ti vengo a trovare a casa.
Dormiamo insieme.»
«E domani a che ora devi alzarti?»
«Al solito: sei e mezza.»
«Allora lascia perdere, non mi va di svegliarmi così presto.
Dormi a casa tua, ci vediamo un’altra volta. Forse.»
«Come forse?»
«Forse. Io ti amo. Ma così non può andare avanti. A qualcosa
devi rinunciare. Altrimenti, vedrai che a me dovrai
rinunciare per forza.»
«Va bene, rinuncio a Santini. Pazienza poi se me ne dovrò
pentire.»
È stato allora che Céline si è alzata. Ha spento la sigaretta
nel portacenere, ti ha sorriso come solo un cobra femmina
sa fare e ti ha detto: «No, no, Jack. Vai da Santini. Lui ha
veramente bisogno di te. Io mi arrangio. Da sola o in compagnia,
a te che importa?»
E se n’è andata.

Nel limbo

Te l’aveva detto, Céline: a qualcosa dovevi rinunciare.
Almeno però, ora, questo problema non ce l’hai più. Non

hai più nulla, a parte tre costole rotte, due occhi neri e la
milza che non si è spappolata per miracolo.
E molto tempo a disposizione, per pensare. Agli amori o agli
amici, ad esempio. Non dovevano essere granché se quando
ti hanno sbattuto fuori ti hanno mollato tutti come se fossi
un appestato e ti hanno anche preso i clienti. Tutti quelli che
si riunivano al Pianeta Donna, e tu pagavi, facevi il grande…
che fine hanno fatto? Ehi, voi, dove siete?
Già, dove sono? E Santini? Dov’è ora Santini?

Concorezzo (MI), abitazione di Luca Santini
Ore 20.00 del 5 marzo

La strada delle villette a schiera è illuminata dai lampioni. La
serata è fresca e silenziosa.
A fianco del marciapiede è parcheggiata la tua Maserati.
Oltre una finestra, al primo piano di una villetta, tu e Santini
state in piedi l’uno di fronte all’altro, senza parlare. Tu hai
ancora la scatola della torta in mano.
«Vedo che non ha molto da dirmi, ingegnere.»
«No, non è vero. Credo che qualcosa si possa fare. Anzi, si
debba fare. È che bisogna pensarci su un attimo. Stasera ne
parliamo. Anzi, vuole farlo adesso o dopo cena?»
«Dopo, dopo. Adesso deve conoscere Michela e Giovanni.
Ma attento: non voglio che sappiano nulla.»
«D’accordo, si fidi.»
«Aspetti, un’altra cosa. Ho una busta per lei. Ma non la apra
adesso. Domani, è roba d’ufficio.»
E così Santini ti consegna una busta bianca, chiusa. Tu la
guardi e poi te la metti in tasca.

«Allora, andiamo di là. Gli aperitivi dovrebbero essere
pronti.»
«Meno male. Sto morendo di fame e, se avessimo parlato
ora, avrebbe potuto estorcermi qualsiasi promessa per un
pezzo di pane!»
Sorridi, ti avvicini a Santini e lo prendi sottobraccio: «Diamoci
del tu, Luca» gli proponi sottovoce.
Santini è sorpreso. Forse a disagio. Poi ti guida in salotto.
«Vedrai, troveremo una soluzione» insisti.
Non fate in tempo a sedervi che entra un sedicenne lungo e
stretto.
«Lui è Giovanni, mio figlio.»
«Ehi, ciao Giò! Sei uno di quelli che si tagliano i capelli col
machete e poi se li pettinano con il rastrello, vedo!» esclami,
tendendo la manona al ragazzo, che abbozza un sorriso
disorientato, non tende a sua volta la mano e mormora a
bassa voce: «Piacere». Poi si volta per andarsene.
«Non mangi con noi?» gli chiede il padre.
«No, grazie. Mi sono preparato un panino e lo mangio in
camera. Sono indietro con i compiti.»
Giovanni scappa via. Ora è la volta di Michela, la moglie. Ha
un’aria dolce, la pelle un po’ invecchiata, i capelli ben
mesciati. Entra in salotto rassettandosi la gonna, come se si
fosse appena tolto il grembiule. «Buonasera, buonasera. Che
piacere averla qui! Luca mi parla così spesso di lei.»
«Spero bene, eh Luca?»
«Mah, dipende» replica Santini. «Tu cosa ne dici, Michela?
Come parlo dell’ingegner La Mosca? Bene o male?»
«Ingegnere, non lo stia a sentire. Ha sempre voglia di scherzare.
»

«Non si preoccupi, signora, anche a me piace scherzare»
rispondi.
«Lo so, lo so. Come quando è andato in banca e ha raccontato
la storia di quella zia…»
«Beh… quella volta è stato solo un piccolo scherzo…»
«Già…» interviene Santini, «chi cazzo si crede di essere questo
stronzo, mi sono detto…»
Michela è diventata rossa. Tu sorridi, cerchi di far buon viso
a cattivo gioco. Luca continua: «Poi è stata lei» e accenna con
il capo a Michela «a convincermi ad accettare la tua proposta.
È vero, cara?»
Michela si schermisce. Si vede che è disorientata, ma cerca di
recuperare in fretta. Anche tu non vuoi perdere l’occasione
per cambiare discorso.
«Beh, la ringrazio, si vede che ha buon gusto. E, a proposito,
complimenti per la bella casa.»
Michela sta per replicare qualcosa, ma Santini interviene,
mentre beve un sorso del suo aperitivo: «Le piace la casa?
Sono contento. Peccato che ce la prenderanno. Ma che lei
sappia, ci sbatteranno fuori subito o prima ci toglieranno
tutti i mobili?»
«Luca, cos’hai stasera?». Michela è agghiacciata. Sorride,
guardandoti, ma la voce lascia trapelare irritazione, smarrimento,
incertezza.
«Cos’ho? Niente, figurati» risponde Santini. «Volevo soltanto
chiedere al nostro caro amico La Mosca, che ci ha
messo in questo casino, se pensa di poterci aiutare a pagare
le prossime rate del mutuo. Perché, vedi, io non credo proprio
di farcela.»
«Adesso basta, Luca!» La voce di Michela si è fatta più acuta,

ma anche più decisa. «Non so cosa ti prende, ma ti prego di
smetterla. Ingegner La Mosca, ci scusi, la prego.»
«Ma signora, cosa dice?» Poi, guardi Santini. Lui ha continuato
a darti del lei. Non vuole stabilire un contatto. Ma tu
insisti: «Dai, Luca, te l’ho già detto. Le cose si sistemano.
Troveremo un modo. Dobbiamo solo pensarci un attimo…»
«Un attimo? Vuole ancora pensarci un attimo? Io non ho
più attimi. Lo sa che in Nattan mi stanno facendo terra bruciata
intorno?»
«Ma cosa dici?» insorgi.
«Dico quel che so e che è vero. Già non mi vedevano di
buon occhio. E ora, con questa spazzatura delle Niscagi che
non ho venduto a nessuno hanno decretato la mia condanna
a morte.»
Tu e Michela vi guardate perplessi. Michela è lontana dal
marito. Forse potrebbe andare verso di lui, abbracciarlo. Ma
non ci riesce. Rimane ferma, irrigidita con il bicchiere in
mano. Guarda te che sembri più smarrito e sorpreso di lei.
Cerchi di recuperare in qualche modo: «Dai, smettila. Come
fai a dire che in Nattan ti hanno fatto terra bruciata, se so
benissimo che tutti ti stimano e ti apprezzano? E poi, questa
storia delle Niscagi… Com’è possibile che ricevi pressioni
per venderle se a me, che sono l’area manager, non hanno
detto niente?»
Santini sorride. Appoggia il bicchiere sul mobile e sorride. È
come se, all’improvviso, avesse preso le distanze dalle cose,
come se avesse riacquistato il controllo. E cambia decisamente
tono. «Scusatemi. Mi rendo conto che sono problemi
di cui è meglio non parlare a tavola. Magari dopo. Tanto più
che Michela ha preparato una quiche favolosa. Vero, amore

mio?»
Anche Michela fa presto a recuperare: «Ma certo. Adesso è
proprio il momento di mettersi a tavola. Accomodatevi, io
intanto vado in cucina». Si avvia verso la tavola imbandita,
mostrandoti il tuo posto. La stessa cosa fa con il marito, che
si è accodato: «Siedi anche tu, Luca. Io arrivo subito».
«Beh, però manca qualcosa, non trovate?» fa notare Luca.
«Cosa?» chiede la moglie.
«Il vino. Ci siamo dimenticati di portare su il vino.»
«Non preoccuparti, per me possiamo anche farne a meno»
dici poco convinto. Michela si ferma sulla soglia della
cucina.
«Niente paura, amore, tu rimani qui ancora un istante con
Jack, ma prima dammi un bacio.»
Michela è imbarazzata perché Luca la bacia e la stringe forte.
«Bene, adesso scendo in cantina a prendere… uhm, ho già
in mente qualcosa che vi sorprenderà.»
Si avvia verso la cantina, mentre tu e la moglie restate soli.
Tu accenni ad alzarti, ma lei ti ferma. Anzi, si siede e ti
guarda negli occhi. «Ingegnere, mi dica la verità. Cosa sta
succedendo a mio marito?»
«Scusi, signora, Luca non le ha detto niente?»
«Assolutamente no. Perché, cosa avrebbe dovuto dirmi?»
«Niente di particolare, credo.» Se Luca non ha voluto confidarsi
con la moglie, non sarai certo tu a farlo. Questo
mestiere, se non altro, ti insegna la discrezione.
«Forse sa qualcosa Giovanni. Loro due stanno molto
insieme in questo periodo. Hanno in comune la passione del
computer.»
«Ah…»

«Però, se Giovanni sapesse qualcosa me ne avrebbe parlato.
A me dice tutto.» Michela con questo pensiero sembra rasserenarsi.
Tu le sorridi, senza dirle che ti sembra un po’ ingenua.
E lei si riprende: «Forse non è nulla. Un momento di
stanchezza. Passerà».
«Anch’io la penso così, signora. Del resto, è un momento
difficile per tutti, nel nostro settore, almeno.»
«Ma passerà, no?» chiede Michela, fiduciosa.
«Certo.»
In quel momento un colpo secco.
Tu e Michela vi guardate.
Che strano, nessuno di voi due ha mai sentito uno sparo
vero in vita sua, eppure entrambi lo riconoscete subito.
Michela si irrigidisce. Tu balzi in piedi e attraversi di corsa la
sala da pranzo nella stessa direzione in cui si è avviato Santini.
Arrivi alla porta che conduce alla cantina insieme a Giovanni,
che è schizzato fuori della sua camera e ti spintona
per passare per primo. Ma tu, Jack, non lo lasci andare. È
ancora un ragazzo. Vuoi vedere prima tu cos’è successo.
Allora Giovanni ti fissa con odio. Ti gela. È un attimo. Ti
passa avanti e comincia a scendere le scale. Scendi anche tu.
Santini è per terra, in mezzo alla cantina, riverso in una
pozza di sangue. In mano ha ancora la pistola. Si è sparato
alla tempia. Nell’aria un odore forte, di bruciato. Tu scosti
delicatamente Giovanni e prendi il polso di Santini. Non
batte più. È chiaramente morto all’istante. In quel momento,
alle vostre spalle, un sospiro e un gemito. Quindi, mentre vi
voltate, Michela cade pesantemente a terra.
«Mamma, papà! E lei, cosa fa lì?! Faccia qualcosa!»
Ti lanci su Michela, la prendi tra le braccia. La sollevi. È un

corpo inerte, ma sa di buono. Per un istante pensi a Santini e
alla sua famiglia. Una famiglia che tu non hai mai avuto e
che, chissà, forse non avrai mai. Poi… poi realizzi che Santini
è morto.
«Giovanni, non rinviene. Dobbiamo farla sdraiare su un
letto.»
«Sì, portiamola su!»
Salite, faticosamente, tenendo Michela sotto le braccia e per
i piedi. Quando arrivate su, chiedi a Giovanni: «Dov’è la
camera di tua madre?»
«Lasci perdere. È al piano di sopra, non ce la faremmo.
Molto meglio metterla qui, in camera mia.»
Giovanni apre la sua stanza. È piena di computer, macchine
fotografiche, telecamere, videocassette. Adagiate Michela sul
letto. Tu le posi una mano sulla fronte. È viva, almeno lei.
Vorresti dire qualcosa, ma Giovanni ti zittisce: «Lasci stare!»
Agisce come un automa: deciso, determinato, ma ha lo
sguardo assente. «Vada a chiamare l’ambulanza, piuttosto» ti
intima, sapendo benissimo che è ormai del tutto inutile.
Obbedisci. Chiami l’ambulanza e i carabinieri.
Tre ore dopo esci dal portone di casa Santini. Le macchine
dei carabinieri e le ambulanze affollano la strada. Sei frastornato:
hai ancora nella mente le domande dei carabinieri, lo
sguardo di Giovanni, l’espressione assente di Michela. Cammini
verso la tua automobile voltandoti più volte e sollevando
lo sguardo verso le finestre. Mentre cerchi le chiavi
nelle tasche della giacca, tiri fuori la busta che Santini ti
aveva dato entrando in casa. Ti siedi in auto, la apri.

“Ingegner La Mosca, per evitare che mi portino via la casa non mi
resta che uccidermi: ho quattro assicurazioni sulla vita, qualcuna
pagherà! Non abbandoni Giovanni a se stesso. È un bravo ragazzo e
potrebbe aver bisogno di un padre meno fallimentare di me. Non so
perché lo chiedo proprio a lei… forse per darle una grana, forse perché
vorrei che, in qualche modo, lei fosse obbligato a risarcire la mia famiglia
e me per il male che ci hai fatto. Addio”.

Nel limbo

Hai pianto quella sera. E anche ora, quando rivedi Giovanni
che ti viene a trovare all’ospedale, senti come uno struggimento.
Tu potresti essere suo padre. Un padre molto giovane,
com’era il tuo. Solo ventidue anni di differenza. Glielo
vorresti raccontare, vero? E allora raccontaglielo, Jack. Di’ a
Giovanni che anche tuo padre si è ucciso. Anche lui per la
vergogna di non poter far fronte ai debiti. Chissà, forse ti
potrà perdonare. Puoi parlargli, lo sai. Lui viene a trovarti
qui all’ospedale insieme a Francesca. Chissà perché lo fa, ti
chiedi a volte. Ma non farti troppe domande, Jack. Accetta
quel che ti viene dato e ringrazia il cielo. Confidandoti.
Puoi farlo. Te lo dico io.
«Vedi, Giovanni, quello che è successo a tuo padre ha riaperto
dentro di me una ferita che pensavo si fosse rimarginata,
e che da quel momento non ha più smesso di
sanguinare. Sai, anche mio padre si è ucciso…»
Giovanni arretra sulla sedia, come se volesse evitare un
colpo o il contatto con un oggetto contaminato.
«Se hai un po’ di tempo, e se ti va, ti racconto la storia.»

Chissà se Giovanni vuole veramente sentirla, quella storia,
ma come negare qualcosa a un ospedalizzato?
«I miei erano calabresi, e agli inizi degli anni Sessanta sono
emigrati, come tanti altri. C’è chi è venuto qui al Nord, chi è
andato in Germania o in Belgio. I miei scelsero l’America.
Avevano dei parenti laggiù che gli avevano promesso un
aiuto. Erano i boat people di una volta. Arrivarono a Detroit e
mio padre cominciò a lavorare come operaio in una casa
automobilistica. Le cose dovettero andare bene, perché decisero
di avere un bambino… E così sono nato io.»
«Ah, allora sei nato negli State?» chiede Giovanni con gli
occhi che si illuminano.
«Sì, sono stato cittadino americano fino a quando a diciotto
anni mi hanno chiesto di scegliere tra le due cittadinanze,
quella italiana e quella americana, e…»
«…e hai tenuto la cittadinanza americana, no?»
«No, Giovanni. Ho optato per quella italiana. E non fare
quella faccia.»
«No… è che mi sembra pazzesco. Io preferirei un milione di
volte essere americano che italiano. Ma pensa, immagina le
potenzialità…»
«Eh, figurati! Oggi posso trovare tutto quello che potrei
desiderare negli State, o me lo posso far mandare qui. In più,
ho qualcosa che, altrimenti, avrei perduto.»
«E sarebbe?»
«Il legame con la mia terra, con le mie radici.»
«Non capisco neanche cosa vuoi dire» commenta Giovanni,
leggermente deluso. «Ma non importa. Dai, continua a raccontare.
»
«Allora… sono nato io e per un po’ di tempo, a quanto mi

ha raccontato specialmente mia zia, mio padre e mia madre,
che lavorava come commessa nel panificio di un cugino,
hanno messo da parte un po’ di soldi, che spedivano regolarmente
a casa. Ma, attento, non li mandavano come si usa
oggi, tramite banca o tramite posta.»
«Non c’erano ancora? E come?»
«No, no. Per esserci c’erano, è che la gente non si fidava.
Tutti tenevano i soldi nel materasso, o in una vecchia scatola
di biscotti, e quando si trattava di mandarli al paese, li affidavano
a qualcuno di fiducia. Gente conosciuta, che prendeva
i soldi e li portava ai parenti. Mio padre fece come tutti, li
diede a un lontano parente, uno zio, lo zio Scignia, che gli
promise di portarglieli in paese e di comprare il pezzo di
campagna che mio padre tanto voleva. Questo parente disse
ai miei che quei soldi li avrebbe investiti in modo sicuro e
che, quando fossero aumentati, avrebbe comprato per loro
un terreno ancora più grande.»
«Un po’ quel che facevate tu e mio padre» interviene Giovanni.
Ecco, è questo tipo di osservazione che temevi, eh, Jack?
Però te le meriti. E allora resta in silenzio per un istante.
Pensaci un po’ su. E poi riprendi.
«Sì, forse hai ragione. Ma sta’ a sentire come finisce la storia
e poi tirerai da solo le tue conclusioni.»
«Ti ascolto.»
«Allora… mio padre e mia madre sognavano di farmi andare
a scuola al paese. C’era ancora la loro vecchia maestra, sapevano.
E la nostalgia si faceva ogni giorno più forte. Non era
come adesso, che uno può telefonarsi tutti i giorni, e magari
mandarsi la posta elettronica. Allora le telefonate interconti-

nentali costavano un occhio, bisognava andare a farle da
qualche amico o in un posto telefonico pubblico. C’erano
solo le lettere, per comunicare, e ci mettevano settimane per
attraversare l’oceano. Un giorno arriva una lettera in cui lo
zio Scignia racconta a mio padre di essere diventato un
famoso industriale. Aveva comprato una fabbrica di trattori
e ora lo aspettava a braccia aperte per offrirgli un posto, per
ringraziarlo della fiducia che gli aveva mostrato affidandogli
per tanti anni i suoi soldi, quelli che sarebbero dovuti servire
per comprare la campagna. La cosa importante, continuava
lo zio, era che fino ad allora uno avrebbe dovuto fare chilometri
e chilometri per andare a lavorare in una fabbrica,
magari a Torino alla mitica Fiat, invece ora, finalmente, c’era
qualcuno che ti portava il lavoro sotto casa. Di lì a poco
arrivò anche un’altra lettera, di un vecchio amico di papà,
che confermava in tutto e per tutto quella dello zio. Tutte le
famiglie del paese si erano mobilitate per trovare un posto di
lavoro nell’azienda dello zio Scignia. Ma i posti erano tanti.
E poi, per uno come mio padre, che aveva già esperienza nel
campo delle automobili, sicuramente il posto si sarebbe trovato
subito. Gli prospettavano qualcosa di talmente desiderabile…
pensa: tornare finalmente a casa, e da “vincitore”,
dopo avere fatto almeno un po’ di fortuna, e con la prospettiva
di un lavoro e di un futuro sicuro. E così tornammo in
Italia.»
Bravo, Jack. Giovanni ti ascolta con grande attenzione e tu ti
senti lusingato di essere riuscito a interessare quel ragazzino
così intelligente e beffardo. Continui il tuo racconto.
«Quando i miei genitori arrivarono in paese trovarono una
realtà abbastanza diversa da quella che avevano sognato.

Anzi, tanto diversa che di lì a poco mio padre…»
«Tuo padre?»
«Andiamo con ordine. Innanzi tutto, la fabbrica di trattori di
zio Scignia, che si chiamava Gancisi, non esisteva proprio.»
«Non esisteva l’azienda?»
«Peggio: era fallita prima ancora di produrre un solo trattore.
Si era trattato di una speculazione andata male. Scignia aveva
comprato il pacchetto di maggioranza di un’azienda in crisi
che però era sicuro di rilanciare. Risultato: l’azienda fallì e
rimasero a casa anche i pochi dipendenti che ancora lavoravano.
»
«Ma è pazzesco. Questa storia mi fa incazzare un casino!»
«La vergogna, la sensazione di aver gettato al vento tanti
anni di lavoro, di non avere più speranza hanno distrutto
mio padre che…»
«… che si è ucciso?»
«Sì.»
«Come il mio.»
«Già, come il tuo. Lo trovarono una mattina riverso ai piedi
di un albero di quella campagna che voleva comprare con i
suoi sudati risparmi… Si era sparato.»
«Povero Jack.»
«Povero papà, vorrai dire. E pensa che il suicidio non risolse
nessuno dei suoi problemi. Anzi, in paese si sparse la voce
che si era ucciso perché aveva fatto debiti, perché aveva
perso al gioco, che aveva delle donne… Insomma la vergogna
si abbatté su quel che restava della mia famiglia. Mia
madre, poveretta, per un po’ cercò di arrangiarsi, di lavorare,
di resistere. Ma cedette anche lei. Si ammalò e qualche
tempo dopo morì. Di quel periodo mi rendo conto di avere

pochi ricordi nebulosi, come se avessi cercato di rimuoverli
dalla mia mente.»
«Non ricordi niente, davvero? Non eri piccolissimo.»
«No, avevo quasi sette anni. Però tutte le cose che ti ho raccontato
le ho sapute da mia zia.»
«Tua zia Felicita?»
«Già, come fai a saperlo?»
Giovanni accenna a un sorriso: «Non ti ricordi? È la zia che
ti aveva lasciato tutti quei milioni di euro di eredità. Dai, su,
non arrossire. Mio padre si era incazzato, ma sia io sia la
mamma ci eravamo divertiti».
«Mia zia non mi ha lasciato qualche milione di euro in eredità,
però mi ha tirato su nel ricordo, anzi, nella venerazione
dei miei genitori. E io sono cresciuto con il desiderio… non
so come dirti, con il desiderio di vendicarli. Qualcuno della
mia famiglia aveva raccolto la pistola con cui mio padre si
era ucciso e l’aveva consegnata a mia madre. Nelle nostre
terre certe cose si sanno senza dirsele, e io ho sempre
saputo, senza che nessuno me l’abbia mai detto esplicitamente,
che quella pistola era stata consegnata a mia madre
perché lei la usasse per vendicare la morte di mio padre. E,
dato che anche lei era morta, il compito l’avevo ereditato io.
Ma non c’era nessuno con cui prendersela. Dello zio Scignia
si persero subito le tracce. Non l’hanno mai più trovato,
forse è scappato all’estero con la cassa, forse si è rifatto
un’identità… non so. Ho ricostruito poi la storia, attraverso
i giornali del tempo. Era stato molto furbo: non aveva
lasciato nessun appiglio, nessun contatto. Dopo un po’ la
polizia ha archiviato il caso…»
«Eh, già, e poi a quel tempo non c’era Chi l’ha visto.»

Sorridi. «Se è per questo, al mio paese almeno, non c’era
quasi ancora la televisione, anche se eravamo all’inizio degli
anni Settanta. L’aveva solo il barista, e se la faceva pagare
cara aumentando la consumazione anche di chi non la guardava,
ma andava nel retrobottega a giocare a carte. Sapessi
come si incazzavano i fratelli di mia zia!»
Giovanni fa una pausa, come per raccogliere le idee, come
per ricordare tutto quel che gli hai raccontato. Poi ti chiede:
«La pistola ce l’hai ancora?»
«Sì, ce l’ho. Non l’ho mai neanche aperta. Dev’essere ancora
carica e, probabilmente, dal caricatore manca solo il proiettile
che ha ucciso papà. Da qualche parte devo averla messa,
anche se ti confesso che non mi ricordo dove con precisione,
e non credo neanche funzioni più, dopo tanti anni.
Non m’importa. Io, la mia vendetta me la sono fatta lavorando
e costruendomi una carriera, una credibilità. Più che
una vendetta, è stato un riscatto.»
Giovanni si sofferma ancora a pensare: «Sicché dello zio Scignia
non si è saputo più nulla. Incredibile».
Com’è, Jack, che non rispondi subito? Com’è che ti volti
verso la finestra da dove una luce grigia penetra nella stanza
ricordando a chi per caso se ne fosse dimenticato che siamo
ancora in inverno inoltrato, a Milano, e non c’è proprio
niente da ridere?
«Incredibile, sì. Ma ora non parliamone più. Ti dirò soltanto
che se ho cercato di trovare un lavoro che mi facesse guadagnare
bene, e se ho cercato sempre di farlo onestamente, è
per il desiderio di riscattare i miei genitori, la loro sventura.
È per questo che quel che è capitato a tuo padre mi ha ferito

così tanto che continuo a sentirmene responsabile. Ti prego,
Giovanni, perdonami.»
Ora Giovanni se n’è andato, ma c’è qualcosa dentro di te che
continua a risuonare, un dolore che avevi dimenticato e che,
all’improvviso, è ritornato fuori e non ti vuole più lasciare.
Hai taciuto, ad esempio, che è stato proprio quello zio Scignia
che aveva imbrogliato i tuoi, usando i loro soldi per fare
le sue speculazioni, quello che poi ti ha dato i soldi per
andare all’università e per mantenerti agli studi. Per quindici
anni non ti sono forse arrivati a Natale dei soldi da parte di
un certo Scagini? Denaro, tanto denaro… molto più di
quello che ti serviva? Ci hai messo un po’ a capire che Scagini…
Gancisi… erano anagrammi di Scignia. Ma anche
quando hai capito, hai continuato a far finta di niente, di non
sapere che i soldi provenivano proprio dal responsabile della
morte di tuo padre. Tutta la tua famiglia ha fatto finta di non
saperlo. Dentro di te hai cercato di giustificarti del fatto di
aver accettato i suoi soldi dicendo che, in fondo, erano una
specie di risarcimento che ti doveva. Ma una voce ha continuato
a dirti che le cose non stavano per niente così, che, in
fondo, tu e lui eravate della stessa pasta. Una voce come
questa, che stai ascoltando ora nella tua mente, che ti provocava
dicendoti la verità. E la verità era che lui, in realtà, stava
comprando il tuo perdono e tu eri ben contento di venderglielo.
Proprio come hai cercato di comprare il perdono di
Giovanni sin dal giorno successivo alla morte di suo padre.

filiale Nattan Bank
Ore 9.05 del 6 marzo

Sei in piedi e guardi fuori dalla finestra. Anche Francesca è
in piedi e guarda te, già da un po’. Tra di voi la tua scrivania,
ingombra come al solito di mille cose. Ma oggi sono mille
cose più due. Un giornale aperto sulla cronaca locale con un
trafiletto sul suicidio di Luca Santini, e una busta bianca da
cui fuoriesce un foglio di carta scritto a mano.
«Jack…»
Nessuna risposta.
«Su, rispondimi…»
Ti riscuoti, ti volti verso Francesca e le rispondi come se
provenissi da un mondo lontano. «Sì, dimmi.»
«Dev’essere stato terribile.»
«Terribile non è ancora la parola giusta. Non so se esiste una
parola adeguata. Un minuto prima Santini era vivo, e mi
chiedeva di aiutarlo. Un minuto dopo era morto. E sai perché?
»
«Jack, calmati, non…»
«Sono calmo, sono calmissimo. Ma vedi, Santini mi aveva
chiesto di aiutarlo e io ho cercato di sfuggirgli. Non l’ho aiutato.
È colpa mia!»
«Cosa c’entri tu? Primo, le dimissioni alla sua banca le ha
presentate lui e, secondo, solo la Nattan poteva aiutarlo
assumendolo a fare magari il cassiere.»
«Però sono andato io in BNI, l’ho lusingato, l’ho portato qui
e poi… No, Francesca, io c’entro, c’entro eccome. Lo so
benissimo. Ora devo cercare di rimediare, per quel che mi
sarà possibile.»

Francesca ti si avvicina. Allunga una mano e ti tocca il braccio.
Dopo tanti anni di lavoro insieme, questo è il massimo
di confidenza che si concede. Ma tutti e due sapete che
basta. Che dice tutto quel che c’è da dire.
«E cosa pensi di fare?»
«Innanzi tutto non cercherò più di convincere i bancari a
lasciare un posto fisso per fare i promotori finanziari. Mi sto
convincendo che non sono fatti per questo lavoro. Recluterò
solo promotori finanziari della concorrenza.»
«Questo alla Nattan non piacerà molto.»
«Me ne frego. Di Mancini mi preoccuperò dopo.»
Poi ti siedi, prendi il giornale e la lettera e li infili in un cassetto
della scrivania. Quindi sollevi gli occhi verso Francesca.
Sono occhi di chi non ha dormito.
«Portami gli estremi del conto di Santini e chiamami la
banca. Non sono riuscito a far nulla per il padre. Almeno
voglio fare qualcosa per il suo ragazzo…»

Nel limbo

E così c’è stato il funerale di Santini, e della Nattan c’eravate
solo tu e qualcuno del tuo ufficio, come se i pezzi grossi
temessero di rimanere contagiati a farsi vedere. Della Banca
Nazionale degli Investimenti, poi, nessuno. Almeno nessuno
che tu conoscessi. Così finisce la gente. Come diceva il tale?
Il male che gli uomini fanno gli sopravvive. Il bene è spesso sotterrato
insieme alle loro ossa. E sia così anche per Santini.
Poi la sera, sempre con quella strana sensazione di vuoto
nella testa, con quella nausea vaga, quando sul cellulare hai
visto che ti chiamava Céline, hai deciso di non rispondere.
E sei andato al Pianeta Donna.

Milano, Pianeta Donna
Ore 23.40 del 12 marzo

C’era tutta la Nattan Bank che non conta una sega, quella
sera al Pianeta Donna. Tu, quelli del tuo ufficio, qualcuno
della concorrenza… Non c’era né un amministratore delegato
né un direttore generale né un capo del personale, tanto
meno un consulente legale tipo l’avvocato Sturli della
Sturli&Sturli, Intrallazzi, Contratti Capestro & Affini.
Meglio, no? Chi vorrebbe avere tra i piedi quei maneggioni?
E poi il Pianeta Donna non è posto per gente sposata, ma per
vitelloni come te. Tu non hai famiglia, non hai una moglie,
non hai figli. La famiglia non va bene per il Pianeta Donna e
non va bene per questo lavoro. Santini lo ha dimostrato, del
resto. Ci vuole gente che con i soldi ci gioca, che te li spilla
con la stessa noncuranza con cui poi li spende. Uno che non
ha bisogno dei soldi che guadagna. Che gli servono per
comprarsi la Maserati, non per pagarsi il mutuo e gli studi
dei figli. Perché se uno ci sta a pensare su un po’ troppo,
buonanotte ai suonatori: incomincia la prudenza, la paura,
anche la paura di assumere gente che poi finisce per suicidarsi,
e la Nattan non fa più profitti. E questo è male, dice
l’avvocato Sturli, puro come il peccato. Molto male.
Sarà per questo, perché ci vuole gente spensierata per fare
questo lavoro, che non appena ti vedono i tuoi uomini non
fanno come al solito, non ti si accalcano addosso come i piccioni
ai turisti col becchime, sapendo che tu sei uno che
offre sempre il primo giro di consumazioni e magari anche
l’ultimo. Qualcuno fa finta di non averti visto, qualcun altro
ti fa un cenno di saluto quasi impercettibile. Sei stato toccato
dalla morte, Jack. Lei ti ha sfiorato. Sei immondo, non vai

più bene.
Per fortuna la musica va a mille, le caipiriña non sono annacquate
e non riesci a non pensarci neanche se ti metti d’impegno.
«Perché da sola? Chi è quel cane che trascura una donna così
interessante? Lo conosco?»
«No, non credo» risponde una bionda piuttosto alta, con il
viso un po’ irregolare e due occhi che ti guardano fissi e non
ti mollano. «A meno che tu non sia Jack La Mosca.»
«Caspita, che intuizione. Per servirti!»
La bionda sorride e solleva il bicchiere come per brindare,
ma si accorge che è vuoto. Allora tu ne prendi al volo uno al
banco, strizzi l’occhio al barman e glielo offri.
«Cos’è?» chiede lei.
«Non ne ho idea. Ma sono sicuro che è ottimo. Conosco il
barman.»
«Eh, certo, perché tu conosci tutti qui, vero?»
«In un certo senso. Ma tu perché conosci me?»
«Mi chiamo Alessandra Durante. Sono un’amica di Claudio
Elli.»
«Ah! Hai capito l’ex bancario… Devo fargli i complimenti
appena lo vedo.»
«Gli farà piacere, ma non ti scomodare. Sono una sua amica.
Non la sua amica.»
«Questo fa piacere anche a me.» E questo sei tu, Jack. Il
miglior fregapromotori sul mercato. L’uomo che ha sempre
la risposta pronta. E, a proposito, rispondi a questa
domanda: Céline? Céline chissà dov’è. Quando ne avresti
più bisogno lei non c’è mai. Ultimamente quando c’è rompe
i coglioni. Ora però sei qui, hai il magone, e la sorte ti manda

una bella donna. Fare due chiacchiere non è peccato.
«Sicché tu sei il grande Jack. Claudio parla sempre di te, speravo
di conoscerti prima o poi.»
«E cosa dice di me?»
«Che sei un promotore finanziario di quelli tosti.»
«Esagera. Mi piacciono quelli come lui ma…»
«Ma?»
«Niente. E tu di cosa ti occupi?»
«Ahia, temevo la domanda.»
«Perché, sei del fisco?»
«Peggio.»
«Peggio del fisco c’è solo una cosa.»
«Appunto.»
«No, non posso crederci…»
«Credici.»
«Sei una giornalista.»
«Beh, cos’hai contro i giornalisti?»
«C’ho preso, eh?»
«Prima dimmi che cos’hai contro i giornalisti.»
«E per di più una giornalista economica.»
Alessandra indossa un abitino stretch e non porta le calze. Si
siede su uno sgabello alto, davanti al bancone, e accavalla le
gambe. «Bravo, c’hai preso. Ma come facevo a sapere che tu
i giornalisti non li sopporti?»
«Te l’avrà detto Claudio.»
«Sarebbe troppo semplice.»
«E allora?»
«E allora, te l’ho letto in faccia. Fare il giornalista serve
anche ad affinare certe doti di fisionomista. Quando uno fa
un mestiere come il tuo, ha un fisico e una faccia come i

tuoi, non ama la gente che ficca il naso negli affari degli altri
e quindi, almeno potenzialmente, nei suoi.»
Si vede che è il tuo destino, Jack, avere a che fare solo con
donne intelligenti. Tu ambiresti a qualche modella oca, a
qualche attricetta di quelle che la danno per avere, a un bel
soprammobile da portarsi in giro ben chiuso nel cellophane
trasparente, e invece ti toccano sempre donne intelligenti,
che ti danno del filo da torcere.
«E cosa avrebbero la mia faccia e il mio mestiere per farti
capire che non mi piacciono i giornalisti?»
«Le giornaliste ti piacciono?»
«Diciamo che ci sono donne che mi piacciono. E pazienza
se poi fanno le giornaliste. Ma non svicolare, rispondi alla
domanda.»
«Io non svicolo, Jack. Non svicolo mai. Balli?» E scende
dallo sgabello appoggiandosi alla tua spalla. La gonna
stretch le sale sulle cosce. Sale molto. Al punto che ora puoi
dire che, se porta le mutandine, le porta nere.
Non ci vuole molto per intrigare un uomo, penserà lei.
Ed è vero.
Mentre ballate, Alessandra ti prende per mano e ti guida. Tu
balli abbastanza bene, come può ballare un tizio che pesa un
quintale ed è alto uno e ottantanove. Cioè con un po’ di prudenza.
È una faccenda inconscia. Quando uno ha una certa
mole impara a muoversi con attenzione. Alessandra ti tira, e
si lascia tirare da te. Ride molto, Alessandra, ma all’improvviso
è forse proprio quest’ilarità che ti fa tornare in mente il
suicidio di Santini. E questo ricordo è una fitta, un dolore
talmente acuto da mozzare il respiro.
Per questo ti stacchi da Alessandra e ti avvii verso l’uscita.

«Dove vai? Guarda che anche se mi hai pestato i piedi trenta
volte non ce l’ho mica con te» dice Alessandra, che ti raggiunge
proprio al limitare della pista, prendendoti per la
manica.
«Scusami, non me la sento più di ballare.»
«Ti capisco.»
«Perché?» Ti arresti e la guardi. «Perché mi capisci?»
«Mi è sembrato di sentir dire che un tuo amico si è suicidato.
Se ne vuoi parlare, ti ascolto volentieri.»
Improvvisamente, ti scrolli la mano di Alessandra dalla
manica. «Non ho voglia di parlare di niente e di nessuno.
Tanto meno con una giornalista impicciona. Buonanotte.»
Ed esci dal locale come se fossi inseguito.

Nel limbo

Che cosa ti inseguiva quella sera, Jack? Era il tuo rimorso o
la paura che una giornalista potesse raccontare sul suo giornale
una storia che non ti sarebbe piaciuta neanche un po’?
Sei arrivato a casa, ti sei scolato una bottiglia d’acqua, come
se avessi dentro l’inferno a bruciarti, ti sei spogliato buttando
tutto per terra. Poi hai aperto l’armadio e ne hai tirato
fuori un vecchio cineproiettore, di quelli per i filmini in
superotto. L’hai piazzato davanti al divano, hai sgombrato la
parete davanti all’obiettivo e ci hai messo su un filmino.
Sono comparse tre persone, un po’ sbiadite, su una spiaggia.
C’è un uomo che in qualcosa ti assomiglia e una donna…
anche lei ti assomiglia. E un bambino di cinque anni, che
non ti assomiglia affatto. Ma che sei tu.
Cosa ti inseguiva quella sera, Jack? E quante volte ti sei visto

quel filmino, con i gomiti poggiati sulle ginocchia e i palmi
delle mani a sostenere il mento, quella sera?
Quante volte, prima che il destino che ti inseguiva suonasse
alla tua porta?

Milano, casa di Jack La Mosca
Ore 3.29 del 13 marzo

«Arrivo.»
Inciampi nel filo del proiettore. Accendi la luce. Chi cazzo
può essere a quest’ora? «Arrivo!»
La porta d’ingresso ha uno spioncino, ma non ci guardi mai.
Quando uno ha la tua stazza non riesce ad avere contatti
con molte cose che finiscono in “ino”. Per cui alla fine apri,
improvvisamente, bruscamente. Sei in canottiera e mutande.
Ma quando ci pensi è troppo tardi.
Davanti a te c’è Alessandra.
«Tu cosa ci fai qui?»
«Tu gli ospiti li ricevi sempre con questa mise?»
«Scusa… È che non aspettavo nessuno, a quest’ora.»
«Non mi fai entrare?»
«Sei una ficcanaso che non molla, eh?»
«A volte.»
«Entra. Io intanto vado a mettermi qualcosa addosso.»
Fai strada ad Alessandra verso il soggiorno, e lungo la strada
raccogli il soprabito, la giacca, la camicia e la cravatta, i pantaloni,
le calze e le scarpe. Ne fai un fagotto e scompari in
camera tua. Quando ne esci, ti sei messo i pantaloni della
tuta e un pullover scalcagnato.
«Sai, stavi meglio prima» dice Alessandra, dopo averti squa-

drato per qualche istante.
È seduta sul divano, dietro il proiettore. Ti affretti a raccogliere
i film. «Davvero? Beh, te l’ho detto: non aspettavo
visite a quest’ora.»
«Lo sapevo che i promotori finanziari sono senza fantasia»
commenta Alessandra. «Sei andato via così, senza neanche
darmi il tuo cellulare…»
«Già, come hai fatto a venire fino a qui? Io il mio indirizzo
non te l’ho dato.»
«Che mestiere faccio te lo ricordi?» Alessandra sorride, mentre
tende la mano verso il bicchiere di whisky che le porgi.
«E devi anche essere molto brava.»
«Questo lo dicono in molti. Mi piacerebbe avere anche il tuo
giudizio, ma non stasera. Stasera voglio che tu ti sfoghi con
me. So che hai bisogno di parlare e di qualcuno che ti stia a
sentire. E io sono qui per questo.»
«E chi ti manda? Il Sole 24 Ore?»
«Non essere tanto presuntuoso. Diciamo che mi manda
l’Esercito della Salvezza. Hanno saputo che sei bisognoso di
assistenza e mi hanno mandato a salvarti.» Alessandra ti
invita a sederti vicino a lei. «E mi hanno detto che posso
usare qualunque mezzo per riuscirci.»
Ma è mai riuscita, qualcuna al mondo, ad accavallare le
gambe con aria più invitante?

Nel limbo

C’è stata una volta che mi sei piaciuto davvero, Jack. Chissà
se te ne ricordi.
Passeggiavi in piazza Vetra, avevi appena comprato le Coin

ordinarie e per questo ti davi arie di saperla lunga sui grandi
magazzini con una bella signora che portava in giro il suo
chihuahua.
A un certo punto arriva come un razzo un pitbull che si
avventa sul cagnolino della signora, lo addenta e se lo sta per
mangiare in un boccone. Panico del cane che si mette a guaire,
panico della signora che si mette a sbraitare. E tu non ci
hai pensato due volte: hai afferrato il pitbull per il guinzaglio
a strozzo e ti sei messo a tirare.
Il cane ringhiava. Tu bestemmiavi. Poi è arrivata la padrona
del pitbull che urlava, la tua amica era semisvenuta, il suo
cagnolino non ci capiva niente (ma questo è normale con i
chihuahua) tra le fauci del pitbull che non mollava. E tu
tiravi. Finché a un certo punto gli hai morso l’orecchio, al
pitbull. Allora il mostro lascia andare il chihuahua e si mette
a guaire. Ma tu mica molli. Meno male che tra la gente che si
era assiepata due hanno avuto il coraggio di prenderti per le
spalle e strattonarti. Che cazzo volevi fargli a quel cane,
Jack? Mangiartelo?
La cosa più divertente è stata poi che, quando la situazione si
è un po’ calmata e si è capito che, in fondo, nessuno, né
uomini né animali, si era fatto poi troppo male, hai cominciato
a distribuire biglietti da visita tra la piccola folla che si
era radunata per godersi lo spettacolo di un uomo che
morde un cane, e ti sei messo a cercare clienti.
Quello era lo spirito che mi piaceva di te, Jack. Eri uno
capace di mordere un pitbull. Non quando te lo sei fatto
mettere nel culo senza vaselina. Non ora che passi le serate a
ubriacarti di sciroppo per la tosse.
Decisamente non ora, Jack.

Jack, ci sei ancora?
No, mi sa che ti sei addormentato. Troppi sedativi.

sede Nattan Bank
Ore 10.00 del 26 luglio

Le tegole non arrivano tutte insieme. Partono da chissà
dove, da un luogo oltre il sistema solare, e poi si dirigono
con calma sulla tua testa. Quando ancora non ci pensi neanche,
loro sono già in viaggio. E poi ti bersagliano a poco a
poco, con calma, con costanza, senza fretta, gustandosi
anche la tua illusione che i guai siano finiti.
E così, il giorno prima di andare in vacanza, a un mese dalla
quotazione in borsa, Marco “Facciadimerda” Mancini arriva
alla riunione degli area manager con un’aria contrita, anche
stavolta spalleggiato dall’avvocato Sturli. Il gatto e la volpe:
ma chi è il gatto e chi è la volpe?
«Cari amici, voglio augurarvi buone vacanze. Credo ve le
siate davvero meritate, benché non tutti abbiano raggiunto i
risultati previsti. Anche per questo siamo costretti a rimandare
sine die la distribuzione delle azioni che vi avevamo anticipato.
La proprietà della banca, infatti, non ha voluto più
assegnarle. Io non ero del tutto d’accordo, ma sapete
com’è… ho dovuto chinare la testa.»
Tumulto generale. Dal fondo si sente una voce: «’azzo dici, a
Mancì?»
«Imperiali, guardi che ha un accento inconfondibile… Mantenga
il contegno.»
«A ’mbesuito! A un mese dalla quotazione ci viene a dire ’ste
frescacce!» controbatte una voce.

«Forse siete delusi ma ho voluto garanzie che si tratti solo di
un rinvio, e così sarà. Infatti la proprietà non è soddisfatta
dei risultati attuali, ma se…»
«Dottor Mancini! Si rende conto di quel che dice? Tra qualche
giorno quasi tutti noi siamo in ferie, poi a settembre c’è
la quotazione in borsa, e proprio oggi ci chiede di rinunciare
alle nostre stock option?»
«Dottor Innocenti, non ho parlato di rinunciare.»
«Sui giornali rilasciate interviste e dichiarazioni di serietà e
poi non mantenete gli impegni presi nemmeno con noi.»
«Si tratta solo di un rinvio a un futuro prossimo.»
«Che discorso da interista…» fa un’altra voce.
Mancini vorrebbe prendere al volo l’occasione per cambiare
discorso… «Beh, perché?»
«Perché il futuro prossimo degli interisti è mai. E mi sa che
vedremo le azioni quando l’Inter rivincerà lo scudetto» continua
la stessa voce.
Sturli ridacchia.
«Ah, vede che avevo ragione?» insiste la voce.
«Ma no…» si difende Mancini, «che dice…»
«Dico che qui ci state prendendo per il…»
«Non è questo il punto, ve l’assicuro. Del resto, cosa volete,
questa della distribuzione delle azioni era un di più che la
proprietà aveva pensato di accordarvi. Le altre banche non
fanno nulla del genere.»
«Eh no, caro amministratore: le banche serie hanno promesso
e poi assegnato azioni ai propri promotori finanziari.
Il management ha mantenuto le promesse.»
«Anche noi eravamo pronti a farlo. E poi…»
«… E poi» intervieni tu, «non è affatto vero che questa

distribuzione era un di più. Smettiamola con questa storia.
Voi ci avete tenuto buoni per anni con la promessa delle
azioni. Con questa promessa, ci avete fatto digerire le nuove
clausole contrattuali, i vincoli, le penali, i budget pazzeschi
che avete continuato a fissarci nonostante le difficoltà del
mercato. Queste azioni erano parte del nostro guadagno. C’è
scritto nero su bianco sul mandato.»
Ehi, Jack, quando parli così ti alzi sempre in piedi. Uno che
ha un fisico come il tuo fa bene a sfruttarlo. Ma l’avvocato
Sturli è un serpente, esile, flessuoso e non ha mai avuto
paura degli orsi bruni.
«Innanzi tutto lei, La Mosca, non ha firmato niente.»
Anche lui si è alzato. È alto quasi quanto te, Jack, ma peserà
mille volte meno. Come una lunga, sottile capsula di cianuro
che può uccidere un elefante. «Poi a quanto mi risulta negli
ultimi mesi il suo gruppo ha continuato a non vendere
Galaxy e lei ha reclutato… aspetti, mi faccia vedere…» C’è
una pausa di silenzio. Sturli tira fuori dei fogli, li guarda:
«Nessuno. Ecco, non ha reclutato alcun promotore. Quindi,
capirà, è proprio l’ultima persona a poter parlare. In più,
chissà perché ma tutti i suoi clienti non hanno accettato le
nuove condizioni di conto corrente e possono cambiare
banca quando vogliono».
«E allora? Ha paura della libera concorrenza? Io no.»
«Poi c’era scritto chiaramente che Nattan Bank si riservava
di decidere, fino a un mese dalla quotazione in borsa, in
quale modo suddividere le azioni.»
«Certo, questo è vero. Ma decidere in quale modo suddividere
le azioni non c’entra nulla con il fatto che verranno
distribuite.»

«Appunto, caro La Mosca. Dove sta scritto che verranno
distribuite?»
Come piomba il silenzio in una camera da letto in cui i due
amanti, legati nell’amplesso, fino a un istante prima gemevano
e ansimavano, quando il marito, ritenuto lontano e
ignaro, irrompe e accende la luce all’improvviso, così nella
sala riunioni della Nattan Bank a tutti si mozza il respiro e il
gelo cala in tutti i cuori. Dopo qualche istante di silenzio
assoluto, si comincia a sentir frusciare i fogli dei contratti, un
fruscio sempre più spasmodico, accompagnato da un brusio
sempre crescente, ma che presto si spegne. Jack è rimasto in
piedi. Gli altri area manager si guardano l’un l’altro. Mancini
fa finta di essere assorto nella lettura del Sole 24 Ore.
L’avvocato Sturli, tornando a sedersi, a voce bassa, ma scandendo
bene ogni parola, conclude: «Bene, e ora, ingegner La
Mosca, pensa di farci causa?»

Nel limbo

Il tuo limbo, Jack, è una camera d’ospedale. Tutto è bianco, i
muri, le fasciature, le lenzuola. Come l’avvocato Sturli.
Ogni tanto ti viene a trovare qualcuno. A volte sei sveglio, a
volte no. Se viene Francesca non ti sveglia. Capisci che è
venuta perché ti lascia sempre qualcosa sul comodino. Il
giornale, che tanto non leggi. I biscotti, le arance. Se viene
Giovanni, invece, ti sveglia, non ci sono cazzi. Comincia a
raschiarsi la gola, a tossicchiare. Ma ti piace che ti svegli. Ora
poi che gli hai raccontato la tua storia, ti senti proprio a tuo
agio. E anche lui è a suo agio. Fa progetti di riscatto. Tu mica
tanto. È che ti senti stanco. Lui vorrebbe partire alla

riscossa, poi ti guarda, tutto fasciato come sei, e scoppia a
ridere.
Viene a trovarti anche Alessandra Coscialunga Durante. Lei
arriva e ti fa sognare. Ammettilo che ti piacerebbe vestita
con un camice attillatissimo, da cui le tette sembra che debbano
esplodere da un momento all’altro, e con la croce rossa
sul cappellino. Sogni che si chini su di te, lasciandoti sbirciare
nella scollatura e ti provi la pressione, o ti controlli i
battiti del cuore con lo stetoscopio. Lei invece ti parla di
economia e finanza, e se è venuta a trovarti è perché una
sera un amico della cronaca nera, che era di turno al pronto
soccorso, l’ha chiamata dicendole che era stato ricoverato un
tale che diceva di essere un promotore finanziario e che
l’avevano pestato di brutto. Donne in carriera! Mangia la
foglia, fa un salto al reparto Grandi Sfigati, e da quel
momento hai avuto anche tu la tua infermiera tuttosesso
personale da sognarti. Tu, che ti ricordi ancora di quella sera
a casa tua, tu che lavori di fantasia. Lei, invece, non sembra
neanche ricordarsi che siete andati a letto insieme. Ti chiede
come mai non hai sporto denuncia per l’aggressione. Se
pensi che i mandanti possano essere quelli della tua ex
banca… Ma figurati, lascia perdere, impossibile!
«Ma allora… Hai dei nemici fuori?»
«No. Assolutamente no» rispondi tu.
«Dai, dammi qualche spunto.»
Le dici che se c’è una cosa su cui ti piacerebbe indagare è
che rapporti potrebbero esserci tra la Niscagi e la Nattan.
Lei ti ringrazia con un bacio sulla guancia, ma abbastanza
vicino all’angolo delle labbra, e va.
Un altro che ti viene a trovare ogni tanto è un vecchio com-

pagno delle scuole elementari, Mirko Cascetti. Ma pensa,
quello non lo vedevi da più di vent’anni e te lo ritrovi che si
affaccia alla porta della tua camera. È lì che va e viene un
paio di volte la settimana per farsi delle infiltrazioni alla
spalla e ti ha visto per caso. Questo ti fa piacere. Ti fai raccontare
un sacco di cose, e anche tu gli racconti le tue. Che
coincidenza: Mirko è stato per tanti anni nella polizia e ora
ha una sua agenzia di investigazioni. Fa il detective.
«Potresti darmi una mano a scoprire chi mi ha menato?»
«Potrei, ma non ne ho voglia, Jack. Da quel che ho capito sei
finito in un affare più grosso di te e sarebbe meglio che
lasciassi perdere se non te lo vuoi ritrovare nel culo. Ti
farebbe male.»
«Ma cosa te lo fa pensare?»
«Mah, non si picchia un tale solo perché ti vuole fare causa.
E neanche perché ti porta via qualche cliente. Magari lo picchio
se sono il fruttivendolo sotto casa. Ma se sono una
banca, che cosa cazzo vuoi che me ne freghi?»
«Quindi?»
«Quindi c’è sotto qualcos’altro. Qualcosa che hai toccato
senza neanche accorgertene, e ora farai meglio a fargli capire
che ti scusi e che non volevi disturbarli.»
«Vabbè, ma a chi? A chi devo farlo capire?»
«Questo non lo so e non lo voglio neanche sapere. Però
sono sicuro che se tu volessi farglielo capire, loro lo capirebbero.
»
«Insomma, devo proprio lasciar perdere?»
«Mah, tu che dici?»
«Io dico che è troppo tempo che da qualunque parte mi giro
non faccio altro che mangiare merda. Comincio a stufarmi.»

«Ci sono due scuole di pensiero: una dice che se qualcuno ti
ha fatto mangiare troppa merda puoi cominciare a pensare
di fargliela pagare. L’altra dice che se qualcuno ti ha fatto
mangiare troppa merda ti conviene chiudere la bocca, per
non mangiarne più. Quando uno è un pesce piccolo – e tu,
Jack, sei un pesce piccolo, piccolissimo – sa già cos’è meglio
fare.»

Milano, sede Nattan Bank
Ore 11.10 del 26 luglio

Mentre torni dalla riunione, pensi soltanto che devi sfogarti
con qualcuno. Qualcuno deve pagarla. E così prima te la
prendi con Francesca raccontandole tutto come un fiume in
piena e poi, quando ti chiama Céline, ti trasformi nel disastro
del Vajont. Forse, chissà, dovevi ancora farti perdonare
di averla tradita con Alessandra quattro mesi prima. Ecco
perché la aggredisci con tanta veemenza.
«Me l’hanno messo in quel posto, Céline, cosa vuoi che ti
dica!»
«Come? Non capisco.»
«Non capisci perché non te ne è mai fregato niente del mio
lavoro. Mi hanno preso per il culo per tanti anni e alla fine
ecco il risultato.»
«Di che parli, si può sapere? Calmati e spiegami.»
«Mi calmo un paio di palle! Da quanti anni lavoro in Nattan?
Dieci. E da quanti anni mi prendono per il culo? Dieci.
Ecco.»
«Non mi stai facendo capire niente.»
«È che non so che fare, adesso. Mi verrebbe voglia di man-

dare tutto a puttane e di andarmene. Ma ci ho investito
troppo in questa banca del cazzo. Non gliela darò questa
soddisfazione.»
«Perché dovresti andartene, si può sapere?»
«Perché finisce che mi sbattono fuori loro con un calcio nel
culo. Tanto lo so che finirà così. Quello Sturli, quella
medusa, non aspetta altro.»
«Jack, sei il migliore sulla piazza, perché dovrebbero mandarti
via?»
«Basta, anche tu ti ci metti con tutte queste cazzo di
domande! Non ne posso più!»
«Jack, ho capito, in questo momento non si può ragionare
con te. Vediamoci a pranzo, ti va?»
«Sì, sì, mi va. All’una?»
«Ok, ma non al baretto. Vediamoci al San Tomaso.»
«Perché?»
«Beh, adesso sei tu che fai troppe domande. Obbedisci e
basta. E passami Francesca. Almeno da lei spero di riuscire a
farmi raccontare qualcosa.»

Nel limbo

Céline, Céline, luce dei miei occhi, carne dei miei pensieri…
No, non era così, ma insomma. Da quando sei all’ospedale,
Céline non è venuta a trovarti, non ti ha telefonato. Tu hai
provato a chiamarla sul cellulare: o suonava a vuoto oppure
era irraggiungibile. A casa, la segreteria dopo un po’ non ha
accettato più messaggi. Segno che, se li ha sentiti, non li ha
cancellati. Ma è più probabile che non li abbia neanche sentiti.
Ha provato anche Francesca a chiamarla, però non te

l’ha detto, per non farti star male.
Quand’è che l’hai persa, Céline? O forse non l’hai mai posseduta.
Forse, anche quando si faceva stringere, quando si
faceva baciare, quando facevate l’amore per tutto il fine settimana
non ti apparteneva. Già, ultimamente non avevate
fatto altro che litigare. E quando, al San Tomaso, ti ha fatto
quella proposta che ti era sembrata un’idea così brillante, in
realtà ti stava già ingannando. Anche lei, come tutti gli altri.

Milano, Osteria San Tomaso
Ore 13.00 del 26 luglio

«Come mai ci vediamo in questo locale, che tra l’altro mi sta
sulle scatole?”
Ti guardi intorno con aria schifata. Il locale però non è così
terribile. Anzi, è arredato in finto rustico fiaschetteria-osteria-
priminovecento, con le targhette in ceramica o in metallo
smaltato e una bell’ombra fresca. Almeno non è nel solito
stile assiro-babilonese, radiche, ori, stucchi, fregi e specchi,
che ti fa sembrare di essere sul palcoscenico del Nabucco.
«Non volevo avere tra i piedi tutta la Nattan Bank» ti
risponde Céline.
«Ah, buona idea. Comunque, scusami per prima. Adesso ti
racconto con calma cos’è successo.»
«Lascia stare. Mi sono fatta dire tutto da Francesca. Mi sono
accorta che tu non eri… ehm, diciamo così, in grado di
intendere e di volere.»
«Ci mancherebbe altro! Ma ti rendi conto? Non avrò più le
azioni! E io che cosa ho lavorato a fare tanti anni? Gli avrei
rovesciato il tavolone addosso e me ne sarei andato seduta

stante!»
«E avresti fatto male.»
«Avrei fatto benissimo.»
«Jack, calma. Stammi a sentire un momento. Ho un’idea.»
Squilla il tuo cellulare: «Le Wells Fargo? Le abbiamo comprate
a 58 dollari e 11 centesimi… Ok a presto».
«Cosa avete comprato?» ti chiede Céline.
«Azioni della Wells Fargo, una delle più grandi banche al
mondo.»
«Wells Fargo. Mai sentita.»
«Non c’è in Italia.»
«Per cui, anche volendo, non potresti trasferirti da loro…» fa
Céline, cercando di sdrammatizzare. Ma tu, naturalmente,
sei lontano da lei mille miglia.
«Ma smettila! Figurati se quelli vengono qui a cercare promotori.
»
«Pazienza. Allora vuoi sentire la mia idea o no?» ti chiede
Céline.
«Sentiamo, gli brucio l’ufficio con il lanciafiamme?» le
chiedi.
«No. Ho un’idea seria, che può trasformare questo guaio in
un’opportunità.»
«Oh, no, anche tu… Basta con questo linguaggio da markettari.
»
«Adesso taci, per favore… Arriva il cameriere. Ordina e ne
parliamo con calma.»
«Ok.»
«E intanto dammi un bacio.» Tu obbedisci volentieri. Poi
ordinate, e lei continua: «Allora, ascolta. Ho pensato alla
situazione. Nonostante quel che dice Sturli, i promotori che

hanno firmato i nuovi accordi hanno gli estremi per denunciare
la banca per inadempienza. E tu potresti anche andartene
portandoti con te tutti i tuoi, che credo siano
abbastanza stufi della Nattan e di tutta la baracca. Ma è davvero
questo che vuoi fare?»
Ti fermi con un sedano in bocca. «No, direi di no. Cioè, è
evidente che non mi va di ricominciare da zero da un’altra
parte. Se fosse possibile, preferirei senz’altro che le cose si
appianassero, mi dessero quel che mi spetta e mi facessero
fare il mio lavoro in pace.»
«Appunto. Ma sei disposto a lasciar perdere il discorso delle
stock option in cambio della sicurezza?»
«Avere tutte e due le cose non è possibile?»
«Non lo so. Di certo, però, adesso è importante che tu ti pari
il culo. Sturli e Mancini hanno scelto di fare i duri: accordi
capestro, niente azioni, domani vi abbasseranno le provvigioni
e magari vorranno anche sapere per chi votate alle
amministrative. D’accordo, ma devono capire che non
hanno tutte le carte in mano. Qualche carta ce l’hai anche
tu.»
«E sarebbe?»
«Sarebbe che, innanzi tutto, una causa per inadempienza
contrattuale, per quanto sia improbabile che tu la vinca – ma
secondo me non è affatto improbabile – è sempre una grana
che una banca dovrebbe cercare di evitare.»
«Specialmente adesso che vogliono quotarsi in borsa.»
«Bravo. Specialmente adesso. In secondo luogo, il rischio
che tu te ne vada portandoti dietro i tuoi clienti e i tuoi promotori
c’è. Terzo, sei davvero uno dei migliori promotori e
reclutatori sulla piazza. Perché mai dovrebbero volerti con-

tro?»
«Uhm… È un ritratto molto lusinghiero, ma non so quanto
Sturli sia disposto a sottoscriverlo.»
«Questo lo vedremo subito. Leggi qua.» Céline estrae dalla
borsa un foglio protocollo e con un sorriso d’intesa te lo
passa. «Ecco, io ti ho dato l’idea. Ora, quello che devi fare tu
è far credere a quelli della Nattan che non sia un’idea tua, e
tanto meno mia, ma loro.»
E tu, Jack, prendi il foglio e cominci a leggerlo.

Milano, sede Nattan Bank
Ore 11.30 del 27 luglio

Giorgio Salutti è il direttore generale della Nattan Bank. Un
tipo giovane, determinato. Simpatico. Infido. È più giovane
di te, Jack, e ha più potere. Ma tu sei un orso bruno e hai
delle cose interessanti da dire. E poi, sai come parlargli. Lui è
uno che se lo affronti di petto, dicendo pane al pane, ti sta a
sentire. Sai che non devi usare giri di parole. Anzi, tiragli
pure qualche stoccata. Si divertirà a risponderti per le rime.
«Come mai questo incontro proprio a ridosso delle ferie, La
Mosca? Non ci potevamo vedere al rientro?»
«Sa, Salutti, ho pensato che in questo modo avreste avuto un
po’ di tempo per pensarci su. Così, a settembre, potrete già
darmi una risposta.»
«Se crede che io in ferie pensi al lavoro, glielo dico subito: è
tempo perso. L’unica cosa a cui penso e che mi ricorda
l’inverno è l’Inter. E non faccia dell’ironia. Non è perché
sull’Inter non splende mai il sole, ma per quelle belle serate
fredde allo stadio… Eh, certe cose, se uno non le ha provate

non può capirle.»
«Ah, guardi, io allo stadio non ci sono mai andato.»
«Davvero? Non le piace lo sport?»
«No, lo sport mi piace. Ho fatto boxe venti chili fa. È il calcio
che non mi dice nulla.»
«Beh, non vorrà picchiarmi per la storia delle stock option?»
«Ho solo risposto alla sua domanda. Non vado certo in giro
a picchiare la gente.»
«Meglio così. Allora, a cosa debbo la visita? Tra due giorni
vado in ferie e le posso assicurare che quel che mi dirà oggi
l’avrò completamente dimenticato prima ancora di partire.»
«Per questo le lascio un memorandum. Dottor Salutti, che
promotore sarei se non conoscessi questi trucchetti?»
Salutti scoppia a ridere: «E bravo, La Mosca. Sentiamo allora
di che si tratta».
«Sa la novità, no?» lo incalzi tu.
«No. Di che parla?» chiede Salutti.
«Sa di cosa parlo. Ne ha accennato lei stesso poco fa.»
«Si riferisce alle stock option che sono state rimandate?»
«Rimandate? Diciamo che la Nattan non è mai stata tenera,
ma ora, da quando siete pappa e ciccia con quell’avvocato,
quello Sturli, siete diventati delle iene.»
«Eh, che paroloni. Lo sa anche lei che quotarsi in borsa è
una cosa seria. Gliel’ho detto, e ve l’ha detto anche Mancini:
si tratta solo di un rinvio.»
«Va bene, va bene. Farò finta di crederci. Ma non è questo il
punto. Il punto è che io, dopo gli ultimi sviluppi, non mi
sento più sicuro in Nattan. Ho visto che contratti fate firmare
e che potete sbattere fuori la gente come vi pare.»
«Ma noi non abbiamo nessuna intenzione di fare a meno di

lei, La Mosca, lo sa bene.»
«Lo so e non lo so.»
«Ma via! È uno dei nostri uomini migliori.»
«Sì, però sono anche uno dei pochi, ancora, che non ha vincoli
e patti. Non ho firmato i nuovi contratti. Non mi avete
completamente sotto il vostro controllo, me ne posso
andare quando voglio. E questo potrebbe non piacervi, specialmente
adesso che state per quotarvi in borsa.»
«Già. Com’è che non ha firmato niente?»
«Perché io il mandato di promotore già ce l’avevo, perciò
non mi sono lasciato attirare dalle sirene del pagamento di
bonus per firmare patti di non concorrenza, vincoli e penali
studiati ad hoc da quella iena di avvocato che avete preso. I
miei clienti, poi, possono cambiare banca liberamente come
me. La libertà, caro Salutti, vale più di qualche migliaio di
euro.»
«La capisco, ma non sono d’accordo, perché i bonus io li
avrei presi: in fondo, i soldi sono anche un criterio di valutazione
della libertà. Quindi, cosa vuole?»
«Voglio essere sicuro che non mi caccerete. Sa, cercarsi
un’altra banca mentre si ha un contratto è una cosa. Cercarsela
mentre si è disoccupati è un’altra.»
«Uhm… Però la vuole un po’ troppo comoda, La Mosca.
Non può volere la sicurezza di lavorare con noi se, al contempo,
non ci dà la sicurezza di non piantarci in asso da un
momento all’altro.»
E qui, Jack, sorridi.
«Ha ragione. Ci ho pensato. Eccolo, il promemoria. Io mi
impegno a non lasciare la Nattan se voi vi impegnate a non
licenziarmi. Visto che lei ha detto che, in ogni caso, non

volete fare a meno di me, non vi sto chiedendo niente di trascendentale.
E anch’io, le dirò, non ho alcuna intenzione di
andare da qualche altra parte.»
«Insomma lei ci proporrebbe un contratto che ci vincola a
vicenda.»
«Esatto. In questo modo saremmo tutti più tranquilli.»
«Devo pensarci.»
«Vede che avevo ragione a dirle che l’estate era il momento
giusto per pensarci? E che facevo bene a lasciarle un memorandum?
E chi viola il patto paga quattro milioni di euro.»
«Quanti? Bum! Spara grosso, La Mosca. E a lei chi li dà
quattro milioni di euro?» Sempre sorridendo, mentre gli lasci
il foglio di Céline, Salutti aggiunge: «Mi devo consultare con
l’avvocato Sturli».
«Questi contratti in banche d’affari come la nostra sono
all’ordine del giorno e lei ha bisogno di consultare Sturli?»
«Sono frequenti per i dirigenti, ma non con i promotori.»
«E allora? Non può decidere da solo? Non è lei il capo in
testa?»
«La Mosca, guardi che non mi sta vendendo una polizza.
Ora ci manca anche che mi dica di firmare subito così faccio
una bella sorpresa a mia moglie.»
«Eh, appunto, non ci ha pensato?»
Salutti si alza, sorridendo, e ti tende la mano: «Buone
vacanze, La Mosca. E si diverta. Le prometto che a settembre
le faccio sapere subito qualcosa. Nel frattempo, però, mi
prometta anche lei una cosa».
«Dica.»
«Si faccia un abbonamento a qualche pay-tv e cominci a
interessarsi all’Inter. Qui dentro per far carriera, glielo dico
in confidenza, è una condicio sine qua non.»

Nel limbo

Ti ricordi quel giorno, eh, Jack? Sei uscito dall’ufficio di
Salutti che quasi ti mettevi a ballare. Hai telefonato subito a
Céline dicendole che avevi gettato l’amo. Bisognava solo
aspettare che i pesci abboccassero. Non lo sapevi che l’unico
grosso stupido scorfano eri tu.

Milano, sede Nattan Bank
Ore 15.02 del 30 luglio

Mentre stai per entrare nella sede centrale della Nattan per
andare all’appuntamento che, in modo del tutto inatteso,
Giorgio Salutti ti ha fissato proprio per quel venerdì prima
di partire per le ferie, inciampi in un ostacolo e stai per
cadere. Barcolli un attimo, quindi ti volti per vedere di che
cosa si tratta. È un piccolo mendicante seduto sul marciapiede,
la schiena appoggiata al bugnato del palazzo, una
gamba tesa col piede nudo, rattrappito. Hai inciampato nella
sua gamba. Non sai se prenderlo a male parole o scusarti
quando leggi il cartello che ha al suo fianco. È sottosopra,
non si è accorto di averlo poggiato alla rovescia. Ti fermi,
pieghi la testa da un lato.
SCUSATEMI NO CELO LAVORO.
NO CELO CASA NO CELO FAMILIA.
AIUTATEMI CON PICOLA OFERTA
Il ragazzino tende la mano. Tu sai con certezza che la gamba
non è rattrappita, che finge, però a guardarla ti si stringe il

cuore. Sai con certezza che non gli vorresti dare neanche un
centesimo, però tiri fuori dalla tasca un biglietto da cinque
euro. Sai con certezza che te ne dimenticherai un istante
dopo, però gli chiedi come si chiama.
«Mi chiamo Jack» esclama il ragazzino.
Salutti ti sta aspettando nel suo ufficio con Sturli. Mentre
entri, li senti che danno sfogo alle loro passioni.
«Guarda, Sturli, che paragonare l’Inter all’Arsenal vuol dire
non capirne proprio niente di calcio!»
«A me pare che il discrimine tra quelli che ne capiscono e
quelli che non ne capiscono passa tra chi tifa qualunque altra
squadra e chi tifa Inter.»
«Ehi, qui si passa alle offese! Perché, secondo te tifare Milan
è una cosa onorevole? Ma lo sai che un tuo famoso collega
avvocato ha lo stemma del Milan stampato nel cesso?»
«Giorgio, è solo invidia, mio caro. Semplice, micragnosissima
invidia.»
«Ma che invidia e invidia. Son capaci tutti di vincere lo scudetto
pagando gli arbitri.»
«Ah, ma ora sei tu che offendi. Guarda che ci metto poco a
denunciarti per diffamazione.»
«Figurarsi… Ah, ecco l’ingegner La Mosca. Si accomodi, si
accomodi. Sai, Sturli, che l’ingegnere mi ha confessato che
di calcio non ne capisce nulla?»
«Incredibile. Mi sembra assurdo. E di cosa si interessa, La
Mosca?»
Tu, Jack, ci metti un attimo a riprenderti dallo stupore di
vedere Salutti e Sturli chiacchierare di calcio come se fossero
al bar sport. Solo un attimo. È anche per questo che mi

piaci.
«Beh, non è che se uno non si interessa di calcio non ha più
nient’altro di cui interessarsi.»
«Ah sì? Perché, cos’altro c’è?» chiede Salutti con una faccia
esageratamente stupefatta.
«Le donne, ad esempio.»
«Ah, no, niente da fare. Troppe grane, troppi impegni»
replica Salutti, scoppiando in una risata.
«Ecco, perché invece tenere all’Inter grane non te ne dà?»
insinua Sturli.
«Beh, sì, ma è diverso» replica Salutti, «se ti guardi una partita
a un certo punto puoi alzarti per andare a pisciare.
Quando parli con una donna, invece, figurati: quelle
vogliono la tua attenzione ventiquattr’ore su ventiquattro e
senza distrazioni. Che ne dice lei, La Mosca?»
«Oddio, che le donne siano un po’ rompiscatole non ci
piove. Però, almeno con loro non ci si addormenta. Mentre
io, davanti a una partita, tempo dieci minuti e sono già nel
mondo dei sogni. Se invece c’è da vedere un incontro di
pugilato, allora sto sveglio anche tutta la notte.»
«Ah già, perché sai, Sturli, il nostro La Mosca è un appassionato
di boxe.»
«Si deve essere pazzi per salire su un ring e prendersi a pugni
con un altro uomo» aggiunge Sturli.
«Avvocato, avere il coraggio di salire su un ring non basta, è
più importante essere competitivi.»
«Competitivi?»
«Sì. Quando tiravo di boxe mi chiamavano Speranza Bianca,
mangiavo sano, non bevevo alcolici, correvo 20 chilometri al
giorno, facevo centinaia di addominali, lavoravo al sacco e le

riprese con gli sparring partner non si contavano. Ero una
fascia di muscoli ipersensibili e reattivi. Perché sul ring la
faccia la mettevo io.»
«Come con i clienti!» replica ironicamente Sturli.
«Sa, le dirò, avvocato, che non ci avevo mai pensato. Però mi
è venuto in mente in questo preciso momento.»
«Che cosa?»
«Che io sono un solitario, lavoro per conto mio. Infatti mi
piace uno sport come il pugilato, in cui uno è solo contro il
suo avversario. Fa parte del mio modo di vivere e di pensare
fare i sacrifici che servono per essere competitivo, prendersi
tutti i rischi, tutte le responsabilità, ma anche tutta la gloria.
Invece sia lei sia il dottor Salutti, qui, siete fatti per il gioco di
squadra. Amate il calcio e lavorate in gruppo. Se le cose
vanno bene, i meriti sono vostri. Se vanno male, beh, si
licenzia l’allenatore. Comunque, ognuno fa quel che preferisce.
»
«Non è che c’è un sottile rimprovero in tutto questo, eh?
Guardi che l’ho fatta chiamare per darle buone notizie. Non
faccia troppo il furbo sennò non le diciamo più nulla»
esclama Sturli.
«Sarò bravissimo.»
«Allora, La Mosca. Ci abbiamo pensato. A lei noi teniamo
particolarmente. E quindi abbiamo deciso di accontentarla.»
«Caspita. Avete deciso così rapidamente?»
«C’è di mezzo questa quotazione in borsa e non vogliamo
avere gatte da pelare. Anche se qualcuna ce n’è sempre.
Questo è il contratto che le proponiamo.»
Tu, Jack, sei seduto da una parte della scrivania perfettamente
vuota di Salutti. Dall’altra c’è lui e, al suo fianco, in

piedi, l’avvocato Sturli. Quel tale è sempre alla destra di tutti.
Prendi le carte che l’avvocato ti passa e cominci a leggerle.
«La sostanza, La Mosca, è semplice. Noi ci impegniamo a
mantenerle l’incarico di area manager per 60 mesi. A sua
volta, lei si impegna a non passare alla concorrenza per
altrettanti 60 mesi. Chi viola l’impegno pagherà una penale
di un milione di euro. Lei ce l’ha, vero, un milione di euro?»
Sollevi gli occhi dal contratto e guardi l’avvocato. «Non so.
Eventualmente, farò una colletta tra gli amici.»
«Ovviamente» continua Sturli, «questo impegno non significa
che lei potrà mettersi in panciolle per cinque anni, senza
far niente, sicuro di mantenere la sua posizione. La possibilità
di risolvere il contratto c’è sempre.»
«In che consiste?»
«Giusta causa, si chiama. Se lei commettesse qualche azione
gravissima, sanzionabile dalla Consob…»
«Tipo?»
«Tipo rubarci i soldi, oppure dare un pugno a Mancini
durante una riunione mensile.»
«Qualcosa di meno fantasioso?» incalzi.
«Non è così fantasioso che lei prenda a pugni Mancini»
interviene Salutti. «So che avete spesso degli screzi. Comunque,
sarebbe giusta causa anche il decrescere significativo
delle commissioni che produce la sua area.»
«Capisco. E voi?»
«Noi cosa?»
«Voi, dico, cosa dovreste fare per darmi il diritto di sciogliere
il contratto?» chiedi.
L’avvocato Sturli piega leggermente le labbra e socchiude gli
occhi. Questo sarebbe un sorriso, pensi tu, Jack, e ti rendi

conto che la Nattan non rischia nulla. Ma quando l’avvocato
sta per rispondere, Salutti gli ruba la battuta: «Quello che
vale per te vale, ovviamente, anche per noi. Se commettessimo
contro di te qualcosa di gravissimo, oppure ti diminuissimo
le provvigioni senza preavviso e senza ragione, se ti
rendessimo impossibile lavorare… Dai, è evidente!»
Tu te ne stai lì, sovrappensiero. Scartabelli il foglio, lo leggi,
lo rileggi. Poi fai, a Salutti: «Ma, scusi, noi non ci davamo del
lei?»
«Ehm… sì, penso di sì, ma non facciamo contratti come
questo tutti i giorni. In un certo senso, il fatto che lo
abbiamo accettato ti trasforma in qualcosa di più di un semplice
promotore, anche qualcosa di più di un area manager…
direi quasi un socio. Però, se non le va, torniamo al
lei.»
«No, no, va bene se ci diamo del tu.»
«Allora, firmi?»
«In fondo, mi sembra che sia voi sia io abbiamo qualcosa da
guadagnarci: voi la sicurezza che io non vi pianterò in asso,
cosa che so vi sta molto a cuore, io quella che non mi sbatterete
fuori dalla porta. Che sta a cuore a me. Cosa abbiamo
da perdere, però?» chiedi, guardando ora Giorgio ora l’avvocato
Sturli.
«Da perdere? Mi sembra proprio niente» replicano i due
quasi all’unisono.
Sorridi, Jack. Tiri fuori dalla tasca la roller da 500 euro che
usi per i contratti dei clienti e firmi.
C’è un attimo di silenzio, in cui si sente scricchiolare la
penna sulla carta. Poi, improvvisamente, l’atmosfera si fa più
rilassata e c’è voglia persino di fare due chiacchiere.

«E bravo l’ingegnere!» esclama l’avvocato.
«A proposito, Jack, ma come sei finito a fare il promotore
con una laurea in ingegneria?» chiede Salutti.
«Mi ero iscritto alla facoltà di ingegneria nucleare perché agli
inizi degli anni Ottanta il ricorso al nucleare come forma di
approvvigionamento energetico mi avrebbe dovuto garantire
un lavoro. Poi invece il referendum del 1987 fece chiudere
le quattro centrali nucleari e le speranze di trovare un
lavoro in Italia si sono annullate. Io non potevo lasciare la
mia zietta. Pensa che ho tentato pure di fare cinema come
sceneggiatore.»
«Sì, ma il promotore come sei finito a farlo?»
«Fu un caso. Conobbi l’amministratore delegato della Banca
Modestini che cercava neolaureati. Lo devo a loro se faccio
questo lavoro.»
«E bravo.»
«Tu invece, Giorgio, com’è che sei arrivato fare il direttore
commerciale di una banca?»
«Colpa di mio padre. Mi ha fatto lasciare l’università quasi
subito. Era un cliente importante della banca e riuscì a farmi
assumere. Dopo qualche anno in cassa mi hanno spostato al
commerciale e mi sono sempre distinto. Nel 1985 sono stato
quello che ha aperto più conti correnti, nel 1986 quello che
ha venduto più polizze, nel 1987 quello che ha piazzato più
obbligazioni… Insomma, ho sempre fatto benissimo quello
che mi hanno ordinato.»
«Eh già» commenti tu, un po’ tra i denti, ma in modo che ti
sentano, «è così che si fa carriera.»

Nel limbo

Com’è il succo di frutta, Jack? Non male, eh? C’è di buono
che non ti hanno conciato al punto da costringerti a berlo
con la cannuccia. Però il Dom Perignon di quella sera con
Céline, a festeggiare la firma del contratto, aveva un altro
sapore, vero? Così come avevano un altro sapore la sua
pelle, la sua bocca, i suoi capelli. Il giorno dopo, di buon’ora,
sareste partiti per Montecarlo, per la vacanza tipica da promotore
finanziario a cui le cose vanno bene – lei aveva proposto
Avignone, ovviamente, ma tu, insomma, diciamocelo,
ti sei chiesto “Ma che cazzo me ne frega di quattro pietre di
mille anni fa? Io voglio vedere la figa, le macchine, giocare al
casinò, incontrare le celebrità…” – ma quella sera non vi eravate
preoccupati di andare a letto presto. Avevate brindato,
avevate fatto l’amore. Dopo tanto tempo avevate di nuovo
fatto l’amore. In quel momento ti era sembrato che tutto si
fosse finalmente messo sui binari giusti. Che quel che avevi
seminato in tanti anni cominciasse seriamente a dare i suoi
frutti. Céline era dalla tua parte, ti aveva dato un consiglio
eccellente, ti aveva permesso di ritrovare la tranquillità. Era
stata bella, quella sera. E dopo aver fatto l’amore vi eravate
addormentati abbracciati. Solo che a un certo punto qualcosa
ti aveva fatto svegliare nel cuore della notte.
«Ma cosa cazzo sono ’ste Bio Niscagi? Com’è che tutti ne
sanno qualcosa tranne me?»
La mattina dopo non ti ricordavi più nulla.
Poi, le vacanze sono finite. Siete tornati a Milano, belli
abbronzati, giusto in tempo per la riunione del mese.

Milano, sede Nattan Bank
Ore 10.00 del 10 settembre

«Ma cosa cazzo sono ’ste Bio Niscagi? Com’è che tutti ne
sanno qualcosa tranne me?»
«Come non ne sai niente? Non ti sono arrivate le e-mail con
le comunicazioni?»
«Che e-mail? Non mi è arrivato niente. Sono mesi che sento
che tutti ne parlano, ma a me non ha mai detto niente di
ufficiale nessuno.»
«Strano, credevo che le e-mail fossero arrivate a tutti gli area
manager. Ma sei sicuro, Jack?»
«Senti, non mi rompere i coglioni, eh? Se ti dico che non ho
ricevuto niente, non ho ricevuto niente.»
«Ehi, ingegner La Mosca, è così gentile da informare anche
noi di quel che state dicendo lei e il dottor Innocenti?»
«Niente, niente, dottor Mancini. Continui pure. Ci scusi.»
«D’accordo, Innocenti. Come stavo dicendo…»
Beccàti, come a scuola, a chiacchierare. Ci mancava che
Mancini vi desse la nota da far firmare a casa.
«… La Nattan si è quotata alla Borsa Valori di Milano da una
settimana e il titolo da 10 euro è balzato a 11,41. Il collocamento
dei bond Niscagi è stato assorbito dal mercato in
pochi giorni. Ne abbiamo piazzati venti milioni e senza
neanche fare un comunicato stampa. Garantiscono più dei
titoli di stato. L’incertezza dei mercati azionari fa ricercare ai
risparmiatori rendimenti sicuri. È un’azienda che sta
andando alla grande e che, in futuro, andrà anche meglio; se
facciamo in modo che tutti i clienti ne abbiano nel loro portafoglio,
ne guadagneremo noi, loro e renderemo anche un

grande servizio all’economia del Paese. Allora, siete
d’accordo? Ci impegniamo tutti a prenotarle già nei prossimi
giorni anche se il collocamento sarà il prossimo gennaio?»
Marco Facciadimerda Mancini è l’unico uomo al mondo
che, da abbronzato, sta peggio che da pallido. È che il marrone
dell’abbronzatura gli si impasta con quello dei capelli
tinti, del completino, della cravatta, dei denti. Finisce per
sembrare veramente quello che è: un grosso, grossissimo
pezzo di merda.
«Io no» dici tu, Jack.
«Io no cosa, ingegner La Mosca?»
«Io non mi impegno sul bond Niscagi, e non impegno neanche
i miei uomini. Non ne so niente e nessuno mi ha mai
informato di niente. L’unica volta che ci ho avuto a che fare
hanno perso il 18% in mezza seduta.»
«Come non l’hanno informata? Cosa dice?»
«Dico le cose come stanno. Ho saputo delle Niscagi dai miei
collaboratori.»
«Questo è molto grave, lo sa? E tanto più se arriva da un
area manager che ha firmato un contratto come quello che
ha firmato lei. Il fatto che non si informi sul portafoglio dei
suoi promotori mi pare molto grave, non crede?»
«Mancini, non rivoltiamo la frittata. Qui non sono io che
non mi informo, siete voi che non mi tenete aggiornato.»
«Ma si rende conto di quel che dice? Guardi, lasciamo perdere.
Le farò inviare il prospetto. Anzi, no…» Mancini si
volta verso l’avvocato Sturli, che anche quella volta è al suo
fianco. «Insomma, avrà tutte le informazioni che le servono.
»
«Mancini, si risparmi la fatica. Mi sono già informato per

conto mio e le dirò la verità. Io queste Niscagi le proporrò
solo a pochissimi clienti. Dev’essere gente che ama il rischio,
che è interessata al comparto bio. Insomma a occhio e
croce…» e fai finta di pensarci «…ne avrò un paio.»
«È così che la mette, La Mosca?» Mancini lancia uno
sguardo tagliente nella tua direzione. Poi si volta verso
l’avvocato Sturli e i due si sussurrano qualcosa all’orecchio.
«D’accordo» riprende Mancini, «cambiamo argomento.
L’andamento delle azioni della Nattan è abbastanza soddisfacente…
»
«… in particolare per chi le possiede» si sente dire dalla tua
voce. Ma che ti prende? Le vacanze non ti hanno fatto rilassare?
Con chi ce l’hai? Te la vuoi prendere proprio con Mancini?
Pensi proprio che il contratto che hai firmato ti tuteli
da tutto? Che ti permetta di dire tutto quel che ti salta in
testa?
«Senta, ingegner La Mosca, adesso basta. Noi siamo qui per
lavorare, non per sopportare le sue continue interruzioni.»
«Ah, perché la faccenda delle azioni che dovevate…»
«Non è questo il momento. La questione non è all’ordine del
giorno, la prego!»
«E certo che non è all’ordine del giorno. Non mi aspettavo
che lo fosse.»
«Allora lasci perdere!»
«Allora lasci perdere un bel niente, Mancini. Non potete fare
sempre come se niente fosse successo!»
«Infatti non è successo niente» interviene l’avvocato Sturli.
La sua voce diffonde il gelo. «Ingegner La Mosca, lei ha
mille ragioni per tacere, sa? Se non altro perché è un privilegiato.
Quindi, se ha intenzione di partecipare alla riunione in

modo positivo, resti. Altrimenti, può anche andarsene.»
Scruti le espressioni dei tuoi colleghi. Tutti ti fissano: se non
altro perché sei un privilegiato. O chiarisci in che cosa consiste
questo privilegio, oppure desisti e te ne vai.

Nel limbo

Forse anche lì hai commesso un errore, Jack. Se volevi avere
gli altri dalla tua parte, avresti dovuto dir loro tutto. Un leader
non può avere scheletri nell’armadio per i suoi seguaci.
Avresti potuto dire: «Certo, sono riuscito ad avere un contratto
interessante. Ma anche voi potete fare come me».
Invece ti sei alzato e te ne sei andato. Mentre Mancini, guardandoti
uscire dalla sala, commentava: «Se ne va. Meglio
tardi che mai». Ti ricordi di averlo sentito o no?

Milano, filiale Nattan Bank
Ore 9.15 del 22 settembre

«Jack! Meno male che sei arrivato! Qui non ci sto capendo
più nulla. Ho provato a chiamarti sul cellulare, ma non eri
raggiungibile.»
«Calma, Francesca. Cosa sta succedendo? Chi sono questi
signori?»
«Non è chiaro, non lo so…»
Francesca è chiaramente sconvolta. Non meno di quanto sia
sottosopra il tuo ufficio. I computer sono tutti accesi, gli
schedari aperti, i cassetti poggiati sul pavimento, gli armadi
spalancati. Per terra ci sono un sacco di carte. Al centro di
questo bailamme due uomini, in abito scuro già il 22 settem-

bre, stanno curiosando tra i faldoni dei tuoi clienti. Uno dei
due, dopo aver sentito la tua voce, ti si avvicina.
«Buongiorno, lei è l’ingegner La Mosca?»
«Sì, sono io. Voi chi siete?»
L’uomo in scuro tira fuori dalla giacca una busta chiusa e te
la porge. «Sono Lampredi. E questo è il mio collega Fascetti.
Siamo del controllo interno della banca. Non si preoccupi,
stiamo semplicemente facendo un’ispezione di routine.»
«Alla faccia della routine. Mi state sfasciando l’ufficio. Poi,
mi risulta che in mia assenza voi non potreste toccare nulla.»
«Non si alteri, non è il caso. Per la sua segretaria non sarà
certo un problema rimettere in ordine.»
«Sì, ma non capisco. Faccio questo lavoro da undici anni e
non mi è mai capitata una cosa del genere. A che devo questo
privilegio? Qualcuno ce l’ha con me?»
«Ingegnere, non si metta strane idee in testa. È routine. Oggi
è capitato a lei. Domani capita a un altro. Ci faccia fare il
nostro lavoro e vedrà che ci sbrighiamo in fretta.»
Certo, certo. Ci manca solo che ti dicano che ti stanno
punendo per quel che hai detto all’ultima riunione. Francesca
è in pena, neanche stessero ispezionando la sua camera
da letto con lei in camicia da notte. Tu l’abbracci.
«Dai, su, poi ti aiuto a sistemare. Io però adesso devo
uscire.»
«Te ne vai? E li lasci qui a rovistare dappertutto?»
Sorridi. «Dai, hai sentito che hanno detto? “Non si alteri.
Non è il caso”. Vieni qua, che prendiamo un caffè.» La
spingi delicatamente verso l’antibagno dove c’è la macchinetta.
Francesca ti segue riluttante, guardandosi continuamente
le spalle, come a controllare i due ispettori.

«Ascolta, Francesca, non preoccuparti. Probabilmente è
davvero un caso. Comunque noi abbiamo tutto in ordine,
no?»
«Chiaro, come sempre. Però non sono tranquilla. Perché
cercano? Cosa cercano?»
«Non cercano niente in particolare e non troveranno niente.
Per questo voglio uscire. Voglio dimostrargli che non ho
assolutamente niente da temere. Tu però resta qui e controlla
quel che fanno. Non interferire, ma non perderli
d’occhio, mi raccomando.»
«D’accordo, ma ti avverto: questa cosa mi turba abbastanza.
Non so se mettermi a piangere o sbattergli un computer in
testa.»
«Né l’una né l’altra cosa!»
«E tu che cosa farai?»
«Andrò un po’ in giro. Tu, senza farti sentire troppo da quei
due, ma senza neanche nasconderti, annullami tutti gli
appuntamenti della mattinata. Di’ che ti ho chiamato da casa
e che sono malato.»
E così esci con il sorriso sulle labbra, salutando i due ispettori.

Fine della prima parte, arrivederci presto per la seconda…  

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2 commenti

Pubblicato da su gennaio 15, 2012 in Il Progetto Jackfly

 

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2 risposte a “JACKFLY – Il Romanzo – Leggi la prima parte

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